LE DUE COREE DALL’ARMISTIZIO ALLA PACE: WASHINGTON FA BUON VISO A CATTIVO GIOCO?

  1. DI ALBERTO TAROZZI

27 aprile 2018, anche se a qualcuno pare non faccia piacere, è una giornata storica per l’incontro dei due premier coreani: per la Corea del Nord il fino a ieri famigerato Kim jong-un, fino a ieri considerato una mina vagante per la sopravvivenza dell’umanità, che oggi obbliga invece a un ritocco del suo curriculum anche i cronisti più pigri; per la Corea del Sud il meno noto Moon jae-in, un leader del pacifismo nazionale eletto alla presidenza dopo anni di governi conservatori.

Le cronache parlano di un incontro là dove negli anni ’50 venne sancito un armistizio, che stava a significare che le armi dovevano essere posate al suolo, ma non per questo abbandonate. Presenti le rispettive mogli a segnalare un clima familiare. In posa tutti per i fotografi con i due leader che alternativamente saltano oltre la linea di confine del proprio Stato, a enfatizzare che i tempi stanno cambiando.

Commozione sincera e l’impegno a trasformare l’armistizio in pace vera e propria e a fare della penisola coreana un territorio denuclearizzato.
Fin qui l’idillio. Dietro l’idillio i dubbi, di due tipi.
In primo luogo non per tutti è chiaro cosa abbia determinato una svolta storica nel segno dell’ottimismo là dove imperavano le nuvole e i lampi di una prossima catastrofe. In secondo luogo ci si chiede da più parti se ci si possa fidare dei sorrisi o se si debba temere di vivere solamente una primavera breve ed effimera cui potrebbero seguire le stagioni di una gelida delusione.

Sulle cause Trump e gli Usa si sbracciano a dimostrare che è merito loro. Circolano le foto del Segretario di Staro Mike Pompeo, a colloquio con Kim, lasciando intendere che sarebbe stata la minaccia di nuove sanzioni a indurre il nordcoreano a più miti consigli. Si ricordano le sparate retoriche di Trump, degne di un film con John Wayne. Che siano state decisive non lo si potrebbe giurare, per lo meno non così rapidamente. Qualcuno ricorda una recente visita di Kim al leader cinese a sottolineare che l’imbeccata sia provenuta da Pechino. Sullo sfondo la voce che i nordcoreani si siano specializzati nella produzione di dollari contraffatti da immettere sul mercato, come vera arma di contrasto della superpotenza statunitense.

Solo pochi ricordano che Moon è quel politico che è stato eletto a Seul dopo aver messo al primo punto del suo programma una pacificazione con Pyongyang che quasi nessuno, tanto meno a Washington, aveva ritenuto credibile. C’è dunque la sensazione che i sudcoreani abbiano coraggiosamente giocato in proprio, modificando una sceneggiatura che qualcuno voleva imporre loro. A pensarci bene le minacce nucleari di Trump potrebbero avere preoccupato Moon quanto e più di Kim. Un attacco Usa al Nord non avrebbe infatti impedito una terrificante rappresaglia di Kim che difficilmente avrebbe colpito gli Usa, se non nell’isoletta di Guam. Sotto tiro invece e quasi vittima predestinata di un olocausto di ritorsione, proprio la Corea del Sud, raggiungibile ancor più facilmente del Giappone, dove pure stava riaffiorando il ricordo di Hiroshima.

Forse a queste conseguenze gli Usa non hanno pensato più di tanto. Di sicuro ci ha pensato Moon e ha risposto alle prime avance di Kim senza preoccuparsi troppo degli umori dell’amico americano. Non è un caso se in occasione delle Olimpiadi del disgelo, quando nel sud della Corea sfilavano le giocatrici di hockey su ghiaccio di Pyongyang, le telecamere hanno inquadrato il vicepresidente statunitense Pence, col volto scuro, che ad applaudire proprio non ci pensava.

Probabile dunque che l’entusiasmo di Trump, ma forse anche di qualche suo alleato, sia un modo di fare buon viso a cattivo gioco e di far apparire come proprio merito un processo che avrebbero forse cercato di ostacolare sotto banco.

E adesso? I due punti sul tappeto sono il passaggio dall’armistizio alla pace, e in questo senso i due leader hanno già calendarizzato gli impegni e la denuclearizzazione della penisola coreana. Meno definiti i tempi e i modi del secondo adempimento. Cosa significa penisola denuclearizzata? Pyongyang intende smantellare i propri arsenali o solo porre un termine alle nuove produzioni, conservando però le testate esistenti? Soprattutto quale sarà la reale contropartita richiesta da Kim per “denuclearizzarsi”? Potrebbe intaccare l’alleanza tra Seul e Washington e contemplare una richiesta implicita di non allineamento della Corea unificata?

Anche per questo, al di là degli entusiasmi di circostanza, a Washington, nell’attesa del prossimo fondamentale incontro futuro tra Donald e Kim, i sonni non sono del tutto tranquilli.
Forse perché il gentile Moon jae-in sarebbe una di quelle figure forti che avrebbero la pretesa di cambiare pacificamente il mondo e questo non a tutti fa piacere