“NON CI PIACI PERCHE’ NERA!” QUANDO IL COLORE DELLA PELLE ALZA MURI

DI ANNA LISA MINUTILLO

Non propriamente un esempio di rispetto per il prossimo quello accaduto a Fatima Sy, 40enne senegalese da 15 anni in Italia, dopo il periodo di prova in una casa di riposo di Senigallia (Ancona). Impegno, dedizione ed anche un buon rapporto di fiducia quello che Fatima è riuscita ad instaurare con gli anziani residenti nella casa di riposo. Un periodo di prova al quale mancava solo la stipula del contratto, gli ospiti la chiamavano per nome e tutto sembrava andare per il verso giusto, ma la conclusione è arrivata come un fulmine a ciel sereno : “Non piaci perché sei nera”. “Non puoi lavorare qui perché il colore della tua pelle infastidisce alcuni anziani”. Questo è quanto dichiara Fatima, qualcosa che la lascia oltre che stupita, disorientata, poiché non era proprio l’esito che aveva immaginato.
Fatima Sy, madre di due bimbi che vivono in Senegal, in questo lavoro ci credeva, anche perché avrebbe rappresentato un modo concreto per aiutare la crescita dei suoi bimbi oltre che la sua a livello personale e professionale.
Racconta Fatima : “mi hanno chiesto la documentazione per stipulare il contratto. Poi mi hanno detto che non si poteva fare e non per questioni lavorative, ma per il colore della mia pelle che, a loro dire, avrebbe infastidito alcuni anziani”.
La struttura smentisce la motivazione razzista, ma di fatto ha preferito non confermarla nell’assistenza alla casa di riposo preferendo spostarla in futuro in un ambiente meno ostile.
Una sorta di “favore personale” che però costa caro perché se si viene allontanati dal lavoro, svolgendo in modo corretto le proprie mansioni, adducendo questa come motivazione allora possiamo semplicemente riconoscere che ancora qualcosa non va e continua a non funzionare nel modo giusto in questo paese.
Secondo quanto dichiarato da Fatima: “qualcuno non si è comportato in modo leale poiché inizialmente dovevano essere due giorni di prova non retribuiti, poi ne ho fatti altri due al termine dei quali mi hanno chiesto la documentazione per stipulare il contratto. Poi mi hanno detto che non si poteva fare e non per questioni lavorative”.
La prova andava avanti da alcuni giorni e l’esito era più che positivo. A piacere erano stati non solo il suo modo di lavorare ma anche il suo atteggiamento nei confronti degli anziani, ma probabilmente questo non si è rivelato sufficiente per far si che Fatima venisse assunta.
Paola Fabri, presidente della Cooperativa Progetto Solidarietà fornisce una visione differente e sottolinea : “ non avevamo promesso alcun contratto. Non avendo la qualifica di operatrice socio-sanitaria e non avendo mai lavorato con noi, era stata solo affiancata al personale per vedere se era idonea a svolgere determinate mansioni all’interno della casa di riposo. Saputo dei commenti – aggiunge – abbiamo pensato che quell’ambiente non fosse l’ideale per lei. Avremmo provato altre soluzioni in base alle esigenze della cooperativa e delle realtà con cui collaboriamo”.
Dichiarazioni e contraddizioni poiché Fatima sembrerebbe essere un OSS e non una persona qualunque, da affiancare al personale qualificato, soprattutto essendo chiamata poi a svolgere mansioni particolarmente delicate, quali appunto la cura degli anziani.
Una soluzione, non soluzione: allontanare per evitare non risolve comunque il problema del razzismo di cui la casa di riposo non vuol sentir parlare.
Fatima non ci sta: “Quando sono andata lì, non ho mai ricevuto alcun tipo di commento razzista, anzi dopo soli quattro giorni gli anziani mi riconoscevano e mi chiamavano per nome”.

Anziani che si lamentano ma che inevitabilmente con le loro lamentele, con insulti e dileggi rivolti alla 40enne, accendono il dibattito sulle difficoltà che i migranti possono trovare anche svolgendo lavori perfettamente regolari.
Anche i nostri anziani sono esposti al clima di odio che continua ad imperversare nel nostro “civile” paese, ma non si possono non condannare atteggiamenti di questo tipo che sfociano nel razzismo, se a metterli in atto sono proprio le persone che con la loro età e la saggezza acquisita nel corso degli anni, avrebbero dovuto ben comprendere quanto valga il rispetto per il prossimo che va ben oltre il colore della pelle. Ennesima testimonianza di quanto ancora ci sia da fare in questo paese dove troppo facilmente si giudica additando chi non si conosce, proprio in un momento storico in cui tanto si parla di temi come il bullismo, il razzismo e la violenza rivolta alle donne.
Sarebbe stato altrettanto grave se “a fare la differenza” non fosse stato il colore della pelle ma magari un aspetto che usciva dagli schemi, un modo di essere “appariscente”, oppure qualche tatuaggio in più.
Tutti aspetti che poco hanno a che fare con la professionalità ed i modi garbati di fare.

Triste vedere quanto poco l’esperienza a volte insegni.