CARO RENZI, FACCIA COME CAMERON: ABBANDONI LA POLITICA

DI LUCIO GIORDANO

“Non usiamo pretesti per rompere”, avverte Matteo Renzi. Frase rivolta ai non renziani in vista della direzione Pd delle 15  di oggi. Ma davvero dice, l’ex sindaco di Firenze? Fa sul serio o vuole prendere in giro gli altri dem, l’ex presidente del consiglio ? Perchè una cosa è chiara ormai a molti: quello che ha rotto l’unità del partito, già scosso in passato da altre rotture, è stato proprio lui domenica scorsa, con un’intervista senza contraddittorio nel programma di Fabio Fazio. Nei giorni di un possibile accordo M5s- Pd, senza consultare nessuno, è andato in tv e ha parlato a nome di un intero partito e non a titolo personale, da semplice senatore della repubblica, di quel senato che avrebbe voluto abolire. Inutile nasconderlo: il fatto in sè è gravissimo e l’alzata di scudi di tutto il Pd non renziano ne è  la chiara dimostrazione.

Insomma,  l’ex segretario del pd ha spaccato scientemente, e ancora di più, il partito. E non si può a questo punto non dare ragione a quanti sostengono che Renzi sia stato chiamato proprio per distruggere i dem. Berlusconiano di ferro, aveva varato a colpi di fiducia insieme  con i sodali della Lega nord e di Forza Italia, una legge elettorale buona per far governare Renzi e Berlusconi. Ma gli elettori hanno votato male, molto male. Con il 33 per cento non ci sarebbero stati voti a sufficienza per un esecutivo degno di questo nome. Ed ecco le strategie ottuse di una intera  classe politica da gettare direttamente nel w.c. che hanno fatto perdere due mesi al Paese. L’Aventino dei renziani, atto ai limiti dell’eversione, in un sistema semi proporzionale dove si dovrebbe dialogare, l’odio e la riappacificazione dei due finti alleati della destra radicale e della silente e frastornata  segretaria di Fratelli d’Italia, gli imperdonabili errori strategici dei 5 stelle e l’appassirsi lento ed inesorabile della sinistra di Leu.

Tutto questo, per carità,  ha contribuito a chiudere la possibilità di qualsiasi accordo tra i partiti, ma l’atteggiamento di Renzi non ha giustificazioni. E se si può comprendere l’atteggiamento del lepanista e xenofobo Salvini, che si gode prima di un sicuro crepuscolo il proprio quarto d’ora di celebrità (frutto di una sbandata mediatica, quasi peggiore di quella che accompagnò l’ex sindaco di Firenze), se si può capire la difesa ad oltranza del potere e delle aziende dell’ex cavaliere ad un passo dall’inevitabile resa, non si comprende il comportamento di Renzi.

Un documento dei renziani “contro la conta interna” è qualcosa di mai visto. Andrea Orlando, che su facebook ha scritto un post sarcastico sulla posizione renziana, ha perfettamente ragione. Siamo alla illogicità politica, siamo ai sotterfugi e ai bazooka, ed è chiaro che invece, nella direzione di oggi,  la cosa più saggia da fare sarebbe quella di votare sì al mandato del reggente Maurizio Martina, da estendere fino all’assemblea nazionale. Non tanto sull’accordo con i 5 stelle , che ormai, ‘grazie’ all’intervista tv di Renzi di domenica scorsa è inesorabilmente saltato, ma per preservare il dialogo interno. Cosa che Renzi non ha evidentemente nessuna intenzione di preservare. L’ex premier, e con lui Calenda,  è scattato in piedi appena ha subodorato il rischio che le due formazioni politiche trovassero un accordo di governo. E’ entrato in fibrillazione quando ha capito che, nel caso, a quel punto i renziani non avrebbero più avuto la possibilità di inventarsi  l’incidente, per andare verso la parte politica a cui Renzi guarda con più interesse, quella cioè della destra radicale e lepinista. Prima di Fazio, ha rischiato insomma di ritrovarsi fuori da tutti i  giochi, salvandosi in corner. Ed è per questo che ora non vuole la conta interna, ed è per questo che non vuole che il reggente Martina arrivi in autonomia fino all’assemblea nazionale.

James Cameron, in condizioni analoghe,dopo la sconfitta nel referendum della Brexit e dopo altri disastri, si è ritirato dalla politica inglese. L’ex ex ex Renzi, che ha perso tutte le elezioni che era possibile perdere ( tranne le europee), che con le sue scelte  divisive ha distrutto un partito che considera cosa sua,  non intende invece mollare. Sogna ancora un partito alla Macron, che inglobi i voti di Forza Italia, come in fondo gli suggerisce per strade diverse Iva Zanicchi. Ma l’ex segretario del Pd non ha capito che per lui ormai è tardi. Tardi per tutto. In verità gli resterebbe solo una resa onorevole: abbandonare  per sempre la politica italiana. Ma prima, secondo molti, deve completare il lavoro iniziato: distruggere l’ex partito progressista più forte d’Europa. Nella direzione di oggi capiremo. Se ci sarà un’altra probabile scissione, Matteo da Rignano sull’Arno potrà finalmente riposarsi e  ricevere gli applausi di tutta la destra liberale, populista e xenofoba. Altro che corridoio: la mucca del male assoluto, la destra reazionaria, a quel punto si sdraierebbe  direttamente  nel lettone dei progressisti italiani. E sarebbero cazzi amari per tutti.