NESSUNA ATTENUANTE PER CHI NON HA AVUTO PIETA’

DI PAOLO VARESE

Non lo so, non c’ho capito niente. Mi vergognavo. Avevo paura dell’indomani, di quello che avrebbe potuto raccontare. Queste le parole con cui crollava, davanti agli inquirenti, Vincenzo Paduano, confessando il suo orribile crimine. Stava parlando di Sara Di Pietrantonio, una ragazza giovane di appena 22 anni, piena di vita e con un grande futuro davanti ma una storia di sofferenza amorosa alle spalle. Sara aveva lasciato Vincenzo pochi giorni prima di quel 29 maggio in cui venne barbaramente uccisa, non sopportando più quello che lei stessa aveva definito un amore malato, fatto di gelosie, ossessioni, violenze verbali e fisiche. Una storia dove l’amore non esisteva, anche se Sara non lo aveva capito. Quel ragazzo ombroso, sempre sulle sue, che la chiamava puttana solo perchè studiava assieme ad altri ragazzi per gli esami universitari. Le aveva chiesto la password della casella mail, come segno di fiducia, e poi le telefonate insistenti, gli appostamenti, l’amore trasformato in possesso, schiavitù mentale, psicologica. E Sara era riuscita a liberarsi, a dire basta, a riprovare l’amore frequentando un altro ragazzo. Ma Vincenzo non ci stava, Sara era sua, così aveva atteso che lei riportasse a casa il ragazzo che stava frequentando e l’aveva seguita, fino a speronarla in una via deserta e silenziosa alle 5 del mattino. Via della Magliana, da un lato capannoni industriali e dall’altro una ferrovia, e poi campi, nulla, deserto. Il coraggioso Vincenzo aveva cercato il posto adatto per fare accostare la sua ex fidanzata, una discussione, Sara scappava lui la seguiva con la macchina poi rallentava poi accelerava, sadismo crudele per farla sentire debole, indifesa, ed i pochi passanti delle 5 del mattino non osavano fermarsi osservando la scena. Poi le sue mani alla gola di Sara, fino a soffocarla, perchè Vincenzo doveva tornare al lavoro, dove aveva lasciato il cellulare per non far rintracciare la cellula telefonica. Sara giaceva esanime, ma non era abbastanza, bisognava fare “tabula rasa”, così come aveva scritto sul suo profilo facebook Vincenzo, e così le dava fuoco, dopo averle cosparso i capelli con del liquido infiammabile, e se ne andava, lasciandola li, su quella via buia, all’alba del 29 maggio 2016. E mentre i Vigili del Fuoco accorrevano per spegnere l’incendio, Concetta Raccuia, la madre di Sara, era a casa ad aspettarla, rileggendo quel messaggio in cui la figlia, dopo aver accompagnato il suo amico a casa le comunicava che stava rientrando. Ma Sara non sarebbe tornata, vittima di un delitto talmente efferato da colpire anche il Capo della Squadra Mobile di Roma, Luigi Silipo, tanto da fargli dichiarare che in 25 anni di carriera non aveva mai assistito ad un fatto del genere. E Vincenzo, il vigilante, era tornato al lavoro, aveva offerto un caffè al collega, gettato il cellulare per non farlo trovare, lasciandolo però in modalità aerea, così la denuncia di smarrimento non avrebbe avuto seguito. Ma un addetto dell’AMA lo aveva trovato, incrinando l’alibi che l’assassino si era costruito. E l’accusa questi elementi li ha considerati tutti, smontando la richiesta, della difesa di Vincenzo Paduano, di considerare l’attenuante della gelosia. È stato chiesto l’ergastolo per Vincenzo Paduano, perchè in questa vicenda non possono esistere attenuanti e non possono trovare spazio considerazioni che sollevino l’assassino dalle proprie responsabilità. In aula l’omicida ha chiesto scusa dichiarando che sente dentro di se il peso di ciò che ha fatto, autodefinendosi mostro, ma ha poca importanza il senno di poi in questo caso. Sara è simbolo inconsapevole di tutte le vittime di quei mostri che si spacciano per uomini innamorati. La privazione prima degli spazi, poi dell’identità ed infine della vita, percorsi orribili che accomunano tutti coloro che dichiarano di amare ma in realtà vogliono solo dominare, possedere. L’ergastolo per Vincenzo Paduano sarà la conferma che non è più possibile trovare scusanti, attenuanti, giustificazioni. Che si tratti di sfregi con acido o di botte, perchè chiamarla violenza non rende l’idea, non esistono motivazioni a sostegno di queste azioni. Sara bruciava, Vincenzo tornava al lavoro, la madre attendeva a casa. Basterebbe già questo quadro per spiegare quanta differenza passi tra chi ama davvero qualcuno e chi invece ama solo il proprio ego, il proprio malato e distorto onore. A due anni di distanza i genitori di Sara ancora piangono per una assenza che non cesserà mai di essere presenza, e questa è la vera condanna, per le vittime.