COME SARA’ SE SI ANDRA’ A VOTARE

DI ALESSANDRO GILIOLI

Se alziamo lo sguardo non dico al dopodomani ma semplicemente al domani – andando quindi più in là della strettissima contingenza, dell’incarico che arriverà ad horas – forse possiamo provare a capire meglio quello che sta succedendo all’Italia e alla sua politica.

Tenendo unito il centrodestra in questo due mesi, Salvini se n’è aggiudicata la leadership per i prossimi anni. Una tendenza ineluttabile, sul breve-medio termine, dato anche il (lentissimo ma irreversibile) tramonto di Berlusconi. È anche una banale questione biologica, peraltro. E non è un caso che a livello locale sia già in corso – dal 4 marzo – una transumanza da Forza Italia alla Lega.

Salvini ha rifiutato l’uovo oggi (il governo con il M5S, la rottura con Berlusconi) sperando nella gallina domani (a Palazzo Chigi solo con Lega, Fi e Fdi).

Ereditando Forza Italia – da capo del centrodestra – Salvini ne erediterà anche l’imponente apparato mediatico, il cui scopo sarà tenere lontano dalle leve di comando i “pauperisti” grillini e il loro antiberlusconismo. Questo è quanto interessa al Cavaliere e questo è quanto accadrà.

In pratica, quello che si presenterà alle prossime elezioni sarà un centrodestra a un soffio dalla “soglia implicita” del 40 per cento – quella che basta per governare – che scatenerà l’inferno contro il “pericolo grillino”.

Dall’altra parte, il M5S capitalizzerà il rovinoso sfascio in cui si è cacciato il Pd. Senza un leader, lacerato, incapace di liberarsi del “senatore di Scandicci” il cui sogno di fare En Marche si è già infranto con la realtà: il Pd vive (ancora) grazie a uno zoccolo duro composto in prevalenza da anziani che si sentono ancora di sinistra e che non lo seguirebbero nell’avventura nuovista-centrista, destinata a far la fine di Scelta Civica o giù di lì.

Questo è lo scenario, se si va al voto entro l’anno, quale che sia il governo provvisorio che Mattarella riuscirà a mettere insieme. Un centrodestra salvinizzato ma robusto della forza mediatica berlusconiana; un centrosinistra non pervenuto; un Movimento 5 stelle che punterà a vampirizzare definitivamente il Pd e i suoi dintorni per competere con Salvini.

Il tutto porterà con sé diversi paradossi. Ad esempio, il “voto utile per fermare la destra” – in questa sorta di ballottaggio di fatto – non sarà più quello per il centrosinistra ma quello per i pentastellati. Qui del “voto utile” non si è mai stati tifosi, quindi non lo dico come auspicio: ma sembra un probabile dato di realtà, se si vota entro l’anno.

Altro apparente paradosso sarà la competizione aspra tra i due capi che solo due mesi si cinguettavano messaggi per governare insieme: e che invece diventeranno competitor diretti in una campagna elettorale che non si annuncia molto distesa.

Infine, di qui al voto assisteremo a una battaglia furiosa per il controllo del Pd e quindi per la sua ubicazione nello scenario di cui sopra. Nato come forza di governo, il Pd spiegherà ai suoi che adesso invece si candida come pura opposizione-testimonianza rispetto ai due maggiori azionisti del prossimo Parlamento, Centrodestra e M5S? O di qui alle elezioni altri sconvolgimenti interni ne muteranno l’approccio in vista del prossimo voto? E chi farà le liste del Pd, questa volta? Ancora Renzi o no? Questo tema è al momento sotto traccia ma non è l’ultimo degli argomenti cui già si litiga nel Partito democratico.

Vedo che qualcosa in quel partito si muove – Zingaretti, Sala – ma non so se è abbastanza per cambiarne gli equilibri. In ogni caso temo che nessun cambio di leadership sia fruttifero se non comprende l’ammissione del fallimento dell’esperienza Renzi e quindi il suo accantonamento, un po’ come Corbyn ha seccamente mandato in pensione il blairismo.

E, onestamente, per il momento non vedo nessuno nel Pd che abbia il coraggio di sfidare questo tabù, quindi di invertire il declino – almeno di qui al giorno del prossimo voto.