L’AMBIENTE? LO DIFENDONO LE DONNE

DI SILVIA GARAMBOIS

– Nobel verde a sei attiviste che non hanno avuto remore a scontrarsi con il potere e con gli affari del potere. E a lottare contro un modello economico che porta all’aggressione e alla distruzione del territorio e dei diritti delle persone e delle comunità
“Cambieremo un modello economico di morte, per darci modo di costruire un modello economico che garantisca la vita”: la pasionaria colombiana Francia Marquez ha commosso l’uditorio – dicono le cronache – al ritiro del “Nobel per l’ambiente”, il premio istituito del filantropo californiano Richard Goldman, che rappresenta non solo il massimo riconoscimento internazionale per l’attivismo ambientale, ma che serve a dare visibilità alle campagne dei premiati in difesa dell’ambiente.
E la storia di Francia è davvero una storia da “Nobel”: in un Paese dove la situazione sociale è sempre molto critica, questa donna è la leader di una comunità che ha vinto la battaglia contro le attività minerarie illegali di estrazione dell’oro lungo il fiume Ovejas, che avevano inquinato con il mercurio le acque. Ottanta donne si sono messe in marcia con lei dalle montagne di Suarez, hanno attraversato il Paese per 350 chilometri, fino a Bogotà, per chiedere la chiusura delle miniere; e di fronte al silenzio del governo hanno manifestato in strada per 22 giorni, fino a ottenere finalmente l’intervento contro i padroni delle miniere. Peccato che, nonostante la sua comunità abiti accanto a una centrale idroelettrica, nelle case non ci sia elettricità: così non hanno potuto seguire la cronaca della premiazione, il discorso con cui Francia chiedeva la libertà per le leader e i leader sociali della Colombia in attesa di giudizio…
Ma sono sei le donne, quest’anno, sul podio del “Nobel verde”: sei donne e un uomo. E tutte con grandi storie. La battaglia di Makoma Lekalakala e Liz McDaid contro la costruzione di centrali nucleari russe in Sudafrica, due donne – una nera e una bianca – che sono riuscite a mobilitare il Paese, con marce e sit-in, contro un affare internazionale a molti zeri: e alla fine a ottenere che l’Alta Corte annullasse l’accordo tra i due Paesi. La scienziata vietnamita Khanh Nguy Thi, che ha dato vita a un network di organizzazioni per un’energia pulita, e avuto un ruolo determinante per portare il suo governo a ridurre la dipendenza dal carbone a favore delle energie rinnovabili. L’americana Lee Ann Walters che ha denunciato l’inquinamento da piombo dell’acqua potabile nel suo paese nel Michigan (una storia che ricorda il film “Erin Bronckovich”, con Julia Roberts: anche là una donna a dimostrare l’inquinamento delle falde, contro i tentativi di insabbiamento del problema). La francese Claire Nouvian che si è battuta contro la pesca a strascico negli oceani. E infine l’unico uomo, il filippino Manny Calonzo, che è riuscito a far mettere al bando le vernici a piombo nel suo Paese.
Per carità, non vogliamo cadere nella trappola della facile considerazione che la “cura” del mondo se la addossano soprattutto le donne: però loro, in effetti, sono (quasi) tutte donne. Donne che non hanno lottato sole, ma hanno avuto la capacità – da pasionarie o da scienziate – di coinvolgere popolazioni e organizzazioni, per raggiungere lo scopo.
E che in alcuni casi – come in Colombia e in Sudafrica, ma persino nel Michigan – non hanno avuto remore a scontrarsi con il potere e con gli affari del potere e a lottare contro un modello economico che porta all’aggressione e alla distruzione del territorio e dei diritti delle persone e delle comunità.