ELEZIONI IN LIBANO. CHI HA PERSO ANDRA’ AL GOVERNO, POI SARA’ QUEL CHE SARA’

DI ALBERTO TAROZZI

Difficile spiegare a un pubblico italiano l’esito e le conseguenze delle elezioni libanesi, legate a un meccanismo di complessità elettorale tale che il nostro rosatellum appare al confronto come un gioco da ragazzi.

Basti dire che, stando ai primi risultati, pare destinato alla leadership del paese il capo del partito “sconfitto”, l’uscente presidente Hariri. Mentre pare destinata a risultare maggioritaria in parlamento la coalizione dei suoi oppositori sciiti (Nasrallah, vicino agli Hezbollah, e Amal), coi quali è però quasi scontato che dovrà essere costruita un’alleanza di governo.

Così si sono retti negli ultimi anni i precari equilibri di un paese che è composto da una macedonia di elementi religiosi e politici, estremamente composita, da fare invidia alla Macedonia europea con la quale non casualmente condivide certe complessità dei meccanismi elettorali determinate dalla necessità di dare uno sbocco equilibrato alle differenti componenti etnico-religiose, a prescindere dallo stretto rapporto numerico intercorrente tra di loro.

Ma ciò che più ancora rappresenta un nodo perennemente irrisolto e fonte di preoccupazioni oggi particolarmente sentite, sono i nessi di complicità con referenti internazionali agli estremi opposti degli schieramenti medio orientali: in tale contesto il gusto del cedro, l’albero simbolo del Libano, che campeggia sulla sua bandiera, è sovrastato dai sapori di provenienza estera, con origini proprio in paesi nemici come Iran e Arabia Saudita, maggiormente indiziati a farla da protagonisti in una sciagurata eventuale guerra prossima ventura.

In particolare va segnalata la peculiarità di un meccanismo che, anche se addolcito recentemente da quote di proporzionale, vede predeterminata la destinazione religiosa delle principali cariche politico-istituzionali: ai cristiani la presidenza dello stato (oggi il cristiano maronita Aoun); agli sciiiti, oggi rappresentati da Berri, la presidenza del parlamento; ai sunniti, comunque siano andate le elezioni, il premierato, che quindi andrà ancora, con quasi matematica certezza, ad Hariri, alla guida di una forza politica denominata Futuro, con forte sostegno mediatico della rete televisiva omonima, di proprietà di Hariri medesimo con il supporto della star del momento Paula Yacoubian.

Fin qui i lineamenti generali del quadro religioso, ma se ci addentriamo nel labirinto politico internazionale dell’area, non solo strettamente libanese, le cose si complicano molto di più.

I cristiani infatti sono presenti sia nell’alleanza con gli sciiti di Nasrallah e di Amal, che fiancheggia la linea politica del governo di Damasco e sullo sfondo quella iraniana, sia, in misura inferiore, in partiti di destra come la Falange, che appoggiano Hariri e i sunniti filosauditi, con la simpatia di Israele.

I sunniti, che in massa appoggiano Hariri, hanno anch’essi una piccola rappresentanza sufita nello schieramento opposto. Ma soprattutto subiscono l’influenza ingombrante dell’Arabia saudita che ritiene troppo debole la posizione di Hariri, tanto da averlo “convocato”, manu militari, a Riad, rilasciandolo solo dopo avergli bene inculcato nella mente che nella inevitabile grande coalizione di governo dovrà fare la faccia feroce nei confronti dei grandi nemici filoiraniani.

Nonostante ciò i primi risultati usciti dalle urne paiono indicare che la coalizione filo Hezbollah e quindi anche filo Assad e filoiraniana, sia destinata a conseguire un chiaro successo, che vorrà far valere in quella sorta di prossima coalizione coatta prevista per legge. Una coalizione tra gruppi che di simile hanno solo una parte delle loro sigle: 8 marzo gli uni, a sottolineare l’intervento nel paese delle forze filosciite siriane; 14 marzo gli altri a ricordo di una manifestazione che di quelle forze aveva richiesto l’allontanamento. Sei numeri di differenza aritmetica, ma un abisso di ostilità politica.

Il tutto si materializza in un momento in cui la guerra siriana mostra di aver lasciato strascichi che potrebbero vedere scendere in campo l’un conto l’altro armati, proprio i sauditi, con l’appoggio degli israeliani, che sul Libano scaricarono già un notevole quantitativo di bombe, contro gli iraniani, sui quali, nella prossima coalizione libanese, pare sussistano pareri che eufemisticamente potremmo definire “non unanimi”. Sembra cioè che i nodi politici irrisolti  che si prospettano all’orizzonte siano di qualche spanna più intricati di quelli che turbano i sonni del nostro Mattarella. Ne basti, come prova, il tweet che ha cominciato a circolare in Israele, quando sono stati resi noti i primi dati sugli esiti elettorali, favorevoli agli sciiti filoiraniani: “Nasrallah = Hezbollah”.

Dimenticavamo altri elementi del panorama libanese che ossessionano anche quello italiano: il rapporto debito/pil è intorno al 150%; ma soprattutto, in Libano, i profughi, tra siriani e palestinesi, si aggirano attorno ai 2 milioni, a confronto di una popolazione locale di poco superiore ai sei milioni.

Nonostante ciò sembra che la questione dell’accoglienza o del respingimento, pure importante, non abbia raggiunto nel dibattito preelettorale le punte riscontrate dalle nostre parti, dove i profughi si aggirano intorno a uno scarso 5 per mille della nostra popolazione.

Sarà merito del clima, che in Libano è notoriamente dolce. Guerre permettendo.