TREGUA NEL PD, FIDUCIA A MARTINA

DI GIORGIO DELL’ARTI

Il Pd è spaccato, ma non lo fa vedere, grazie a un bel lavoro preliminare dei renziani che hanno chiuso in bellezza la settimana cominciata con l’intervista di Renzi a Fabio Fazio.

Sentiamo. Anzi no: se il Pd non fa vedere di essere spaccato, come facciamo a sapere che è spaccato?
Perché sappiamo che le varie correnti possono sempre essere riunite in due raggruppamenti: i renziani e gli antirenziani. Gli antirenziani si qualificano perché negano a Renzi il diritto di andare, per esempio, da Fazio, a dire quello che pensa. Una posizione, se ci riflette, assurda, e infatti Matteo Richetti, che non ha firmato il documento renziano dell’altra sera (perché divisivo), ha spiegato ieri che non si puà impedire a Renzi di andare a parlare in televisione dato che i vari salotti televisivi sono pieni di esponenti del Pd che dicono qualunque cosa. L’esponente più autorevole degli antirenziani è il ministro dei Beni culturali, e autore di romanzi, Dario Franceschini. Egli ha parlato ieri dalla tribuna della direzione e ha detto questo: «Abbiamo immaginato di iniziare a percorrere la strada del confronto con i grillini che non portava automaticamente a un accordo di governo. L’intervista di Matteo Renzi ha interrotto questo percorso per il peso numerico e politico che ha. Tanto che 10 minuti dopo Di Maio ha detto ’dialogo chiuso’. Ci saremmo dovuti arrivare dopo un confronto». Tipicamente antirenziano: sappiamo che sei forte, ma se adoperi la tua forza sei antidemocratico.

Lei è un renziano sotto mentite spoglie.
No, ma come già accadeva prima della scissione di Bersani e D’Alema, vedo che i nemici di Renzi hanno il fiato più corto di Renzi, s’attaccano ad argomentazioni speciose, si direbbero quasi accecati dall’avversione verso il fiorentino. Martina, nei colloqui con i grillini che hanno preceduto l’intervista di Fabio Fazio, sapeva benissimo di non avere spazio politico per fare i discorsi possibilisti che faceva. Renzi l’ha semplicemente richiamato all’ordine. Non avrebbe potuto fare diversamente.

Come hanno fatto a nascondere la spaccatura?
Semplicemente votando tutti uniti la relazione del reggente Martina, che è quindi passata all’unanimità. I termini di questa relazione erano stati stabiliti con Martina dai renziani prima che la direzione cominciasse. I termini erano quelli del documento fatto girare l’altro giorno da Lorenzo Guerini e firmato dalla maggior parte dei parlamentari: nessuna possibilità di un governo con i cinquestelle, nessuno appoggio a un governo del centrodestra, apertura verso le iniziative del Quirinale per sbloccare la crisi, sì a una fiducia nel reggente Martina che condurrà il partito fino all’assemblea in cui si deciderà se andare a un congresso o eleggere direttamente un nuovo segretario, che sarà evidentemente un renziano di ferro, se non lo stesso Renzi. Renzi ieri ha fatto il senatore semplice e non ha parlato. La data dell’assemblea non è stata fissata. In ballo c’è soprattutto il potere di formare le liste per le prossime elezioni. Renzi è forte nei gruppi, i suoi nemici vorrebbero togliergli o intaccare proprio quel primato.

Novità sul governo?
Mattarella ha convocato tutti per lunedì. Venti minuti di tempo per ciascuno, cominciando dal Movimento 5 stelle, alle 10, e finendo in serata con i presidenti di camera e senato. Il centrodestra si presenterà unito. Uno o due giorni di tempo e il presidente prenderà una decisione. Le ultime voci dicono che le elezioni sono escluse, perché non si fa più in tempo per giugno. Rimandare Gentiloni alle camere, farlo sfiduciare e lasciare che poi sia lui a gestire la finanziaria che deve salvarci dall’aumento dell’Iva e la nuova legge elettorale? Improbabile. L’ipotesi più forte è un incarico istituzionale alla Elisabetta Alberti Casellati, chiamata in causa non perché berlusconiana, ma perché presidente del Senato. In quanto comunque berlusconiana sarebbe difficile per Salvini non votarla e in quanto istituzionale potrebbe prendere i voti – o l’astensione – anche del Pd. Starebbe in piedi. Di Maio, rifugiandosi all’opposizione, potrebbe cercare di far dimenticare le brutte figure di questi 50 giorni, sancite dal flop friulano.

Salvini non insiste per far lui il governo?
Sì, l’ha ripetuto anche ieri attaccando l’Unione europea colpevole di aver presentato un bilancio che toglie quasi due miliardi agli agricoltori italiani. I forzisti gli hanno dato una mano sostenendo (Romani) che non si può andare alle elezioni dopo appena due mandati esplorativi