IL PESO AFFONDA, L’ARGENTINA PURE

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Il peso che ha chiuso la settimana al record minimo di 22,25 contro il dollaro (poco più di un anno fa si scambiava a 15). A niente sono serviti i rialzi dei tassi di interesse decisi dalla banca centrale (ultimo livello fissato, 33,25 per cento, dal 27,25 per cento di inizio settimana) e le vendite compulsive delle riserve del banco centrale: 451 milioni di dollari solo giovedì 3 maggio, per un totale di 5300 milioni in sette tranche. Tutto pur di evitare di toccare i 23 pesos, una tragedia per il pagamento della prossima scadenza di interessi sul debito estero. “Per questo ci sono le riserve”, ha sdrammatizzato il responsabile della banca centrale, Federico Sturzenegger. Ma anche no.
Non devono ingannare i fondamentali apparentemente incoraggianti: con un’inflazione che viaggia costante sopra il 20 per cento annuo, affermare che il Pil nel 2017 è cresciuto del 3 per cento (dopo la contrazione dell’1,8 per cento del 2016) non significa nulla. Tanto più che dal 2016 continuano ininterrotti licenziamenti nelle imprese statali e private, con Carrefour che poche settimane fa annunciato la propria intenzione di ritirarsi dal paese e con il quale sono attualmente in corso colloqui con il governo.
Non a caso, J.P. Morgan ha aumentato del 6,1 per cento il rischio paese, il valore più alto registrato negli ultimi 12 mesi. L’inflazione di aprile è stata calcolata al 2,7 per cento (alcune agenzie sostengono che si sia toccato il 3 per cento su base mensile), accumulando un 8,9 per cento dall’inizio dell’anno. Nei primi quattro mesi già è stato superato il 60 per cento degli obiettivi – non realistici – fissati dal governo, il 15 per cento su base annua. Le proiezioni parlano del 23-25 per cento.
Insomma, il “ritorno dell’Argentina al mondo” – segnato dalla riapertura del mercato dei capitali dopo le restrizioni fissate nell’ultimo mandato di Cristina Kirchner (dalla stampa estera descritte spesso in modo enfatizzato e non veritiero, come se il paese fosse una specie di Corea del Nord in salsa criolla) – non ha dato i risultati sperati. Perché gli investimenti esteri, l’ossessione della classe media latinoamericana, non sono arrivati. In compenso, si è scoperto che aprire il mercato dei capitali significa non solo permettere l’ingresso, ma anche l’uscita. Come di fatto è avvenuto.
“Il governo di Mauricio Macri”, dice la giornalista Sandra Russo (da due anni colpita, come tanti colleghi, da un “editto bulgaro” che le impedisce di lavorare), “non è nemmeno un governo di estrema destra. È il governo delle corporation. Non c’è ministero o istituzione dello stato che non abbia ai suoi vertici un grande imprenditore o un componente del Consiglio di amministrazione di una multinazionale. L’obiettivo è chiaro: non è restare al potere, ma liquidare il paese e farlo in fretta”.
In tutto questo, nei giorni scorsi si è di nuovo palesato Domingo Cavallo, “l’uomo della catastrofe”, come lo ha definito il politologo Atilio Borón alla presentazione, alla Fiera del libro di Buenos Aires (http://www.el-libro.org.ar/), del suo ultimo libro “Clases medias argentinas – Modelo para armar” (con Mónika Arredondo, Ediciones Luxemburg). “Cavallo è colui che prende l’Argentina per mano e la conduce dritto fino all’abisso”.
Non a caso, Cavallo fu ministro dell’Economia nel 2001, chiamato dal presidente Fernando De La Rua a spegnere l’incendio finanziario che stava facendo affondare il paese e che invece accelerò il cammino verso il default.
Andiamo indietro nel tempo. Nel 1982, in piena dittatura, Cavallo era un giovane economista e funzionario della banca centrale. Fu lui a consigliare di nazionalizzare il debito estero privato argentino: 17 mila milioni di dollari di allora, equivalenti alla metà del debito estero pubblico del paese. Come ministro dell’Economia di Carlos Menem, Cavallo instaurò la parità 1 a 1 tra peso e dollaro. Mettendo fine all’iperinflazione del periodo precedente, ma con un artificio finanziario che richiedeva il continuo indebitamento e vendita di beni dello stato. Gli argentini pagarono con una moltiplicazione della disoccupazione e della povertà. E con il default del 2001, dal quale sono usciti con un accordo con i creditori (fondi buitres a parte) e con la determinazione dei successivi governi a non contrarre più debito con l’estero. La contropartita di questa ricetta neokeynesiana è stato l’aumento del debito interno, ritenuto comunque meno pericoloso di quello estero. E meno redditizio per il resto del mondo.
Ora Cavallo si è autocandidato come superministro dell’Economia. Tanto che tra la classe media argentina corre voce di un nuovo, prossimo corralito (lo stesso Cavallo è stato mentore di quello del 2001, che ha sequestrato i salari degli argentini e permetteva il prelievi per un massimo di 250 pesos settimanali di allora dal proprio conto bancario). Una voce che, fondata o meno, sicuramente non contribuisce alla stabilità del peso.
Che l’ombra del 2001 si proietti sull’attuale situazione del paese è fin troppo evidente in Argentina come all’estero, con l’eccezione del Corriere della Sera (www.corriere.it/…/drammatica-lezione-dell-argentina…), dove Federico Fubini definisce il presidente Maurizio Macri “un ingegnere di origini calabresi che mantiene il Paese su una rotta di buon senso, riforme e prudenza”. Così prudente che i due prestiti in dollari (nessun investitore internazionale si sarebbe mai fidato del peso) emessi tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 hanno portato il livello di indebitamento del paese a 140mila milioni di dollari a gennaio 2018. Come nel 2001.
Uno dei due ha durata di 100 anni e un tasso di interesse annuo del 7,5 per cento sul valore del dollaro. “Confermando la propensione argentina a contrarre debiti impagabili”, ha commentato Mónika Arredondo, psicanalista e coautrice di “Clases medias argentinas – Modelo para armar”. Una tendenza che forse risulta più facile da spiegare con categorie psicanalitiche che con la ragionevolezza economica.
Nel frattempo il presidente Macri, che tra le proteste per il tarifazo (www.alganews.it/…/argentina-proteste-tarifazo-governo-va-a…/) e la crisi del peso ha ritenuto opportuno andare in vacanza con la famiglia per il weekend del primo maggio, annuncia di voler procedere con la riforma del mercato del lavoro, sperando di riconquistare il favore del mondo imprenditoriale, con le piccole e medie imprese ridotte alla bancarotta dalla crisi dei consumi e dall’aumento di tariffe e prezzi. Punti in programma: abolizione della tredicesima (ora pagata in due rate, una a giugno e l’altra a dicembre), abolizione dell’indennizzo per licenziamento senza giusta causa (attualmente due anni di stipendio lordo a carico del datore di lavoro) e sua sostituzione con un prelievo dallo stipendio del dipendente, per creare un fondo di garanzia in caso di licenziamento, abolizione dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro nel tragitto da casa e viceversa. Oltre alla fine, che tanti auspicano, dei contratti collettivi a favore di accordi individuali tra datore di lavoro e dipendente. A decidere il governo, nel pieno della bufera, avrà là forza di imporre questo ulteriore provvedimento saranno gli alleati di coalizione, soprattutto gli esponenti del partito radicale.
E intanto, per il peso e per le riserve del paese, si apre una nuova settimana piena di incognite.