I NUOVI SCHIAVI DELL’AGRO PONTINO

DI SIMONA CIPRIANI
Anche se le condizioni di vita e di lavoro sono leggermente migliorate dopo la manifestazione del 18 aprile del 2016 cui parteciparono oltre 4000 lavoratori agricoli Sikh dell’Agro Pontino, non si può e non si deve calare il sipario sulla questione che pone molteplici spunti di riflessione riguardanti la sicurezza e lo sfruttamento del lavoro, la riduzione in schiavitù, il caporalato connesso alla criminalità organizzata italiana e non, lo spaccio di stupefacenti, l’integrazione e non ultimo il solito gravissimo problema dell’immigrazione clandestina incontrollata.
Problematiche comuni a molte comunità impiegate in diverse attività lavorative ma che riguardano, in particolare, coloro che sono occupati come braccianti agricoli.
I Sikh sono una comunità politico-religiosa dell’India, proveniente dalla regione del Punjab. La comunità ha origini antichissime e nacque con la volontà di riunire religiosamente le popolazioni di fede musulmana con quelle di fede indù sotto un unico Dio che non potesse essere rappresentato iconograficamente rifiutando, al contempo, la distinzione della società in caste.
Quella che in origine era una semplice setta religiosa nei secoli si è poi trasformata in un’organizzazione politico-militare-religiosa che riuscì a raggiungere una propria unità nazionale, successivamente decaduta prima sotto la colonizzazione britannica poi con la spartizione del territorio tra India e Pakistan.
La religione Sikh deriva in gran parte dall’induismo, è monoteista e crede nella reincarnazione e nella legge del karma.
I Sikh sono d’indole mite e gioviale ma non bisogna dimenticare che si tratta di un popolo guerriero che si è impegnato in lunghi anni di lotta per la propria autonomia contro il governo indiano, sfociata spesso in sanguinosi attacchi terroristici.
La comunità Sikh italiana è numerosa, si contano quasi 150mila persone ma i numeri non sono precisi, occupate per la maggior parte come braccianti agricoli e operai della grande industria metallurgica e alimentare, da nord a sud, lungo tutta la Penisola. È una comunità silenziosa e pacifica, poco presente nelle grandi città, con forti concentrazioni nelle zone agricole e in quelle industriali dell’Italia settentrionale.
I Sikh residenti nel nostro Paese si prestano alle attività più faticose e meno retribuite che, generalmente, gli italiani si rifiutano di fare, o meglio, si rifiutavano di fare quando ancora crisi e scelte politiche sbagliate non avevano portato la disoccupazione e la povertà ai livelli che conosciamo oggi.
La mansuetudine che li contraddistingue e le rigide regole religiose rendono il tasso di criminalità nell’ambito della comunità molto vicino allo zero ma particolarmente vulnerabile allo sfruttamento a causa della scarsissima integrazione, all’isolamento sociale e culturale e alla difficoltà nell’apprendimento della lingua italiana che non permette loro un’efficace conoscenza delle normative che regolano il mondo del lavoro, dei diritti dei lavoratori, dei servizi socio sanitari.
La grande comunità che si è stabilita nell’Agro Pontino è per la maggior parte, anch’essa, dedita al lavoro dei campi.
Le 20.540 imprese agricole presenti nella provincia di Latina rappresentano l’1,3% delle aziende italiane e il 21% di quelle laziali con una produzione che, nel 2015, ha rappresentato il 2,2% delle esportazioni del settore agricolo italiano e il 53,7% di quello regionale con un trend in continua crescita.
Insomma, un vero e proprio comparto strategico cui contribuiscono in modo significativo lavoratori agricoli di diverse etnie in particolare appartenenti alla comunità Sikh.
Un’indagine condotta e poi denunciata dal sociologo, giornalista e fondatore dell’associazione In Migrazione Marco Omizzolo ha messo in luce le condizioni in cui molti dei braccianti impiegati in alcune aziende agricole dell’Agro Pontino sono costretti a svolgere il loro lavoro. Condizioni di sfruttamento che rasentano la riduzione in schiavitù: chinati nei campi anche per 12/14 ore al giorno pagate in media 3,00/4,00 euro l’ora a fronte degli 8,26 previsti dal contratto nazionale, nessuna protezione dalle sostanze velenose usate in agricoltura, niente pause né ferie.
Esseri umani, di là del colore della pelle, facili prede del caporalato che ha in mano il reclutamento della manodopera, è colluso con le mafie locali e non, oltre che con le organizzazioni che gestiscono l’immigrazione clandestina.
La piaga del caporalato è parte di un ingranaggio complesso che si sviluppa su piani diversi in una catena che arriva fino al datore di lavoro e s’infiltra facilmente nei tessuti sociali fragili e bisognosi.
La debolezza degli appartenenti alla comunità Sikh, scarsamente integrata e con il grosso handicap della non padronanza della lingua è una ricca fonte di materiale umano da avviare allo sfruttamento.
Il lavoro offerto è massacrante pochi minuti di riposo, in estate sotto il sole cocente e in inverno all’interno delle serre.
Molti braccianti sono costretti a fare uso di stupefacenti per sostenere ritmi disumani: oppiacei e metamfetamine circolano in quantità rilevanti, talvolta forniti dagli stessi caporali che oltre a lucrare sulle paghe per il 50% guadagnano anche sulla fornitura degli alloggi fatiscenti in cui molti braccianti vivono.
La rete che gestisce il sistema è estremamente organizzata rappresentando non un semplice lavoro in nero di sfruttamento estremo ma un vero e proprio “sfruttamento a tempo indeterminato” come viene definito in una relazione della comunità diretta da Omizzolo.
Infatti alcuni braccianti risultano regolarmente assunti ricevendo una busta paga che, però, riporta solo una parte delle giornate lavorative realmente offerte.
L’elusione dei controlli è affidata agli stessi lavoratori, che vengono istruiti sulle vie di fuga in caso di arrivo delle forze dell’ordine o delle istituzioni preposte.
La fedeltà, per evitare denunce o anche semplici confidenze, è assoluta, mantenuta con minacce al licenziamento che colpiscono anche le famiglie, addirittura fino al Paese di origine, ricordando, nei modi e nei metodi, pratiche tipicamente mafiose.
Il reclutamento della forza lavoro oltre che sul posto si avvale di un sistema internazionale di intermediazione che opera nei Paesi d’origine favorendo l’immigrazione clandestina oltre la fornitura di documenti di soggiorno falsi ottenuti grazie ai favori di italiani conniventi.
Grazie al lavoro e al sostegno offerto da persone come Marco Omizzolo che si sono prodigate per anni all’interno di queste comunità fortemente emarginate anche per le proprie abitudini culturali estremamente radicate, tra i nuovi schiavi del XXI secolo, si sta diffondendo la volontà di affrancamento che si traduce in forme di protesta come quelle del 2016.
Tuttavia sarebbe un grave errore generalizzare la situazione. Le aziende virtuose fortunatamente esistono e subiscono gravissimi danni di concorrenza sleale che provoca ulteriori difficoltà, in questi tempi di crisi, agli imprenditori onesti capaci di coniugare legalità, qualità ambientale e produttiva; lo sfruttamento dei braccianti e il caporalato sono parte di un sistema illegale diffuso ma gestito da gruppi ristretti.
L’unione delle sinergie tra realtà imprenditoriali virtuose, l’azione d’informazione e sostegno ai lavoratori fornita dalle associazioni e le azioni repressive operate dalle forze dell’ordine non bastano, però, ad arginare il problema.
È l’intervento della politica che, attraverso la realizzazione di servizi pubblici, politiche d’integrazione ed inclusione ed una lotta reale al caporalato, riconducendo il reato all’interno del 416bis (reato di associazione mafiosa), che potrà fornire risposte efficaci alla gravità della situazione.
Il problema non può e non deve essere riportato unicamente alla comunità Sikh che ne rappresenta la punta estrema.
Infatti, in una relazione dinanzi alla Commissione bicamerale antimafia, lo stesso Omizzoli ha definito il fenomeno come un “modello che non può essere circoscritto in uno spazio territoriale né può essere settorializzato in un ambito specifico del mercato del lavoro o etnicizzato (ossia riguardante solo una particolare etnia, cultura o area di origine, come i nord-africani, i sud-americani, gli indiani, i bangaldesi) né considerarto circoscrivibile nell’ambito della sola cittadinanza ( esso non riguarda solo i migranti o i non comunitari ma anche decine di migliaia di lavoratori italiani ed europei)” ed è di fondamentale quanto urgente importanza il “ritorno al collocamento pubblico del lavoro così da superare ogni forma di intermediazione illecita nonché sistemi di reclutamento e tratte internazionali”.