“COSA DIRÀ LA GENTE”. UN PICCOLO CAPOLAVORO NEL MARE MAGNUM DEI JUNK MOVIES

DI COSTANZA OGNIBENI


Spiccano sfacciati sulle strade di tutte le città, i manifesti delle grandi uscite in sala: imponenti, chiassosi, cangianti, attraggono la nostra attenzione e ci aggiornano continuamente su quel “coming soon” che crea attesa e fissa l’agenda delle serate. Cani, grandi attori, super eroi: numerosi i protagonisti di quei cartelloni che popolano i quartieri, costellati di remind a eventi in attesa di essere vissuti, e si può dire che le grandi file che faranno sbancare i botteghini cominciano a formarsi da lì.
Poi ci sono quei film poco pubblicizzati. Quelli che quando vai a vederli, non sei in grado di rispondere alla consueta domanda: “Con chi era il film?” perché il nome dell’attore principale, ammesso che l’abbia letto da qualche parte, non sei nemmeno in grado di pronunciarlo. Di quelli che quando aggiungi di che nazionalità è il film, scateni il fragore delle risate di quelli che le formano, quelle file che fanno sbancare i botteghini, e cominciano a trattarti come un intellettualoide, uno di quelli che al cinema non ci va per intrattenimento; uno di quelli che la stanchezza da lavoro e la necessità di riposare la mente (alias lobotomizzarsi) non sa neanche cosa sia.
Eppure, questi film che, a fatica, si insinuano nelle sale, spesso le meno conosciute, emozionano almeno quanto i più noti, se non di più. Non richiedono particolare presenza mentale nel seguire la trama, spesso abbastanza spicciola, quanto una grande presenza fisica. Perché sono veri e propri cazzotti nello stomaco, in grado di far provare rabbia, commozione, paura e suspance nel giro di pochi minuti. Esci dalla sala che ti sembra di essere stato in una centrifuga e hai la testa così piena di stimoli, che ti ritrovi a dibattere per buona parte della serata sui mille e più spunti che hanno offerto.
“Non ditelo alla gente” rientra in questa privilegiata categoria. L’autrice si chiama di Iram Haq, è un’attrice-regista norvegese di origini pachistane, e non è un caso che la sua opera tratti proprio il delicato argomento dell’integrazione di queste comunità all’interno dei paesi occidentali.
Nisha è una ragazza di 16 anni, nata e cresciuta in Norvegia, ma di origini pachistane e per questo costretta a destreggiarsi tra l’emancipata vita occidentale, tra compagni di scuola, feste e pomeriggi in compagnia, e la retriva vita orientale, con il suo bagaglio di regole, cui deve sottostare quando si trova fra le mura domestiche, pena l’essere vista di cattivo occhio, non solo lei, ma l’intera famiglia, dalla comunità pachistana presente sul territorio. Inutile dirlo, altrimenti il film sarebbe privo di trama, ma c’è un “fattaccio”, un episodio, un infausto avvenimento che si verificherà; e avverrà proprio sotto gli occhi del padre, scatenandone l’ira funesta che scaglierà proprio contro la giovane Nisha, arrivando a sequestrarla e spedirla dritta in Pakistan, a imparare un po’ di regole, a imparare ad essere una donna per bene, a imparare i valori, quelli veri, quelli ben lontani dalla fatua stupidità degli occidentali.

Dunque, l’ennesimo film sull’arretratezza dei popoli musulmani? L’ennesimo film che mostra quanto siamo fortunate, noi occidentali, a poter andare in giro in minigonna e non dover coprire viso e capelli? Sembrerebbe, per certi versi, ma l’idea è che la giovane regista sia voluta andare ancora oltre, e raccontarci che dietro la facciata di società più o meno emancipate, ci sono i rapporti, quelli personali, e quando la cultura locale viene assorbita a tal punto da determinare certi comportamenti, ma non da scalfire le personalità più profonde, ecco che entrano in gioco i legami sentimentali, quelli veri, quelli che qualsiasi condizionamento culturale non può influenzare. E allora, è proprio il rapporto padre-figlia a diventare oggetto di narrazione, dove il padre, come un’Antigone dei tempi moderni, vive un dilaniante conflitto tra quanto è imposto dalla società e l’amore per la figlia, che vorrebbe in certi momenti morta per il solo essere in grado di scatenare una simile guerra interiore. E, andando ancora oltre, ce ne sono altri di rapporti vissuti e narrati, che impattano maggiormente la sfera ancora più intima del rapporto uomo-donna, dove non sempre la libertà di costumi tipicamente occidentale va di pari passo con una vera comprensione della donna e delle sue esigenze, così come una maggior pudicizia non sempre è segno di vera repressione nel rapporto a due.
Fa riflettere molto, la pellicola della brava regista norvegese, e non senza una padronanza della macchina da presa che aggiunge pathos, tensione e veridicità a ogni singola immagine.
I primi piani sui volti dei personaggi, i dialoghi eloquenti senza essere mai prolissi, la capacità di dire riducendo all’osso l’uso delle parole: “Cosa dirà la gente” nel suo fotografare uno scorcio di una realtà assai complessa, si presenta come un piccolo capolavoro, uno di quei film che rendono intelligenti, ed è un peccato che, nella miriade di opere elencate dalla Nottola, passi inosservato.
Ma, del resto, se poi tutti diventano intelligenti, che ne sarà dei suddetti botteghini?