A COLLOQUIO CON GORBACIOV

DI GIULIETTO CHIESA

SQUILLA IL CELLULARE

(Una inattesa conversazione telefonica con Mikhail Gorbaciov)

Squilla il cellulare mentre sono a Roma, in taxi, di ritorno da Kaliningrad. “Dove sei?”
La voce è inconfondibile. È Mikhail Sergeevic. Il presidente Gorbaciov.
Scambio di notizie sulla reciproca salute, come è ormai d’obbligo. Ma non è per questo che mi telefona. È preoccupato per le notizie che si accavallano, dalla Siria e non soltanto.
Mi congratulo con lui per le sue recenti dichiarazioni a diverse agenzie di stampa russe. Soprattutto quella in cui ha duramente criticato l’ultimo bombardamento sulla Siria, deciso da Donald Trump. “Sì, l’ho definito una specie di esercitazione militare in preparazione di qualcosa di molto più serio. È preoccupante”.
Concordo. E lui continua: “Adesso arrivano notizie secondo cui un contingente francese sarebbe entrato in territorio siriano, armi e bagagli”. Non solo francesi, ma anche tedeschi, aggiungo io. Se facciamo la somma ormai hanno messo piede, e non da ieri, contingenti americani, inglesi, francesi, tedeschi e israeliani. “E nel conto bisogna mettere anche gli arabo sauditi, e i turchi, che fanno il loro gioco. Sono tutti là. E ho l’impressione che si stia preparando qualche cosa di grosso, e di molto grave”.
Mi pare chiaro – interloquisco – che l’Occidente non accetta la fine della guerra. “È evidente – risponde Gorbaciov – che la sconfitta dello Stato Islamico, ad opera dei russi, e la situazione che si è creata sul terreno, non piace né a Washington, né a Parigi né Londra. Adesso agiscono in due direzioni: una diplomatica, come si è visto a Bruxelles nella conferenza che hanno chiamato <Aiutare il futuro della Siria e dell’intera regione> e il cui scopo è quello di mettere fine al processo di Astanà. Là erano solo Mosca, Ankara e Teheran. Ora vogliono sostituirlo con una gestione, formalmente sotto egida ONU, ma sostanzialmente funzionale a una ripresa del controllo americano sulla crisi siriana. Nello stesso tempo stanno cercando di cambiare i rapporti di forza sul terreno militare. Adesso l’ISIS, di fatto, non esiste più. L’esercito siriano avanza su tutti i fronti, sostenuto dalla presenza russa e dall’aria e sul terreno. Lo sostituiscono direttamente le truppe occidentali”.
Quali possono essere le conseguenze? -chiedo.
“Che Vladimir Putin si trova di fronte alla domanda delicatissima su come fermarli. Un conto era avere di fronte l’esercito dello Stato Islamico. Era una finzione, perché sappiamo chi lo sosteneva, ma evitava il contatto diretto con le forze occidentali che erano già sul terreno ma invisibili, sotto forma di servizi segreti. Adesso il rischio è di un confronto militare diretto tra Russia e Stati Uniti, Russia e Francia , Russia e Gran Bretagna”.
Come risponderà Putin? “Non so. Mi pare chiaro che non potrà abbandonare la Siria. Tra l’altro la Russia è sul campo per diretta richiesta da parte del governo legittimo di Damasco, mentre tutti gli altri stanno occupando il territorio siriano in aperta violazione di tutte le norme internazionali. Nulla li legittima. È una operazione di aggressione”.
Tira una brutta aria. “E non riguarda solo la Siria. La NATO preme per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia, e le sanzioni stanno diventando asfissianti. Al punto che siamo ormai nella situazione in cui il Ministero del Tesoro americano decide della sorte dell’industria russa dell’alluminio. La ritirata di Deripashka, che ha perduto la maggioranza azionaria della sua impresa a Londra, è un segnale di preavviso mandato a Vladimir Putin alla vigilia della inaugurazione del suo quarto mandato. La guerra ibrida è in pieno sviluppo”.
Posso scrivere le sue riflessioni, Mikhail Sergeevic? “Ti ho telefonato perché tu le scrivessi”.