L’ADDIO AL BARCELLONA DI INIESTA, IL PICCOLO PRESTIGIATORE SPAGNOLO

DI- STEFANO ALGERINI

C’erano (e ci sono) i giocatori di talento; c’erano (e ci sono) quelli forti fisicamente e cattivi dentro; c’erano (e ci sono) quelli che corrono senza fermarsi mai; c’erano (e ci sono) quelli dal tocco vellutato ma senza continuità; c’erano (e ci sono) quelli con i piedi come due roncole ma adorati dalle curve; e poi c’erano (e ci sono) altri centomila calciatori inquadrabili in altre decine di categorie; ma poi c’era lui, che però nel suo recinto se ne stava da solo, perché nessuno poteva essere come lui.

“Lui” è Andrés Iniesta, e per essere c’è ancora, però ieri in una conferenza stampa, con più lacrime che parole, ha annunciato il suo addio al Barcellona dopo più di vent’anni di permanenza. Non ha rivelato come e dove “porterà il suo talento l’anno prossimo” (come disse Lebron James al momento di cambiare franchigia alcuni anni fa), però è convinzione praticamente generalizzata che l’approdo sia nel campionato cinese. Il che vuol dire che tra un centinaio di anni gli “eredi Iniesta” navigheranno ancora nell’oro, ma significa anche l’addio al calcio “vero” per il calciatore che, come si diceva, faceva categoria a parte.

Già dall’aspetto: un metro e settanta con le scarpe, (ma questo come si sa nel calcio non è un problema, anzi), fisico da impiegato del catasto, e pallore perenne da “emo-punk”. Esattamente il contrario di quello che ti aspetteresti per quello che forse, a livello di tecnica pura ed intelligenza combinate, è stato il più grande di sempre.  Peraltro, proprio nel basket americano a cui si accennava prima, il più grande playmaker della storia, John Stockton, aveva esattamente le stesse caratteristiche fisiche (pur essendo conosciuto per essere una vera e propria “carogna” nei contatti in campo e nei rapporti interpersonali). Evidentemente per diventare Superman è davvero necessario celarsi in un aspetto alla Clark Kent.

Ma se nelle scuole calcio il ragazzino gracilino e dall’aspetto da nerd viene al massimo sopportato è perché fenomeni del genere ne nascono giusto un paio per secolo. E il piccolo Iniesta già a dodici anni dispensava lampi abbaglianti delle sua classe naturale. Non a caso proprio a quell’età il Barcellona lo prelevò dall’ Albacete (la sua prima squadra) per portarlo nella “Masia”, il vivaio, dove sono cresciuti migliaia di “avanotti” e da cui la squadra blaugrana ogni anno estrae giocatori buoni per la prima squadra. Però ovviamente per un dodicenne cresciuto in un piccolo centro trasferirsi a Barcellona era una bella cima da scalare, e infatti Andrés ha più volte raccontato che nel primo periodo versò fiumi di lacrime, e se non mollò tutto fu per la vicinanza della famiglia (che si trasferì a Barcellona per sostenerlo) e l’avere conosciuto degli amici che tali sono rimasti per tutta la sua carriera.

Primo tra tutti Victor Valdés, futuro portiere del Barca e della nazionale spagnola, aspetto da playboy ma evidentemente carattere perfettamente complementare all’ Archimede del centrocampo. Questo per dire che nella vita oltre alle doti naturali, la tenacia, la perseveranza, e quant’altro serve anche qualcuno che ti dà una mano nei momenti bui. Ed in fondo, ma neanche tanto in fondo, anche un minimo di quella parte anatomica su cui si sta seduti, senza la quale anche i migliori non ce la possono fare.

Ecco, pensate se in una di quelle serate storte, in cui ad un adolescente sensibile la vita sembra senza vie d’uscita anche se ha quindici anni, il piccolo Andrés avesse deciso di fare la valigia e tornare nella natia Castiglia-La Mancia a lavorare veramente al catasto. Magari la Spagna non avrebbe vinto il suo unico mondiale nel 2010, o il Barcellona avrebbe trionfato un po’ meno in giro per il mondo. O forse no le due cose sarebbero accadute lo stesso. Però si può dire quasi con assoluta certezza che senza di lui non sarebbe mai nato il mitologico “tiqui-taca”, mandando in rovina legioni di telecronisti di tutto il mondo che con questo termine ci hanno campato per anni. E questo sì che sarebbe stato un disastro!

Invece il buon Iniesta ha tenuto duro ed ha fatto tutto ciò che ha fatto ed ha vinto ciò che ha vinto. Inutile fare la lista della lavandaia, si fa prima a dire cosa non è riuscito a prendersi. Sostanzialmente una cosa: il pallone d’oro. L’avrebbe meritato, ovvio, ma si sa che per quello contano molto i gol segnati, e alla fine anche un po’ il look. E lì Andrés, come già, detto, non ha il suo punto di forza. Ma lui è stato (e speriamo sia ancora per un po’, almeno fino alla fine dei mondiali) altro. Cosa? Basta prendere una frase di uno dei nostri film storici, “Amici Miei”: “Che cos’è il genio? Fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”. Non calza a pennello, parola per parola, per Iniesta? E allora sì, si può dire, grazie per averci deliziato per tutti questi anni piccolo prestigiatore spagnolo. Perché tu eri, e rimani, un genio.