ADDIO A ERMANNO OLMI VERO EREDE DEL NEOREALISMO

DI ALBERTO CRESPI

Ermanno Olmi vinse la Palma d’oro a Cannes, con L’albero degli zoccoli, il 30 marzo del 1978.

L’Italia aveva altro a cui pensare. Il 9 maggio, ventuno giorni prima, il cadavere di Aldo Moro era stato trovato nel baule di un’automobile in via Caetani, a Roma, ucciso dalle Br. Il paese stava dolorosamente elaborando una verità che sarebbe stata evidente solo tempo dopo: un progetto politico era stato fermato sul nascere, un sogno era stato spezzato. Il sogno che cattolici e comunisti (le due “grandi chiese” che avevano diviso, ma paradossalmente anche unito l’Italia dal ’48 in poi) potessero governare insieme: non solo nella vita quotidiana, come già avveniva a volte nel cuore stesso delle famiglie (dove spesso le due “fedi” coesistevano persino all’interno della stessa persona), ma nelle istituzioni, nei palazzi della politica.

Non credo che Ermanno Olmi pensasse a queste cose mentre girava L’albero degli zoccoli. So però che molti le pensavano vedendo il film. Ricordo come fosse oggi il titolo di un articolo scritto su una rivista specializzata di cinema (mi pare fosse “Cinema e Cinema”) per altro da un carissimo amico, Lorenzo Pellizzari: “Agente CL, operazione zoccoli”. Per altro il giornale sul quale cominciavo a scrivere proprio in quei giorni, “l’Unità”, parlò benissimo di L’albero degli zoccoli. Il nostro critico, Sauro Borelli, l’aveva amato per un’adesione prima di tutto istintiva, personale: mantovano della “bassa”, condivideva con il bergamasco Olmi una visione del mondo contadino arcaica, rustica, anche violenta, forse appena un pochino nostalgica ma per nulla idilliaca. I contadini di Olmi si esprimevano in una lingua dura e impenetrabile (il dialetto bergamasco appunto, incomprensibile già per chi era nato 40 chilometri più a Ovest: noi milanesi, ad esempio) e facevano una vita d’inferno. In alcune sequenze (che erano chiarissime citazioni dei Promessi sposi di Manzoni) erano forse fin troppo ben vestiti, ma comunque erano vittime, erano dannati della terra. In fondo rappresentavano una memoria della civiltà contadina della quale un altro artista morto nel corso di quei maledetti anni ’70, Pier Paolo Pasolini, aveva da tempo lamentato la sparizione. L’albero degli zoccoli era una macchina del tempo.

Qual era il problema? Che i contadini di Olmi non sognavano la rivoluzione. Erano rassegnati. Nati contadini, sarebbero morti contadini.

In fondo era quello che Pasolini sognava: meglio morire contadini che diventare “consumatori”. In quanto a Olmi, difficile dire cosa sognasse. Bergamasco e cattolico, il suo punto di riferimento era Giovanni XXIII, non certo Karl Marx. Olmi, facendo il suo cinema, non pensava certo al compromesso storico ma forse vedeva con l’occhio dell’artista (e del documentarista, perché tale era nato) cose che altri non vedevano o intuivano solo a livello ideologico. Esisteva un cristianesimo “dal basso” che poteva dar vita a rivoluzioni non violente. Magari pensava a Gandhi, piuttosto che a Lenin.

Non era facilissimo amare Olmi per chi, in quegli anni, veniva da una cultura e da una pratica politica legata al Pci e al marxismo. Sauro Borelli c’era riuscito. Altri, nella critica cinematografica di formazione marxista, non ce la facevano proprio. Ma Olmi era già in viaggio per altri lidi. Cammina cammina (è il titolo di un suo film sui Re Magi) sarebbe arrivato altrove. Avendo avuto – da laico irrimediabile – il piacere e l’onore di conoscerlo in età relativamente avanzata (sua, e in fondo anche mia) considero Ermanno Olmi un maestro Zen. Ha qualcosa di buddhista nella sua pacata accettazione dell’esistente. Come i veri maestri Zen, non insegna: ti mostra qualcosa, e sta a te capire l’insegnamento. Ne parlo al presente perché i veri saggi non muoiono: si spostano, cambiano semplicemente strada. Sta sempre a te continuare a seguirli, proseguendo sulla strada dove sei ma facendo attenzione ai suoi passi che sembrano andare altrove. “Cammina cammina”, appunto.

Non dobbiamo essere tristi perché Ermanno ci ha lasciati. Nel suo cinema si nasconde anche una serena accettazione della morte. Il suo film forse più bello, Il mestiere delle armi, non è solo una riflessione sulla violenza della guerra che diventa un macello nel momento in cui fucili e cannoni fanno il loro ingresso nel mondo. Avesse voluto dire solo quello, Ermanno Olmi avrebbe messo in scena un Giovanni dalle Bande Nere rampante e guerrafondaio, immerso nel pieno dell’azione. Invece Olmi racconta gli ultimi giorni di vita di questo famoso capitano di ventura del quale tutti conoscono il nome e nessuno sa nulla: Giovanni de’ Medici (il suo vero nome) morì di cancrena in conseguenza di una ferita da arma da fuoco nel 1526, a soli 28 anni. Chissà, forse non ce ne siamo accorti allora, ma Il mestiere delle armi potrebbe essere un film sugli aspiranti rivoluzionari degli anni ’60 e ’70: un giovane che vive di violenza, che guadagna denaro e potere attraverso la violenza, muore solo come un cane e Olmi ci spinge a provare per lui la stessa pietas che si prova per i soldati senza nome. Solo a lui poteva venire in mente un simile film.

Esiste un’arte che incita alla ribellione sociale ed esiste un’arte che molto semplicemente ci mostra cosa succede nel mondo, quindi nella società, incitandoci – appunto – alla pietas, che può essere il primo motore di un cambiamento sociale. Olmi faceva questo secondo tipo di arte. In fondo è stato l’unico, vero erede del neorealismo, che a volte aveva dentro di sé un forte spirito cattolico ed ecumenico. O pensiamo che i neorealisti fossero tutti comunisti? De Santis e Visconti lo erano. Rossellini e Fellini (che cominciò, ricordiamolo, scrivendo Paisà) non lo erano affatto. De Sica e Zavattini riuscivano a tenere insieme le due cose. Certo, evocando questi nomi emerge un altro tipo di nostalgia: quella per un cinema italiano fatto di giganti. Ma questa è un’altra storia.

Oggi inizia il festival di Cannes: 71esima edizione. Cannes sta diventando una brutta bestia, un moloch mediatico assetato di sangue. Nel 2017 non ha voluto ricordare i fratelli Taviani, Palma d’oro 40 anni prima con Padre padrone. Nel 2018 non avrebbe ricordato Olmi, Palma d’oro 40 anni fa con L’albero degli zoccoli: ma Ermanno, con l’umorismo che a volte i maestri Zen sfoderano, li ha fregati andandosene altrove proprio ieri, 7 maggio 2018, all’età di 86 anni. Nella conferenza stampa della vigilia il direttore di Cannes Thierry Frémaux ha dovuto promettere che il festival dedicherà a Olmi un “tributo”, senza specificare cosa, né quando. In fondo è meglio così. Quattro decenni fa questo festival era un’altra cosa. I Taviani vinsero la loro Palma d’oro grazie a Roberto Rossellini, presidente della giuria; Olmi vinse invece grazie a una giuria presieduta dallo statunitense Alan J. Pakula e ricevette la Palma dalle mani di Liv Ullmann, che era fra i giurati. Pensate che strani giri fa il cinema: in quel 1978 Cannes prese in concorso anche l’opera seconda di un italiano giovanissimo, Ecce bombo di Nanni Moretti. Anni dopo Moretti avrebbe vinto la Palma con La stanza del figlio, e chi era quell’anno presidente della giuria? Sissignori, Liv Ullmann!

http://www.strisciarossa.it/addio-a-ermanno-olmi-vero-erede-del-neorealismo/