LOTTARE PER LA “BELLEZZA” NEL RICORDO DI PEPPINO IMPASTATO

DI LUCA SOLDI

 

 

C’è la “bellezza”, il dovere di costruirla e custodirla, nel ricordo di quel giovane di Cinisi assassinato quaranta anni fa dalla mafia.
C’è la “Memoria” dei suoi familiari, dei compagni, degli amici che hanno condiviso la lotta per il predominio del bene comune.

C’è la testimonianza cruda di quel film I CENTO PASSI, di Marco Tullio Giordana che non lascia spazio ad interpretazioni.
E proprio in quello che senza esagerare possiamo definire uno del capolavoro del cinema c’è il dialogo fra Peppino e l’amico Salvo Vitale, su uno dei monti in prossimità di Palermo.
I due giovani dall’alto di Monte Pecoraro, in un panorama incontaminato, guardando giù in basso l’aeroporto di Punta Raisi, dopo che era avvenuta la costruzione della terza pista, discutono di uno dei temi più cari, quello della “bellezza” e del dovere di custodirla, nel nome del bene comune.

L’incontro, quel dialogo che nella realtà non sarebbe mai avvenuto, pero’ raccoglie, sintetizza, in pochi istanti l’impegno di una vita di uno degli eroi del nostro tempo. Peppino Impastato ebbe infatti una parte fondamentale nel contrastare la costruzione della nuova pista. Insieme a tanti compagni, a tanti contadini che si videro espropriare le terre, cercò di fare il possibile affinché quell’ennesima colata di cemento non venisse realizzata e poi quando fu chiaro che quello scempio pericoloso sarebbe stato realizzato ebbe ad impegnarsi perché in qualche modo i contadini venissero compensati: PEPPINO: Sai cosa penso? SALVO : Cosa? PEPPINO: Che questa pista in fondo non è brutta. Anzi SALVO [ride]: Ma che dici?! PEPPINO: Vista così, dall’alto … [guardandosi intorno] sale qua e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre … che è ancora più forte dell’uomo. Invece non è così. .. in fondo le cose, anche le peggiori, una volta fatte … poi trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere! Fanno ‘ste case schifose, con le finestre di alluminio, i balconcini … mI segui? SALVO: Ti sto seguendo PEPPINO:… Senza intonaco, i muri di mattoni vivi … la gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la biancheria appesa, la televisione … e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste … nessuno si ricorda più di com’era prima. Non ci vuole niente a distruggerla la bellezza … SALVO: E allora? PEPPINO: E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte ‘ste fesserie … bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla. Capisci? SALVO: [perplesso] La bellezza… PEPPINO: Sì, la bellezza. È importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto. SALVO: Oh, ti sei innamorato anche tu, come tuo fratello? PEPPINO: Io la invidio questa normalità. Io non ci riuscirei ad essere così…
La sconsolate considerazioni di Peppino sono colme rammarico per non aver fatto abbastanza, ma la realtà non romanzata della vita di Peppino racconta che proprio su questa vicenda, il giovane di Cinisi, non si risparmio per niente. E la piovra, malgrado le radici della sua famiglia fossero mafiose, non poteva lasciar correre. La vita del giornalista, del politico impegnato, del fondatore di Radio Aut, per la gente della sua terra verrà stroncata il 9 maggio del 1978 in una orribile messa in scena che lo vorrà trasformato in terrorista. Qualche giorno prima delle elezioni comunali, alle quali era lui stesso era candidato, alcuni sicari della mafia lo sequestrarono e dopo averlo massacrato in un casolare di campagna della zona fecero dilaniare il suo corpo con una carica di tritolo posta sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani. Le indagini opportunamente “pilotate”, verranno orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, oppure, verso il suicidio “eclatante”. Dopo aver distrutto la vita di Peppino la mafia voleva fare anche in modo che venisse cancellata la sua memoria e tutto il suo lavoro d’impegno. La forza, la voglia di giustizia della madre Felicia, del fratello Giovanni, di tanti amici di Cinisi porteranno invece alla luce la verità. Verrà letteralmente scardinato il teorema messo in piedi dalla mafia e sostenuto da quanti vedevano in quel giovane di Cinisi un elemento di disturbo.
Peppino in quegli stessi giorni aveva messo in piedi l’ennesima mostra, l’ennesima denuncia per gli scempi, contro quelle opere pubbliche costruite sul territorio. Interventi che più che altro erano fonte di guadagno per mafia e politica corrotta che volle documentare con una mostra fotografica la devastazione del territorio operata dagli speculatori. Fra le tante denunce, fra le battaglie convinte portate avanti da Peppino diventa fondamentale quella del contrasto alla nuova pista dell’aeroporto di Palermo. Una storia emblematica della vita di Peppino Impastato. Una vicenda fatta di impegno per gli altri che partiva dalla vicinanza ai contadini espropriati ma anche su considerazioni di opportunità sulla posizione e sulla sicurezza della nuova pista. Nel ’68, si ventilava la ipotesi della costruzione di una nuova pista per l’atterraggio nelle giornate di scirocco. E come era accaduto per la costruzione dell’aeroporto a metà degli anni cinquanta, tanti miliardi di lire attiravano l’attenzione e l’interesse della mafia. Per la nuova pista la procedura d’esproprio, d’intesa con l’amministrazione comunale, come usava al tempo, era stata avviata senza alcuna pubblicità. Una legge borbonica infatti prevede che la delibera sia appesa all’albo e che contro di essa ci si possa appellare entro quindici giorni: nessuna trasparenza, nessuna partecipazione e nessuno vide mai quella delibera e quindi nessuno si appellò. Così un giorno all’improvviso, su quelle terre, comparvero i tecnici per le rilevazioni ufficiali. I contadini allora formarono un Consorzio Espropriandi, con l’obiettivo di evitare gli errori commessi al tempo del primo esproprio, quando era stata costruita la prima parte dell’aeroporto. Stavolta però la zona era diversa: qui vi lavoravano circa 200 famiglie tutte a conduzione familiare di azienda agricola, gran parte vi soggiornava in permanenza, altri vi si recavano nel periodo estivo. La zona era ricca di frutteti, agrumeti e uliveti. La produzione ortofrutticola costituiva il polmone dell’economia del paese di Cinisi. Gli interessi che stavano dietro l’opera però erano più forti. Il progetto venne cambiato ben quattro volte ma questo non era fondamentale: importava di più chiudere la zona e militarizzarla in modo da riservare la costa alla villeggiatura degli aeroportuali e lasciare le carte in mano a chi volesse speculare sulla vendita dei terreni residui. I contadini ancora prima che gli stessi tecnici notarono però come la pista non avrebbe mai potuto servire allo scopo, poiché lo scirocco aggira le montagne e si infila dalle gole, creando pericolosi vuoti d’aria. Non servì a niente. L’opera, la nuova pista doveva essere realizzata, troppi gli interessi che erano in gioco.

Peppino Impastato, davanti all’evidenza di tante sopraffazioni, di fronte all’offesa al territorio, all’alternativa di ottenere un compenso equo per i terreni e quella di lottare contro la costruzione della pista, propose questa seconda via che venne appoggiata dalla maggioranza dei contadini. Furono organizzate più manifestazioni: nel corso di una di queste alcuni giovani, tra cui anche Peppino, vennero denunciati per organizzazione di manifestazione non autorizzata. Nel corso di una di queste, era stata occupata anche la via provinciale per Palermo. Molti dei partecipanti erano stati denunciati e poi processati e assolti perché il maresciallo di Cinisi non aveva fatto suonare la tromba al terzo ordine di scioglimento, così come prevedeva il codice penale.
Determinato come era, Peppino, propose anche l’occupazione del Municipio. Una soluzione dirompente che avrebbe potuto essere la scelta forte, si scelse invece la via della dimostrazione pacifica. Questa fu la fine di ogni speranza. Qualcuno aveva voltato le spalle pur avendo condiviso la lotta. In sostanza in quei giorni gli stessi avvocati del PCI fecero mancare la proposta di difesa legale dei contadini con la motivazione che la pista era una necessità. Era chiaro le istituzioni non potevano permettersi di far aspettare oltre quanti avevano deciso per loro. Fu così che i contadini si videro arrivare contro circa trecento fra soldati e carabinieri, seguiti dagli operai che dovevano far partire il cantiere che avrebbe iniziato il lavoro. L’ordine di dare la carica fu dato quasi subito e tutti furono riempiti di botte, compresi donne, vecchi e bambini. Ci fu chi come U’zzu Luigi Rizzo, un anziano di 70 anni che svenne, colpito alla testa e si ritrovò ad essere ricoverato d’urgenza. In tanti altri vennero colpiti dai manganelli della polizia, ma la testardaggine sembrava resistere alla volontà di sopraffazione del potere. I contadini avevano deciso per il proseguimento della lotta. In tutti i modi fu cercato dividere quella gente umile ma Peppino era sempre lì in mezzo a loro. Finché un giorno dopo aver tentato anche la carta di dividere le proteste, i tecnici si presentarono certi di cominciare il lavoro, ma anche questa volta furono fermati. Ormai la misura era colma, non potevano aspettare oltre. Questa volta si presentò un vero esercito di soldati, carabinieri, poliziotti e agenti in borghese.
Uno schieramento armato di tutto punto, con macchine fotografiche pronte ad immortalare i più facinorosi e perfino con gli elicotteri che volteggiavano sul paese e su quelle terre.
E questa volta fu la fine per davvero di ogni speranza. I carabinieri stessi rimasero turbati e sconvolti nel sentire l’acre odore dei limoni divelti, nell’assistere allo scempio che si fece di quelle povere case, ancora arredate, seminate dove sarebbe dovuta nascere la nuova pista. Per il paese di Cinisi fu la distruzione totale della sua organizzazione economica agricola.
Leggere quanto ricorda il sito di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato ci pone davanti agli occhi quelle genti, il tragico bilancio di quei giorni: U’zzu Faru Agghiu, morto dopo un mese dall’esproprio, confidava “Vedi, per me il Mulinazzu è la mia stessa vita. In paese non ho che fare e mi sento accupatu ( in pratica oppresso). Qui lavoro, respiro aria pura e mi sento tranquillo. Se mi tolgono questo io muoio”. Morì per davvero e sua moglie poco dopo di lui. U’zzu Peppi Maccuneddu, morto di crepacuore tre mesi dopo: rimase ancora là, con il fucile in mano, a cacciare quelli che volevano buttar giù la sua casa. U’zzu Luigi Rizzo, rimasto acciaccato e sofferente per le botte ricevute in quello scontro. U Turcu costretto ad emigrare. Rocco Monacò, bracciante, costretto a lavori precari e a sistemazioni provvisorie. Peppino Puleo, costretto a riprendere l’attività di ciabattino. U zzu Vitu u Checca, disoccupato con i figli emigrati. Cola Maltese morto. U zzu Vitu Biondo, morto. A zza Grazia Maltese, morta. Si ebbe a dire erano vecchi, fragili. Il progresso non poteva cedere di fronte a loro, la modernità non poteva arrendersi oppure avere compassione. Adesso sappiamo che quella pista è servita ben a poco; che nelle giornate di scirocco il traffico rimane sospeso e gli aerei vengono dirottati magari a Catania. Sappiamo che per quella pista, per quell’aeroporto che non sarebbe dovuto sorgere lì, in quella zona ventosa stretta tra l’acqua e le montagne, ci sono stati oltre ai morti di crepacuore fra i contadini di Cinisi anche centinaia di morti per due aerei precipitati, i numerosi incidenti, le dichiarazioni dei piloti di tutto il mondo che ancora oggi si rifiutano di atterrare, non riscontrando le condizioni minime di sicurezza.