RENZI NON VUOLE IL GOVERNO CON DI MAIO. INUTILI PER ROMA LE ELEZIONI IN FRIULI

DI GIORGIO DELL’ARTI

Si dice che le elezioni di oggi in Friuli-Venezia Giulia saranno decisive per il governo. Ma naturalmente non è vero.

No?
No. Potrebbero essere decisive, o comunque avere un peso sullo stallo di Roma, se Forza Italia ottenesse un risultato straordinario, ribaltando pronostici e risultato del 4 marzo. Ma è molto difficile. Invece, un gran successo della Lega, un ottimo risultato del M5s (destinato al secondo posto) e le ormai solite, striminzite percentuali di Partito democratico e Forza Italia sono nell’ordine naturale delle cose. La conferma di questo esito che cosa dovrebbe cambiare? Lo stallo è stallo, e tale resterà

Aggiorniamo questo stallo e poi facciamo il punto sul Friuli.
Lo stallo, al momento, è il frutto dell’illusione che sia possibile una maggioranza di governo formata da Movimento 5 stelle e Partito democratico. Renzi non vuole e ha i numeri per impedirlo. Ci sarà la direzione del Pd il 3 maggio e al momento l’ipotesi più probabile è che si accetti il confronto, ma a condizioni che i grillini non potranno che respingere. Per esempio (è un esempio che ha fatto lo stesso Renzi da Fazio ieri sera), l’intoccabilità del Jobs Act e della legge detta della Buona scuola. Sono provvedimenti su cui, al tempo, i pentastellati hanno sparato a zero e che nel programma elettorale si sono promessi di cambiare. Come potrebbero accettare di non riformarli? Alle questioni programmatiche si aggiungono calcoli di convenienza. È ovvio che il Pd – Renzi o non Renzi – ha una sola speranza di risalire la china: rinchiudersi all’opposizione di qualunque governo, far passare la malmostosità degli italiani nei suoi confronti, aspettare che un nuovo esecutivo faccia le sue prevedibili brutte figure dopo aver governato come tutti i predecessori, presentarsi all’incasso tra cinque anni…

Cinque anni?
Già, questo è l’oste con cui non si sono ancora fatti i conti fino in fondo. Saltato l’accordo M5s-Pd, divenuto molto improbabile un nuovo round di discorsi tra Salvini e Di Maio, è altamente probabile che la legislatura duri poco. O si andrà a votare subito (giugno o settembre) oppure Mattarella manderà alle camere un qualche governo retto da un signore prestigioso che in Parlamento non avrà i voti di Salvini e Di Maio, ma magari il sostegno del Pd, di Leu e forse persino l’astensione o l’appoggio – concordato con la Lega – di Berlusconi. Anche se battuto al momento della fiducia, questo governo, avendo giurato, resterebbe in carica per l’ordinaria amministrazione. La sua esistenza, e l’esistenza di una sia pur fragile area di sostegno, permetterebbe la formazione delle commissioni, che non possono nascere se non si sa quali sono i partiti governativi e quali quelli antigovernativi. Con le commissioni operanti, si potrebbe varare qualche legge, andandosi a cercare i voti in Parlamento. Per esempio la finanziaria in autunno per evitare gli aumenti dell’Iva (trenta miliardi da tirar fuori). E la legge elettorale, per non ritrovarsi, l’anno prossimo (si voterebbe, direi, in concomitanza con le europee) con lo stesso problema di adesso.

I sondaggi dànno la Lega al 22-23%.
Con la legge elettorale attuale questo bel risultato servirebbe a poco. Sarebbero, per la maggior parte, voti sottratti a Forza Italia. Il blocco del centro-destra resterebbe grosso modo al 37-38%. No, ci vuole una nuova legge, o col ballottaggio (però eliminando una camera, per evitare che si formino due maggioranze diverse, spauracchio agitato dalla Consulta) oppure col premio di maggioranza. Col premio di maggioranza, da assegnare alla lista, si fa sicuramente prima.

Veniamo al Friuli.
Vincerà Massimiliano Fedriga, 37 anni, candidato del centrodestra e fedelissimo di Salvini. È stato capogruppo alla camera della Lega nella scorsa legislatura, rieletto il 4 marzo. Punta al 45% dei consensi, percentuale che gli consentirebbe di avere 28 consiglieri su 48, anche se sotto il 45 ne avrà comunque 26 contro 22, che saranno divisi tra Movimento 5 stelle e Partito democratico. Nelle elezioni del 2013, quando vinse la nuova stella Debora Serracchiani, il Pd ebbe il quasi il 40% dei voti. Alle ultime politiche del 4 marzo ha preso il 18,7. Alle politiche la Serracchiani non è neanche riuscita a battere Renzo Tondo – vecchio arnese del centro-destra – nel maggioritario e s’è salvata grazie al voto nel proporzionale. Discorso non troppo diverso per Forza Italia: aveva il 34,7 nel 2008, s’è fermata al 10,7 il 4 marzo, oggi potrebbe scendere sotto al 10. Il movimento di Grillo/Di Maio ha avuto il 24,6% il 4 marzo e potrebbe forse perdere qualcosa, perché sembra che i maneggi praticati da Di Maio in questi quaranta giorni non abbiano del tutto convinto del tutto la base.