ETA ULTIMO ATTO. SI SCIOGLIE IL GRUPPO BASCO CHE RIPUDIA LE PRATICHE TERRORISTICHE PASSATE

DI ALBERTO TAROZZI

Eta, ultimo atto. E’ da poco stata resa pubblica la dichiarazione dell’Eta relativa a un suo scioglimento. La dichiarazione è stata resa nota da un comitato internazionale che da tempo si è preso cura di un’opera di riconciliazione volta a chiudere per sempre la stagione sanguinosa di un gruppo, ormai quasi tutto rinchiuso nelle carceri spagnole e francesi, che ha rappresentato il separatismo basco nelle sue espressioni più violente

Storicamente le azioni dell’Eta avevano assunto, in passato, aspetti cruenti, di vero e proprio terrorismo, con attentati che avevano procurato morti anche tra la popolazione civile, estranea a chi poteva costituire un obiettivo delle operazioni militari del gruppo.

Negli ultimi anni l’Eta aveva progressivamente assunto una posizione sempre più autocritica sul proprio passato. Da un’ipotesi di tregua (2006) a una dichiarazione di conclusione delle azioni armate (2011), fino alla segnalazione dei luoghi in cui reperire i propri armamenti (un anno fa).

A rappresentare il Comitato (International Contact Group) l’avvocato sudafricano Brian Currin, ma numerose sono le personalità di rilievo che vi hanno collaborato, come esponenti del mondo cattolico (ad esempio il cardinale di Bologna Matteo Zuppi), a ricordare che le radici dell’Eta hanno trovato nutrimento nel secessionismo basco di orientamento cattolico fin dagli anni 50
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Alla dichiarazione unilaterale di scioglimento dell’Eta non sono seguiti però segnali di ammorbidimento da parte del governo spagnolo di Rajoy, che anzi ha tenuto a precisare che nulla cambierà nei confronti dei terroristi in carcere. Da notare invece che, da parte del governo francese (l’Eta si rivolge non solo alla regione basca spagnola, ma anche a quella francese, oltre alla Navarra), qualcosa si era mosso: alcuni esponenti dell’Eta avevano infatti ottenuto il trasferimento in carceri più prossime ai loro luoghi di origine e ai loro familiari.

Molta prudenza, quando non scetticismo, ha peraltro contraddistinto i comportamenti di altre parti in campo. In particolare, l’associazione dei familiari delle vittime ha sottolineato che dalle ultime dichiarazioni dell’Eta, che sconfessano definitivamente la lotta armata per decretare il passaggio a una molto più sfumata “ostilità” contro i poteri istituzionali, emergono scuse nei confronti dei parenti delle vittime non soddisfacenti.
Paiono cioè rivolte alle sole vittime occasionali, riservando così a chi ricopriva una carica politica o militare il ruolo di vittima di una guerra tra l’Eta e lo Stato. Alle riserve esplicite dei parenti delle vittime si accompagnano quelle più larvate di alcuni vescovi baschi, che pur non criticando le azioni del Gruppo di contatto dichiarano la propria estraneità all’iniziativa.

Currin ha lamentato l’assenza dei parenti delle vittime e del governo spagnolo alle iniziative del Gruppo di contatto, ma forse era inevitabile che, almeno in questo primo momento, tardasse a verificarsi una sia pur minima apertura, verso un movimento che nell’arco di 60 anni, se ne consideriamo la fondazione, o comunque di oltre 40, se consideriamo gli anni della lotta armata con un periodo (1974-1992) di atti terroristici “nel mucchio”, ha prodotto oltre 800 morti e feriti a migliaia, con forti perdite nella popolazione civile.
Poco conta che l’attentato che più viene ricordato, anche se relativamente meno sanguinoso di altri, sia stato quello di cui rimase vittima un delfino di Francisco Franco (Carrero Blanco), che venne fatto saltare per aria mediante esplosivo depositato in un tombino nel 1973, in tempi in cui l’opposizione al governo veniva assassinata legalmente mediante strangolamento (la famigerata “garrota”).

La domanda che ci si pone, lecita dal punto di vista politico, al di là del giudizio morale che si possa dare sulle sanguinose azioni dell’Eta, è se le cose si fossero potute concludere prima.
In effetti già nel 2006, dopo che negli anni del governo Aznar le azioni violente erano apparse incontenibili, si era avuta una breve tregua, ma un’ala più intransigente del gruppo vi aveva presto posto fine con un attentato. Si trattò comunque di un pezzo di storia dai risvolti inquietanti per molteplici aspetti.

Già sul finire degli anni 90 alcuni terroristi avevano apparentemente preso le distanze dall’Eta e nel frattempo si era configurato un partito di massa di sinistra, Batasuna, che secondo alcuni avrebbe potuto costituire un elemento di mediazione col partito armato e che secondo altri rappresentava solamente il braccio politico dei terroristi.

Questo aveva già condotto nel 2003 alla messa fuori legge di Batasuna da parte del Governo di centrodestra, al processo e all’incarcerazione, nel 2009, di Arnaldo Ortegi, confluito in Batasuna dopo un’esperienza estremista. Ortegi, uscito dal carcere nel 2016, aveva invece sempre dichiarato una sua funzione di mediazione coi terroristi al fine di porre termine allo spargimento di sangue, ma non venne creduto anche se alcune voci si levarono contro la messa fuori legge del partito e contro la sua incarcerazione.
Non a caso, in quegli anni, mentre il parlamento spagnolo aveva iniziato nell’agosto 2002, sia pure in assenza di un totale consenso, un processo per giungere alla dichiarazione di illegalità del Batasuna, in Francia, Batasuna era rimasto ancora un partito legale, e in tale Paese avrebbe spostato la sua sede,
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Al momento della sua uscita dal carcere anche alcuni di coloro che aveva perseguito e osteggiato Ortegi riconobbero che fosse giusto porre termine alla sua detenzione.
Tra questi la figura forse più controversa del panorama politico giudiziario spagnolo degli ultimi anni, il giudice Baltasar Garzon: si tratta infatti di colui che aveva disposto la sospensione di Batasuna ritenendo accertati stretti rapporti intercorrenti tra il partito e l’Eta, o almeno di una sua parte, quella cui, stando alla difesa, il partito si era rivolto in cerca di una mediazione.

Ma il nome di Garzon ebbe a salire agli onori delle cronache per atti molto più clamorosi, sia sul piano interno che su quello internazionale. Più di ogni altro suo intervento fece scalpore un suo mandato di cattura contro Pinochet, nel 1998, per avere ucciso, durante il suo golpe, anche cittadini spagnoli.
Va detto che quel mandato fu del tutto ininfluente sul piano giudiziario. Inoltre, pure procurando consenso tra gli esuli cileni, non altrettanto unanime fu l’apprezzamento politico che tale scelta ricevette tra l’opposizione cilena in patria. Il gesto, in un momento in cui il dittatore era stato messo sotto accusa nel suo stesso Cile, ebbe a costituire, paradossalmente, da alimento alla mobilitazione delle destre, che stavano invece attraversando un momento di difficoltà.

Sostegno entusiastico da parte del governo di destra di Aznar, venne invece ricevuto da Garzon nei suoi procedimenti contro l’Eta e soprattutto contro Batasuna, che furono implacabili e secondo alcune fonti non sempre conformi a quel garantismo di cui Garzon si faceva portavoce: dalla illegalità di Batasuna alla incarcerazione di alcuni suoi militanti fino alla chiusura di giornali, con qualche consistente perplessità sul rispetto della libertà di stampa.
Soprattutto Garzon chiuse “Egin”, uno dei quotidiani di maggior circolazione (più di 70 mila copie) nel Paese Basco e nello stato spagnolo, ma anche una delle radio più ascoltate: “Engin irratia”. E lo fece ordinando la detenzione di vari suoi giornalisti, tra i quali il suo direttore Xabier Salutregi e la sua vicedirettrice, Teresa Toda. Per la cronaca Engin venne chiusa nel 1998. Nel 2009, i Tribunali dichiararono invece che l’attività del quotidiano non era illecita, ma non fu più possibile riaprire né il quotidiano né la radio.

Dal 2012 Garzon è stato sospeso per 11 anni, carriera finita. E’ stato riconosciuto colpevole di abuso d’ufficio e violazione dei diritti costituzionali per aver “spiato” colloqui in carcere tra avvocati e imputati in un caso relativo, questa volta, a un politico di centro destra.
Anche lui esce di scena, concludendo la sua parabola di notorietà, a suggellare la chiusura di un periodo tragico della più recente storia spagnola.