STORIE DI ANAFFETTIVI: LO PSICHIATRA RIGGIO SPIEGA COS’E’ L’ANAFFETTIVITA’

DI CARLO PATRIGNANI

Il titolo è assai accattivante e persino originale, tale da indurre il lettore a gustare una sensazionale scoperta: Storie di anaffettivi. Sì, perchè non è usuale nè abituale intercettare sui media, che sono l’espressione diretta della cultura, del pensiero dominante, la intrigante e, per molti aspetti, misteriosa parola anaffettività che si ritrova nelle relazioni interumane.
Così, a prima vista, sarebbe uno scoop il forbito e colto servizio del Corriere della Sera, da sempre attento a quanto di nuovo vien fuori dalla ricerca sulla psicologia del profondo: tanto cheil quotidiano si avvale nel servizio di autorevoli pareri di esperti nel campo.
Claudio Mencacci psichiatra e presidente della Società Italiana di Psichiatria (Sip) spiega che l’anaffettività è un sintomo importante che riconduce ad un’ampia gamma di disturbi della psiche.
E a sua volta la psicologa e psicoterapeuta di lungo corso Silvia Vegetti Finzi precisa: alienazione e anaffettività sono fra gli effetti collaterali dei social network come Facebook a causa dell’eccesso di possibilità di stabilire relazioni.
Ma, contemporaneamente, la parola anaffettività ricorre, risuona alta e chiara anche in un affollato convegno Una donna muore per mano di un uomo nella prestigiosa Sala della Protomoteca del Campidoglio, sul fenomeno inquietante del femmicidio.
E cambia subito il senso e il significato della parola anaffettività come se mancasse qualcosa in quanto riportato dal Corriere per effetto di quanto udito nel convegno: perdita degli affetti, della capacità di sentire ma soprattutto di vedere la realtà psichica o interiore dell’altro, strettissima connessione con la pulsione di annullamento. Così per non restare nella confusione, si cercanon lumi laddove si sono uditi e visti. Per me occorre fare un po’ di chiarezza, attacca lo psichiatra e psicoterapeuta Martino Riggio relatore al convegno capitolino per il quale parlare di anaffettività presuppone che si sappia e anche bene cosa sia l’affettività.
Proprio perchè nei rapporti interumani e in particolare nel rapporto uomo/donna in gioco ci sono proprio i due termini opposti tra loro: affettività e anaffettività.Bene, allora iniziamo dalla parola affettività.
Secondo quanto si legge nell’articolo (del Corriere) – osserva lo psichiatra e psicoterapeuta – dovrebbe essere avere dei sentimenti e poterli esprimere, che non è comunque la stessa cosa perchè si possono avere dei sentimenti e per tanti motivi decidere di non esprimerli.
E poi, continua Riggio, come si fa a dire che si devono provare delle emozioni verso ‘qualcosa’ se non si chiarisce verso ‘cosa’? Se non provo alcuna emozione verso un sole che tramonta sono anaffettivo?
Altra domanda terribile: è possibile che la formazione psichiatrica oggi sia arrivata a livelli così bassi?, si chiede Riggio.
Guarda un pò, siamo a 40 anni dalla rivoluzionaria 180, passata storia come legge Basaglia con cui si chiusero i manicomi-lager e con essi si abolì la ricerca sulla realtà umana, sul perchè e come ci si può ammalare, si può impazzire: si disse la pazzia non esiste.
Ma si sa – incalza Riggioche Hitler amava alla follia i suoi cani o che si commuoveva fino alle lacrime di fronte a un suo acquarello, mentre sterminava qualche milione di ebrei? Che aveva delle ferocissime crisi di rabbia, in cui coinvolgeva chiunque fosse presente? Esprimeva, eccome, gli affetti, quindi era un affettivo?
Domande su domande: una, cos’è l’anaffettività, ne tira dietro un’altra, cos’è l’affettività.
Ancora – si chiede Riggioche differenza c’è tra anaffettività e indifferenza? Non provare sentimenti, coinvolgimento, interesse, perché non può essere un elemento di valore, qualcosa che farebbe pensare addirittura ad una ‘identità valida’?
In altre parole, chiarisce lo psichiatra, l’indifferenza è una scelta, una prerogativa dell’io, l’anaffettività no, è sempre malattia. Così come ‘affettività’ significa ‘vedere’, ed è interesse verso la realtà psichica dell’altro, e reazione verso di essa.
Viceversa, anaffettività, sottolinea Riggio, significa perdita della capacità di attribuire istintivamente e non razionalmente, il giusto peso, la giusta importanza, il giusto valore, a quanto ci viene continuamente proposto.
Veniamo, in tal modo, al punto clou, ineludibile che a rigor di storia dovrebbe, anzi è ben noto in generale alla cultura ma soprattutto al Corriere  della Sera quando titolò 40 anni fa A Roma è scoppiato l’Anti-Freud, come anche ai due autorevoli esperti della psicologia del profondo.
L’anaffettività è provocata dalle continue pulsioni di annullamento verso quanto nella relazione vissuta – precisa Riggio – non viene compreso ed accattato. Quando l’altro sembra così ‘diverso’ da essere incomprensibile, a volte, invece di provocare una ricerca verso ciò che non si comprende, provoca invece una ‘pulsione di annullamento’, che annulla e rende inesistente ciò che prima veniva vissuto come incomprensibile. La cecità provocata diventa un sintomo, anaffettività.
E’ stato sostanzialmente questo il filo conduttore della relazione sviluppata dallo psichiatra e psicoterapeuta al convegno capitolino.
In altre parole – conclude Riggio è la pulsione di annullamento che provoca l’anaffetività, ed è l’anaffettività che, a sua volta, provoca la pulsione di annullamento.
Risolto, dunque, il mistero della parola anaffettività la cui genesi ed emersione è strettamente connessa alla dizione, meglio alla scoperta della pulsione di annullamento illustrata dall’autore – lo psichiatra dell’Analisi collettiva Massimo Fagioli – di Istinto di morte e conoscenza del 1971.