M5S: I SETTE SORDI E CUPI RINTOCCHI DELLA CAMPANA FRIULANA

DI CARLO PATRIGNANI

Sette sordi e cupi rintocchi della campana friulana sono suonati per il Movimento Cinque Stelle, messo all’angolo da chi voleva mettere all’angolo: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, i protagonisti del patto del Nazareno.

Finito almeno momentaneamente fuori gioco si è visto costretto a invocare il ricorso alle urne, ma non a giugno, molto più realisticamente in autunno: evento che il paese non si merita, ha avvertito il numero della Cgil, Susanna Camusso.

Beninteso, non sono i sette sordi e cupi rintocchi suonati in Friuli Venezia Giulia quelli di una campana che suona a morto ma, senza immediati e coraggiosi correttivi di linea, potrebbero diventarli.

Trattasi di un avvertimento, da non sottovalutare, di qualcosa di serio che non ha funzionato o che si è rotto nel rapporto tra il Movimento e gli elettori: 17 punti in meno – dal 24,6% delle politiche al 7,1% delle regionali – o 13 se ci si rifà all’11,6% raccolto dal candidato governatore.

In poco più di due mesi, tra il 4 marzo e il 29 aprile, il Movimento ha perso 139.514 voti sulla lista e 106.524 voti sulla candidatura del governatore: sono tanti, tantissimi.

Già nell’Ohio Molise un piccolo, ma significativo, segnale, non delle dimensioni friulane, era emerso: 6 punti in meno tra le politiche (44,7%) e le regionali (38,5%).

Quanto meno si è davanti a un indietreggiamento e comunque a un rallentamento rispetto all’exploit del 4 marzo.

Improvvisamente, nel pieno delle logoranti esplorazioni dovute per la formazione del governo, a quasi sessanta giorni dal terremoto elettorale che ha colpito al cuore – anche in Italia – il sistema della democrazia rappresentativa, risuonano sette sordi e cupi rintocchi della campana friulana.

E volendo la sera stessa del voto in Friuli, il senatore Matteo Renzi, il deus ex machina del Pd, con cui il M5S aveva gettato le basi per l’avvio di un confronto ricercato, spentosi il forno con il centro-destra, ha scandito a Che tempo che fa di Fabio Fazio sull’ammiraglia della Rai, il non possumus al sostegno parlamentare di un governo a cinque stelle e meno che mai a un governo Pd-M5S: governi chi ha vinto le elezioni.

Il sogno di una notte di mezza primavera del Premier in pectore Luigi Di Maio è evaporato, bruciato sul nascere dai protagonisti del patto del Nazareno: Di Maio è finito, allora, come quei suonatori che andarono per suonare e ritornarono suonati?

Forse sì, forse no: di certo lo scettro di Premier in pectore si è rovinato, consumato, non brilla più, come il day after del terremoto elettorale e non solo per colpa dei protagonisti del patto del Nazareno che, dalle rispettive fortezze, hanno continuato a lanciarsi messaggi d’amore.

La politica – e il Premier in pectore lo dovrebbe aver imparato sulla sua pelle – nonostante il terremoto elettorale, resta tuttora più sangue e merda che contratti di governo tra politici gentiluomini che, come si suol dire, hanno a cuore il buon funzionamento delle istituzioni nell’interesse unico degli elettori: la politica, finchè non sarà riformata in toto, non pretende la morale, cioè valori universali, ma la governabilità, ossia il potere per il potere.

Non si può dire, ridire, ripetere il mantra: non siamo nè di desta nè di sinistra e candidare a governatore del Friuli Venezia Gliulia un bravo, anzi bravissimo ricercatore approdato di recente al Movimento ma in passato militante della vecchia Alleanza Nazionale: l’originale si fa quasi sempre preferire al griffato!

E se il sogno di una notte di mezza primavera conteneva anche la prospettiva di rifare la vecchia democrazia cristiana – il grande partito di centro che visse per tutta la Prima Repubblica attingendo ai forni di sinistra, centro e destra – beh, anche questo sogno è svanito per esser irreale: quel posto è già occupato, da tempo, proprio dai protagonisti del patto del Nazareno che, senza squilli di trombe e rulli di tamburo, lavorano, forse, a un movimento tipo La Repubblique En Marche dell’enfant prodige Emmanuel Macron.

Resta una prateria enorme sul lato opposto – a sinistra – da seminare e coltivare intensivamente per colmare un vuoto culturale e di pensiero: qui a sinistra ci sono molte più probabilità di dar vita a un originale rassemblement: o una sorta, per restare alla Francia, di Epinay o, guardando al Regno Unito, a una rivoluzione stile Corbyn che sta trasformando il vecchio Labour Party blairiano, per l’improvviso Youthquake (terremoto culturale, politico, sociale, creato dai giovani) in un Movimento a cinque stelle rosse.

Difficile dire se il Premier in pectore degasperiano che ha, ironia della sorte, come il suo Napoli con l’improbabile scudetto, solo accarezzato il portone di Palazzo Chigi, sia la persona giusta per lanciare senza indugi la grande scommessa a sinistra, ultima chance per salvare il Paese dal pericoloso incubo lepinista della Lega e riformare un Paese collassato.

Sarebbero, forse, più adatti altri cinque stelle come Roberto Fico o Alessandro Di Battista pure per accogliere l’invito della Camusso rivolto sia al M5S che al Pd: abbiate il coraggio di usare le finestre di dialogo che si sono aperte, di guardare ai programmi, di mettere al centro il lavoro: il Paese non si merita di andare a elezioni anticipate.