FACCIAMO FINTA DI CREDERE CHE SIA PACE

DI LUCA BILLI

Ricorderete una delle scene iniziali del film Assassinio sull’Orient Express – il primo, quello di Sidney Lumet – quando sulla banchina della stazione arriva, impartendo ordini e guardando tutti con la sua aria aristocratica, la principessa Dragomirof; Poirot chiede a Pierre: “Chi è quel maestoso rudere?”. A me fa un po’ lo stesso effetto la Repubblica popolare democratica di Corea, che noi conosciamo semplicemente come Corea del nord: il relitto di un mondo che non esiste più.
Il paese di Kim Jong-un è rimasto ormai l’ultima testimonianza della storia che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento, con il mondo diviso in due blocchi: da una parte gli Stati Uniti e il capitalismo e dall’altra l’Unione sovietica e il comunismo. Non era ovviamente così semplice neppure allora, ma almeno è così che il mondo in cui siamo nati e cresciuti rappresentava se stesso e soprattutto è in quel mondo lì che per tanti anni abbiamo fatto politica, facendo una convinta scelta di campo, scegliendo una parte, anche se spesso la criticavamo, proprio perché era la “nostra”.
E la Corea, con la sua divisione artificiale lungo il 38° parallelo, rappresentava plasticamente quel mondo lì. A dire la verità nessuno, quando la seconda guerra mondiale stava per finire, pensava che sarebbe andata così: secondo gli accordi della conferenza del Cairo, la penisola coreana, una volta sconfitti gli invasori giapponesi, sarebbe dovuta diventare uno stato indipendente, ma nelle fasi concitate di quei giorni d’estate, quando si capì che, sconfitti i fascismi, stava per cominciare una nuova guerra, le truppe statunitensi e quelle sovietiche iniziarono a occupare il paese, arrivando rispettivamente da sud e da nord. Si incontrarono al 38° parallelo che così divenne, con un tratto di penna su una vecchia cartina del National Geographic inviata a Stalin dagli americani, il confine tra le due Coree.
Poi attorno a quel confine posticcio ci fu una guerra vera – dal 1950 al 1953 – la prima in cui si trovarono di fronte, anche se non in maniera formale, le truppe sovietiche e quelle americane. Noi imparammo a conoscere quella guerra con MASH, il film di Robert Altman del 1970, ma evidentemente il regista voleva raccontare un’altra storia, quella della guerra del Vietnam, di cui non poteva ancora parlare direttamente. Ma il Vietnam era un’altra guerra, anche se sempre dentro la logica bipolare: era il “piccolo” – e rosso – Vietnam contro la potenza degli Stati Uniti, era Davide contro Golia. La Corea fu un’altra cosa: nel ’53 le armi nucleari impedirono che lo scontro tra le due potenze potesse davvero scoppiare e fu necessario trovare un accordo: e nella penisola coreana, ancora una volta, fu trovato grazie a quel confine inventato e nel sostegno a quei due paesi che formalmente non firmarono mai la pace.
Il mondo però non è più quello, il capitalismo ha vinto e ha issato le proprie bandiere colorate sulle torri del Cremlino e in piazza Tiananmen. La Corea del sud è una delle potenze economiche del turbocapitalismo, il tablet su cui ho scritto questo post e molti dei dispositivi su cui ora voi lo state leggendo sono stati fabbricati in quel paese. Mentre la Corea del nord è diventata un regime dinastico e militare, in cui il potere è saldamente in mano a un rapace gruppo di potere, che ambisce a diventare un protagonista del trionfante capitalismo, come i loro amici del sud.
Scoppierà la pace? Certamente sì. Perché il mondo ha bisogno dell’obbediente manodopera nordcoreana, così abituata ad avere un padrone: basterà sostituire le immagini di Kim Il-sung con il logo Samsung. Perché ai padroni non serve più quel rudere asiatico, testimone di un mondo in cui loro avrebbero potuto essere sconfitti.
E noi faremo finta di essere contenti di quelle strette di mano a uso dei fotografi, fischiettando, come i personaggi di Altman, le note di Suicide is painless.