FRANCIA IN PIAZZA CONTRO MACRON. MA QUALE NEOLIBERISMO, E’ LA SCUOLA ITALIANA ANNI 50

DI ALBERTO TAROZZI

Al progetto Macron di modificare i lineamenti del sistema politico e sociale francese si risponde nelle piazze e nei luoghi di lavoro.

In prima fila gli cheminots (ferrovieri) che da settimane paralizzano il traffico nazionale e internazionale su rotaia, contro la riforma dello Statuto dei lavoratori delle ferrovie. Ma lo scontro è trasversale a molteplici tematiche: legalizzazione dei licenziamenti abusivi, riduzione dell’assegno a copertura parziale dell’affitto per soggetti svantaggiati, aumento del peso degli oneri sociali a carico dei lavoratori, riduzione consistente dei posti di lavoro nel pubblico impiego, sbaraccamento di alcuni campi profughi e stretta alle frontiere che fa della Francia l’interlocutore occidentale dei paesi xenofobi del così detto “Gruppo di Visegrad”.

Nel complesso, a dispetto di una consistente mobilitazione di massa, Macron conta finora a suo credito il passaggio della “Loi travail”, nonostante alcune somiglianze col Job act, facessero inorridire una certa fobia anti italiana .

Ma probabilmente è sul fronte dell’istruzione che si gioca oggi la partita decisiva tra Macron e i suoi oppositori, che occupano, più che i seggi dei partiti di minoranza, le piazze delle principali città francesi.
Aria di 68, celebrato nel migliore dei modi a mezzo secolo di distanza. I giochi si stanno aprendo in questi giorni.
L’ultima manifestazione con 100mila in piazza poteva andare sia peggio che meglio. La scadenza della prossima (26 maggio) ci mostrerà se la partita dell’opposizione sociale avrà in mano le carte per ribaltare i sogni di gloria del presidente.

Certo che i mutamenti proposti da Macron sul terreno della scuola superiore e dell’università sono ragguardevoli.
Qualcuno dei critici d’oltralpe si richiama al neoliberismo. Sinceramente non ci sbilanceremmo così tanto. Sotto l’apporto decorativo di termini sibillini, come meritocrazia e orientamento, ci sembra piuttosto di scorgere i lineamenti incartapecoriti del sistema scolastico italiano del secondo dopoguerra, con qualche rimasuglio di autoritarismo anni 20 e con la retorica di un’Italia dalle profonde differenze di classe spacciate per differenti livelli di capacità intellettuali.

Una delle analisi più puntuali che sono state fatte sul pacchetto Macron sull’istruzione è quella di Andrea Mencarelli sul sito di Contropiano. Nel piano di Macron la promulgazione della legge su “l’Orientation et la Réussite des Étudiants” assume un ruolo drammaticamente decisivo, introducendo “un sistema di selezione degli studenti neo-diplomati e futuri universitari sulla base di dossier scolastici, redatti dagli istituti superiori di provenienza….. tramite la retorica dell’orientamento (e della meritocrazia) si perseguono politiche classiste, che stritolano il diritto a un’educazione e una formazione intellettuale e professionale libera negli ingranaggi selettivi e nelle decisioni arbitrarie di tecnici-contabili dell’università”.

E’ così che viene affrontata la strozzatura tra la crescita delle richieste di iscrizioni e la contrazione dei fondi destinati alle università: con l’introduzione di una soglia di iscrizioni che rappresenta una sorta di numero chiuso.

L’obiettivo è quello di dare una risposta reazionaria e organica a due tendenze in atto da alcuni anni: crescita del numero degli studenti che chiedono di iscriversi e riduzione dei fondi per le università pubbliche. La risposta di Macron ha come strumento principale l’introduzione di rigidi processi di selezione all’accesso dell’università dei candidati e l’aumento delle tasse di iscrizione: viene così introdotta la “sélection à la fac”.

Ciò implicherà inoltre che i consigli scolastici delle scuole superiori avranno il diritto di esercitare la propria influenza sulla scelta dell’orientamento dei neodiplomati e potranno emettere un parere che condizionerà la loro ammissione all’istruzione superiore universitaria. E considerando che i tempi dalla stesura dei dossier all’accettazione /selezione delle domande saranno stringenti, ciò vorrà dire che il parere dei consigli scolastici condizionerà inesorabilmente i destini delle future matricole.

Ci si propone cioè di predeterminare, sulla base della tipologia del diploma di maturità conseguito, il corso di studi ritenuto più idoneo, facendo della scuola non uno strumento di mobilità sociale, ma al contrario un centro direzionale di collocamento che riproduce le differenze di classe e di ceto già esistenti, bloccando. una qualsiasi possibilità di avanzamento sociale.
Teniamo conto del fatto, dice Mencarelli, che “ogni dossier conterrà le pagelle, una lettera di motivazione e il parere del consiglio di classe; di conseguenza, per una corretta valutazione ci vorrebbero tempo e personale adibito a questo compito. Invece, molte università non possono permetterselo. Si tratta di un processo di de-finanziamento strutturale dell’università che parte con la legge sull’autonomia delle università, introdotta da Sarkozy, e di attacco al mondo del lavoro, per cui oggi ci sono più di 10.000 insegnanti in meno rispetto al 2010 e uno su due è precario”…..”La reputazione delle scuole superiori di provenienza svolgerà così un ruolo decisivo…..Gli studenti che provengono da licei di grandi città e/o di buona reputazione avranno un clamoroso vantaggio rispetto a quelli di licei di periferia. In questo modo, si alimenta una spietata competizione tra gli istituti ‘di serie A’, mentre si abbandonano al proprio destino tutti gli studenti dei licei ‘di serie B’ o di provincia e lo stesso tipo di competizione si ripresenterà, in forma ancor più aggravata, tra le università”.

Il progetto di riforma amplificherà quindi le disuguaglianze sociali ed economiche degli studenti, soltanto in base alla loro estrazione sociale o al liceo frequentato.
Neo liberismo? Se ci pensiamo bene anche questa definizione lascia il tempo che trova. Dalla cialtroneria retorica dei progettisti traspare piuttosto un modello di istruzione in cui il destino dello studente è già previsto fin dal momento di partenza come avveniva in Italia negli anni 50.

In fondo da noi la selezione avveniva in manera più sincera. Se a 14 anni non eri sicuro che la famiglia ti potesse mantenere agli studi andavi in un istituto dal quale l’iscrizione all’università era impossibile.
Se un barlume di possibilità ce lo avevi, diventavi ragioniere o maestro e di lì una laurea, ma solo in tono minore, potevi raggiungerla. Se infine appartenevi alla crème del sistema sociale andavi al liceo, meglio se classico, e tutte le porte restavano aperte, proporzionalmente al reddito dei tuoi genitori.

Fu il 68 a cambiare le cose? A dire il vero il parlamento italiano si accorse già un po’ prima che la selezione che avveniva in tal modo, non solo era ingiusta, ma costituiva anche uno spreco di risorse visto che molto capitale umano, capace di valorizzare il sistema, sarebbe rimasto sottoutilizzato e così alcune porte si aprirono, liberalizzando (guarda caso) gli accessi alle facoltà; il contrario del progetto Macron.

Forse una riflessione che anche il capitalismo nostrano di quei tempi condivise. Oggi, nella illuminata Francia, è stata innestata la marcia indietro e si progettano forme selettive che da noi venivano ritenute obsolete più di mezzo secolo fa.
A Macron pare che finora non siano fischiate le orecchie. L’augurio è che presto debba sopportare rumori che lo facciano diventare sordo, non solamente alle idee altrui.