UNA RIVOLTA CONTRO IL POWERPOINT: E’ RIGIDO E NOIOSO. MEGLIO LA VECCHIA LAVAGNA

DI FRANCESCA CAPELLI

Contrordine: basta usare il PowerPoint a scuola o all’università. Non migliora la qualità della didattica, non rende le lezioni più vivaci e interattive, non stimola gli studenti, anzi li fa diventare più passivi. Meglio tornare alla vecchia lavagna, con i pennarelli o i gessetti, che alla fine si rivela più flessibile di Lim, computer e tablet.
Lo sostiene, in un articolo pubblicato sull’Independent (www.independent.co.uk/author/bent-meier-s-rensen), Bent Meier Sørensen, docente della Copenhagen Business School. L’istituto ha messo al bando l’uso dei PowerPoint tra gli insegnanti. L’accusa: bloccano la lezione su un percorso fisso, senza possibilità di deviazioni sollecitate dalle domande degli studenti.
Che a un certo punto la cosa ci sia scappata di mano, lo lasciano intuire i numeri. Secondo le stime di Microsoft, creatore del PowerPoint, ogni giorno – tra scuole, università e aziende – si effettuano nel mondo 30 milioni di presentazioni usando questo programma. E tutto questo senza reali benefici per chi assiste alla presentazione, soprattutto se non si tratta degli impiegati di un’azienda, ma di studenti e giovani in formazione. “Il PowerPoint è il male” dichiara nell’articolo dell’Independent lo statistico e designer Usa Edward Tufte, considerato il maggior esperto mondiali di infografica.
Non è così drastica Mariangela Giusti, docente di Pedagogia interculturale all’Università di Milano-Bicocca e autrice di “L’educazione interculturale nella scuola” (Rizzoli). “Il mio corso si colloca nel secondo anno di una laurea triennale”, spiega. “Ho a che fare con ragazzi poco più che ventenni, faccio lezione in aule molto grandi. Ho necessità di affiancare alle mie parole, immagini, filmati e slide”.
E che dire dei tanti docenti che, ormai, preferiscono un programma come Prezi? “A me basta avere” spiega “poche essenziali parole sullo schermo, pochi colori che scandiscono i temi che tratto, qualche immagine ricorrente… PowerPoint va più che bene”.
Nessun problema con la sua rigidità, insomma? “Le slide di PowerPoint sono strumenti molto utili proprio in virtù della loro rigidità”, afferma Giusti. “Devono rappresentare solo una traccia, un sostegno al discorso del docente, non devono avere altri usi, né di abbellimento, né di diversivo. In questo anno accademico ho fatto diverse lezioni a vari gruppi di docenti per master e corsi del Miur. Ho constatato che le slide sono sempre necessarie, anche con uditori adulti e in teoria più competenti degli studenti”.
La pensa in modo opposto Mariangela Vaglio, docente di lettere alla scuola media e autrice di “L’italiano è bello” (Sonzogno). “Le slide sono ottime per lezioni che non richiedano una interazione” dice. “In pratica, sono una serie di cartelli preparati in precedenza. Non puoi variarli a seconda degli stimoli che provengono dalla classe. Il PowerPoint è l’equivalente informatico di quei professori vecchio stile che arrivavano con i loro appunti e iniziavano a dettarli senza chiedere nulla o domandarsi chi avessero davanti”.
Insomma, andranno anche bene nei corsi di formazione per adulti, ma per i ragazzi – sostiene Vaglio – sono uno strazio: “Ti vedono arrivare con il tuo materiale preconfezionato e già questo spegne la voglia di intervenire, per giunta si dà l’impressione che qualsiasi interruzione sia a priori esclusa”. Ma le domande non possono aspettare la fine delle lezioni? “Si può dedicare un momento a questo, ma per i ragazzi è frustrante” dice Vaglio. “Se hanno avuto qualche curiosità o un’intuizione, è facile che se la dimentichino. È una perdita enorme. La lezione è fatta di scambi. A volte anche una domanda stupida suscita nel docente il bisogno di deviare dal percorso e fare nuove associazioni”. Le slide soffocano queste inquietudini.
Non parliamo poi dei PowerPoint realizzati dagli stessi studenti per presentare i loro lavori o per esporre un argomento. Immagini che spesso violano il copyright, grafica pesantissima e testi costituiti da pezzi interi del manuale. Sono la negazione della creatività e dell’elaborazione personale.
Ma allora, perché a un certo punto anche a scuola ci si è convinti di non poterne fare a meno? “I docenti spesso pensano di essere ‘moderni’ se usano le tecnologie”, osserva Vaglio. “Pensano che le immagini, i video ‘accalappino’ l’attenzione dei ragazzi. Ma i ragazzi vivono in un mondo che li bombarda tutto il tempo. È difficile trovare qualcosa che li colpisca davvero. Oltretutto le slide spesso utilizzano immagini banali, testi minimali o troppo lunghi, buttati lì, grafica terrificante. Perché i nostri alunni dovrebbero trovarli affascinanti resta un mistero. Sapete cosa invece li affascina? La parola. Sono così poco abituati ad ascoltare gente che parla bene e legge cose interessanti. Perché ricorrere a slide bruttarelle?”
Non che Mariangela Vaglio sia un’insegnante vecchio stampo che rifiuta la tecnologia a scuola. Tutt’altro. “Ho ho avuto una classe 2.0 per tre anni, avevamo i tablet e la Lim”, spiega. “Uso Google drive per condividere i materiali e ricorro a Google art and culture per le immagini, bellissime e in alta definizione. E per mostrarle basta caricarle su una chiavetta, anche senza slide. Per cercare materiale su cui studiare uso Academia.edu, dove trovo articoli aggiornati su tutte le discipline. Ma ho anche una classe dove non ho altro che la lavagna con il gessetto. Non so se poi tutta questa tecnologia in classe sia sempre un bene. Credo che la vera differenza sia negli esseri umani che stanno in classe, e non negli strumenti. E amo molto che i ragazzi imparino a prendere appunti a mano. Penso che aiuti a memorizzare meglio e a ragionare su quello che imparano. Che poi è il fine della scuola”.