CONTAMINAZIONE PFAS, «SOGLIE MENO STRINGENTI NELLE ZONE COLPITE»: VENETO VS ISS

DI MARCO MILIONI

Che tipo di sforzo sta mettendo in campo l’Istituto superiore di sanità nell’ambito della vicenda Pfas? I nuovi limiti elaborati recentemente vanno nella direzione auspicata di aumentare la tutela dei cittadini? Oppure come sostengono gli attivisti quello delle soglie è un falso problema per mascherare il fatto che l’unico limite tollerabile per queste ed altre sostanze nocive è lo zero?

SETTIMANA DI TENSIONE
Durante l’ultima settimana sul versante dell’affaire Pfas, il caso di maxi contaminazione da derivati del fluoro che minaccia tutto il Veneto centrale e che da mesi tiene banco anche sui media nazionali, hanno fatto capolino due novità importanti. La prima è costituita dalla nuova protesta organizzata domenica scorsa dai residenti delle aree colpite davanti ai cancelli della Miteni. L’industria chimica di Trissino nel Vicentino è ritenuta dall’Arpav alla base del maxi caso di contaminazione: tesi d’accusa seccamente rispedita al mittente dal managemet aziendale peraltro, il quale però rimane sotto indagine penale, mentre sull’azienda pesano già due richieste di sequestro da parte dei comitati. L’altro elemento di novità riguarda i nuovi limiti di accettabilità, che per inciso non sono limiti di legge, che l’Istituto superiore di sanità, o Iss come è più noto, avrebbe elaborato per questi temibili derivati del fluoro che stanno togliendo il sonno alle mamme e ai papà di tutto il Veneto centrale dopo che per anni sono finiti in parte nelle reti acquedottistiche, in parte nella falda e in parte nel suolo nonché nel ciclo alimentare.

Da tempo i vertici dell’Iss si dicono impegnati per un costante monitoraggio della situazione con l’obiettivo dichiarato di fornire alle istituzioni il supporto scientifico per provare ad impostare la soluzione di un problema che probabilmente funesterà quella parte del Veneto per generazioni e generazioni. E sugli impatti del quale in termini di ambiente e salute ancora si sta discutendo animatamente. I nuovi limiti elaborati a Roma dall’Iss si dovrebbero collocare proprio in questo solco, anche se in questa vicenda pesa il modo rocambolesco con cui queste nuove soglie, assieme a quelle di altre sostanze nocive, sono state notificate ai diretti interessati, ovvero Regione, Arpa Veneto, provincia di Vicenza e comune di Trissino. I quali sono stati edotti non su input diretto dello stesso Iss, bensì grazie ad una informativa dei Carabinieri del Noe di Treviso, che per inciso è l’organo di polizia giudiziaria incaricato dalla Procura della repubblica di Vicenza di indagare sul presunto disastro ambientale.

LE RAGIONI DELL’ISS
Con un linguaggio molto tecnico l’Iss, ripercorrendo la vicenda che ha portato nel 2013 a scoprire la contaminazione nel Veneto centrale, puntualizza alcune questioni: «A livello nazionale a seguito della prima segnalazione della presenza di Pfas in matrici ambientali dell’area del Vicentino, il Ministero dell’ambiente ha istituito un gruppo tecnico di lavoro per approfondimenti dei fenomeni di contaminazione da Pfas nelle acque sotterranee e superficiali. Nel gruppo operano esperti dell’Istituto superiore di sanità, dell’Irsa-Cnr, dell’Istituto Superiore per la ricerca e la protezione ambientale, ovvero L’Ispra, con il mandato di definire gli standard di qualità ambientale, detti Sqa, per i corpi idrici superficiali e i Valori soglia per la valutazione dello stato chimico delle acque sotterranee, da inserire, rispettivamente, in allegato del Codice dell’ambiente, in attuazione della direttiva 2013/39/UE». Ma quando nella nota, della quale ampi brani sono stati pubblicati da Vvox.it, l’Iss deve spiegare se, nell’elaborare queste soglie, abbia scelto un approccio legato a possibili incidenze sulla salute o uno, ben più restrittivo, legato alla adozione del principio di precauzione, definito approccio etico, nello scegliere il primo, l’Iss si limita a poche righe. «In questa sede – si legge – per quanto di competenza, sono proposti limiti health-based; la possibile, verosimile, adozione di altri approcci di valutazione da parte delle competenti autorità, quali in particolare l’approccio etico in precedenza descritto ad esempio per pesticidi e Pfas, potrebbe portare a definizioni diverse delle Csc per le stesse sostanze». Si tratta di una impostazione del pensiero quasi tautologica per cui l’Iss afferma che se si cambia l’approccio al problema e da altri soggetti, come il legislatore, verrà identificata una linea più rigorosa, allora, anche le soglie de facto cambiano in senso più restrittivo.

LE CONTRODEDUZIONI DI VENEZIA
Tuttavia in questi giorni l’amministrazione regionale non è rimasta a guardare. E dopo aver ricevuto quella notifica ha preso carta e penna indirizzando all’Iss una letteraccia firmata da Alessandro Benassi, direttore del settore tutela e sviluppo della Regione Veneto. Si tratta di tre pagine dattiloscritte che Alganews.it può mostrare in esclusiva, le quali portano la data del 19 aprile 2018 e il protocollo 148020.

In estrema sintesi Benassi chiede all’Iss di conoscere i criteri tecnico-scientifici che hanno portato alla elaborazione delle nuove tabelle anche alla luce che proprio nel documento proveniente da Roma si sottolineava che «tali valori sono derivati sulla base sulla base di valutazioni di tipo sanitario e sono riferibili unicamente ai territori oggetto della richiesta». Se ne ricaverebbe che in tema di Pfas ci sia l’eventualità che le nuove soglie redatte dall’Istituto superiore di sanità siano addirittura meno rigide: ma solo per le zone colpite dalla contaminazione. Si tratta di un timore messo nero su bianco dal dirigente quando precisa che facendo seguito a quanto determinato dallo stesso Iss si ricaverebbe che «nelle province di Vicenza, Padova e Verona dove il fenomeno di inquinamento ambientale è conclamato da anni per i Pfoa», una delle sottofamiglie dei Pfas, si accettano soglie di scambio tra ambiente e inquinante, in gergo Csc, addirittura «meno restrittive di quelle accettabili nelle altre province del Veneto».

Si tratta di parole cucinate in stile algidamente amministrativo, ma durissime nella sostanza. E che potrebbero scatenare l’ennesimo putiferio. Soprattutto perché da quello che se ne ricava, l’Iss viene messo nel mirino poiché avrebbe deciso di allentare la presa proprio dove suolo e acqua sono più avvelenati. E c’è un altro fattore da considerare. Che i documenti di Benassi rimangano nel chiuso dei cablo tra Regione e Iss è da escludere. Quella missiva è stata indirizzata al Noe, al comune di Trissino, alla provincia di Vicenza e all’Arpa del Veneto. Ma soprattutto è stata indirizzata al Ministero dell’ambiente. Il quale è l’organo gerarchicamente sovra-ordinato rispetto alla condotta dell’Iss, che di fatto è stato chiamato a rispondere del suo operato davanti ad una platea composita, referenti gerarchici in primis.

«ORA LIMITI ZERO»
Tuttavia la diatriba lungo l’asse Venezia Roma potrebbe dare fiato ulteriore alle contestazioni degli attivisti che in larga parte considerano il balletto di queste soglie un alibi più che una barriera giuridica a favore della salute e dell’ambiente. «L’unico limite che accettiamo è quello pari a zero» avevano ripetuto la settimana passata gli attivisti di Greenpeace presenti in forza a Trissino. E con loro moltissimi altri raggruppamenti. Sulla stessa lunghezza d’onda, e la posizione viene propugnata da tempo, c’è pure Giovanni Fazio, uno degli animatori storici del Cillsa, un comitato dell’Ovest Vicentino che da anni si batte sui temi dell’ecologia e della salute nelle vallate dei torrenti Chiampo e Agno: «A nostro avviso non esiste nessuna quantità accettabile di perfluorati negli alimenti per tre semplici ragioni. Uno, siamo in presenza di molecole persistenti nell’ambiente, cioè sostanze che una volta penetrate negli organismi animali o vegetali impiegano anni per essere eliminate. Due, queste molecole si bioaccumulano, cioè, oltre alla dose giornaliera che ingeriamo con l’acqua, accumuliamo nel nostro organismo la parte ingerita con gli alimenti contaminati come carne, latticini, verdure, uova e via dicendo. Tre, ricordiamo che abbiamo a che fare con interferenti endocrini: ovvero sostanze che assomigliano ai nostri ormoni e che interferiscono con l’equilibrio ormonale del nostro organismo determinando danni irreversibili, soprattutto nell’età della crescita e durante la gestazione. Io sono anche stufo di dover ripetere queste cose all’infinito. Son cose che tutti i medici sanno o dovrebbero sapere». Parole che pesano come pietre e che il medico rivolge anche alle lobby dell’industria.

Ma le dichiarazioni incendiarie recentemente rilasciate ai media dal professionista arzignanese di natali siciliani non finiscono qui. L’uomo invoca un intervento del legislatore per una norma nazionale che punti ad un obiettivo immediato: «Il parlamento, espressione della volontà popolare dovrebbe votare una legge che escluda da ogni alimento la presenza di sostanze estranee se documentatamente tossiche. Questo criterio ovviamente si applica anche a sostanze che non siano Pfas, sia chiaro».

Non meno tranchant è il Coordinamento delle mamme No Pfas che in una nota di poche ore fa e firmata dalle portavoce Chiara Panarotto e Michela Piccoli attacca: «Le mamme No Pfas fanno proprio il principio di precauzione sancito dalla Unione europea nel suo trattato costitutivo. Pertanto pretendiamo limiti zero per l’intera Italia e per l’intera Unione europea. I tutori dei nostri figli siamo noi. Pertanto non ci arrenderemo fino a che non avremo la sicurezza che tutto ciò che viene intentato dalle autorità è volto a garantire la loro sicurezza».

Non la pensa molto diversamente Giuseppe Ungherese, responsabile nazionale della campagna anti-inquinamento di Greenpeace il quale in qualche modo rincara addirittura la dose: «Già dal 2011, ben prima che deflagrasse l’affaire Pfas, con la campagna Detox, Greenpeace chiede, a livello mondiale, l’eliminazione dei Pfc, ovvero i composti poli e per-fluorurati, di cui fanno parte anche i Pfas. Proprio per la persistenza nell’ambiente, l’elevata capacità di bioaccumulo, la nota pericolosità di queste sostanze, e soprattutto per il potenziale effetto cancerogeno sull’uomo di alcune di esse, è necessario che le concentrazioni di Pfas siano prossime allo zero in tutte le matrici a cui l’essere umano è esposto: ad esempio acqua potabile e alimenti. Questa posizione, da sempre sostenuta da Greenpeace nella sua campagna, è stata peraltro ribadita nel corso della manifestazione dello scorso 22 aprile a Trissino».

IL DRAMMA DEI LAVORATORI
Per ultimi ma non da ultimi ci sono i lavoratori della Miteni (in foto mentre solidarizzano con le mamme) che si sentono tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è l’eventualità che l’azienda obbligata a rispondere in solido possa chiudere lasciando per strada i lavoratori che peraltro hanno livelli di Pfas a livello ematico nemmeno minimamente equiparabili, in termini di quantità elevate, rispetto ai livelli pur alti riscontrati nelle zone più contaminate. «Noi lavoratori della Miteni – si legge in un dispaccio diramato il giorno della manifestazione alla quale ha partecipato un piccolo gruppo di operai – siamo qui oggi perché in questa vicenda di contaminazione siamo in assoluto i più colpiti, giacché i segni indelebili di quanto accaduto negli anni ce li portiamo pesantemente nel nostro sangue. Capiamo quindi perfettamente lo stato d’animo, l’ansia, la preoccupazione dei papà, delle mamme, dei figli e di tutti gli abitanti contaminati. Altrettanto capiamo le sacrosante richieste di avere acqua pulita e salubre e delle bonifiche. Così come condivisibili sono le istanze affinché la giustizia faccia pienamente e rapidamente il suo corso nell’acclarare le responsabilità di quanto accaduto».