ALDO MORO, A 40 ANNI DALLA TRAGEDIA DUBBI E DOMANDE SENZA RISPOSTE

DI ANNA LISA MINUTILLO

La mattina del 9 maggio, a Roma, in via Caetani, a pochi passi dalla sede della Democrazia Cristiana e da Botteghe Oscure, fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. La Renault 4, il portellone aperto, la tragedia di un uomo senza vita. La storia si fissa in questa immagine. In Tv è la voce di un giovane Bruno Vespa a dare la notizia. La strada comincia a riempirsi di agenti, confusione, brusio. Un poliziotto si avvicina alla macchina e apre lo sportello laterale. In quell’istante arriva Cossiga,  intanto un gruppo di agenti si avvicina alla Renault,  un poliziotto si gira e si mette una mano sulla faccia, disperato. Si teme che i brigatisti abbiano minato la macchina. Arrivano gli artificieri. Squarciano il portellone, lo aprono. Appare una coperta, arriva il medico legale che scopre il corpo che si trova in quella R4 rossa è quello di Aldo Moro.

Si arriva così all’epilogo di quei 55 giorni di prigionia.

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di Aldo Moro ed ancora tante domande restano lì, sospese nel mare delle risposte che forse non arriveranno mai.
Tanti dubbi, tante supposizioni l’unica cosa certa è che quel
Giovedì del 16 marzo 1978 le Brigate Rosse con un attacco rivolto al cuore dello Stato, hanno raggiunto il punto più alto della loro strategia del terrore. Erano le 9.02 del mattino, in via Fani all’incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. I 5 uomini che lo scortavano restano a terra uccisi, si trattava del Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.


Non si ha certezza su quanti appunto fossero gli uomini che hanno preso parte all’attentato

Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater questa era la logistica del commando Br: ” Io ho detto che l’auto 128 targata corpo diplomatico era guidata da Mario Moretti, che lo sbarramento all’incrocio di Via Fani è stato fatto da Barbara Balzerani, che la 132 dove è poi stato caricato l’onorevole Moro era guidata da Bruno Seghetti, che le quattro persone che hanno aperto il fuoco erano dal basso, Io, Fiore, Gallinari e Bonisoli”. E’ questa la ricostruzione secondo la deposizione rilasciata al processo Moro Quater da Valerio Morucci, unico dei Brigatisti presenti in Via Fani ad essersi dissociato.

Se la deposizione viene analizzata dettagliatamente si apprende che la disposizione era questa: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c’è Mario Moretti. A controllare l’incrocio c’è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora, collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull’Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch’essi collocati sul lato sinistro della vettura. Su Via Stresa c’è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l’Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell’agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il “cancelletto superiore” c’è un’altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadra dunque con il racconto di Morucci.
Quello stesso giorno, Giulio Andreotti avrebbe dovuto ottenere la fiducia per un nuovo governo in cui, per la prima volta, sarebbero stati presenti anche i deputati del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer.

In data primo ottobre 1993 i periti balistici su incarico della Corte depositano una nuova perizia in cui viene affermato che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c’è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell’auto dalla parte del passeggero.

In seguito si scoprirà che di questo gruppo fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un’altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della “compagna Marzia” nella strage di via Fani hanno parlato in seguito Valerio Morucci e Adriana Faranda. “Le unità del commando – ha raccontato Faranda – erano dieci. Rita Algranati stava all’incrocio con via Trionfale per segnalare l’arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128”.

Zone d’ombra e contraddizioni anche per quanto riguarda un altro episodio accaduto in quella mattina quando in Via Fani
si trovò a passare in motorino l’ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi indirizzati a lui. Le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e le due persone che vi stavano a bordo facessero parte del commando.

Risale al 15 ottobre del 1993 la dichiarazione rilasciata da un pentito della ‘Ndrangheta Saverio Morabito . In Via Fani quel giorno c’era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, riferisce che quando venne a sapere della deposizione di Morabito si ricordò diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l’ipotesi della presenza di un calabrese in Via Fani. Tra questi la testimonianza dell’Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione di essere stato avvicinato da un calabrese che gli chiese di un rullino di foto scattate a Via Fani.

Le foto furono scattate subito dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti. Di quel rullino però si persero le tracce, dato che scomparve e non fu più ritrovato. Oltre ai tanti misteri che ruotano intorno al caso Moro, si aggiunge anche la scomparsa di queste immagini che sicuramente avrebbero potuto fornire un quadro più chiaro di quanto accaduto.

Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo il violento agguato ma con il piede sbagliato . Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana attraverso telegramma l’ordine di attuare il piano Zero che era stato elaborato per la provincia di Sassari, ma risultava sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta. Questo nonostante il fattpo che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi, 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.

Le ricerche vengono estese a tutta Italia ma si concentrano soprattutto su Roma . Vengono impiegate 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti tra il 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma e si effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Anche riguardo a questo punto i commenti non saranno benevoli in quanto per qualcuno si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.

Dalle affermazioni di Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, si apprende che: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’ Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti e le auto che usavano. Questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ricevette questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché si trovava in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questa brigatista si giunge ad individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni della prigionia di Moro. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, si sarebbe potuto individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.
E’ indubbiamente vero che con i se e con i ma non si fa la storia, ma è altrettanto vero che si è perso del tempo prezioso, che forse si è voluto perdere.
In molti, ed appartenenti a svariati settori, si sono sentiti in dovere di esprimere pareri che hanno accompagnato questa triste pagina della storia italiana.
Tra questi

Robert Katz, scrittore e giornalista che dichiara : “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”. Il ruolo della P2
nel caso del sequestro Moro ad oggi non è ancora stato chiarito
né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.

Circola anche la voce di Interessi stranieri che ruoterebbero intorno alla morte di Moro
Secondo Sergio Flamigni questi interessi convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre già nel 1964 quando Moro aprendo ai socialisti sostiene un superamento del centrismo. Gli americani nonostante le prime contestazioni si sono dovuti adeguare. Quando però Moro vuole passare ad un’altra fase di alleanza con i comunisti si crea un altro problema. E’ da quel momento che in molti lo vogliono ucciso. Sia politicamente, infatti vi furono tentativi per attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ “antelope Cobbler” (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler. Ma anche fisicamente, una persona che attraverso il suo operato iniziava forse ad infastidire ed andava quindi fermata.

Corrado Guerzoni, che era uno dei più stretti collaboratori di Moro, lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti, ed ha detto che il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Questa circostanza è stata sempre smentita da Kissinger .

Dopo il sequestro, Aldo Moro fu portato in quella che dopo verrà definita “la prigione del popolo”. Nei processi che seguirono la cattura dei brigatisti, risultò poi che questa “prigione del popolo” era l’appartamento di proprietà di Anna Laura Braghetti, sito in via Camillo Montalcini 8, sempre a Roma. In quei 55 giorni, Moro venne sorvegliato da diversi membri delle Br, in particolare da Prospero Gallinari che, essendo già ricercato, rimase durante tutto il rapimento insieme allo statista e venne considerato il vero carceriere di Aldo Moro. Tuttavia, secondo il magistrato Carlo Alfredo Moro, fratello dell’ex presidente Dc, l’ultimo covo in cui fu nascosto Moro non fu quello di via Montalcini, ma un altro situato nei pressi di un luogo marino. Si giunge a questa deduzione per via della sabbia trovata addosso al corpo ed anche sull’auto, dove venne ritrovato il corpo di Moro, ma anche da alcune incongruenze durante le deposizioni dei brigatisti stessi. Dal 16 marzo 1978 al 9 maggio dello stesso anno, le Brigate Rosse rilasciarono nove comunicati. Il gruppo terroristico si servì di queste lettere per spiegare le motivazioni del sequestro ma anche per provare a intavolare una trattativa con lo Stato.

Anche Moro nei suoi 55 giorni di prigionia, scrisse 86 lettere. I destinatari furono molteplici: dagli esponenti più importanti del suo partito, la Dc, alla famiglia. Non mancarono però le missive inviate ai principali quotidiani e all’allora Papa Paolo VI. Il Pontefice era un amico personale di Aldo Moro ed il 22 aprile, rivolse un appello pubblico col quale supplicava “in ginocchio” gli “uomini delle Brigate Rosse” affinché liberassero il prigioniero restituendolo alla sua famiglia e ai suoi affetti, specificando tuttavia che ciò doveva avvenire “senza condizioni”. Delle 86 lettere inviate, solo alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e furono ritrovate successivamente nel covo di via Monte Nevoso. Attraverso queste lettere, Moro cercò di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime cariche dello Stato.
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che stava per pagare con la vita la sua dedizione allo Stato senza però trovare conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.

Comunicati, richieste, trattative che vedono il loro termine nel nono comunicato delle Brigate Rosse attraverso il quale furono queste parole che misero fine al rapimento ma anche alla vita di Aldo Moro
“Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”. Dopo l’omicidio, l’auto con il suo corpo fu lasciata parcheggiata in Via Caetani, a Roma, in modo quasi simbolico, a metà strada tra la sede della Dc e quella del Pci. A comunicare l’avvenuto delitto fu il brigatista Valerio Morucci tramite una telefonata al professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro. Il terrorista chiese a Tritto, “adempiendo alle ultime volontà del presidente”, di comunicare subito alla famiglia che “il corpo del presidente si trovava nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, in via Caetani”. Era la mattina del 9 maggio 1978, e in pochi minuti si diffuse in tutto il mondo la notizia dell’uccisione di Aldo Moro.
Nelle strade invece un silenzio assordante, una notizia che lasciava attoniti e disorientati quanti pensarono fino all’ultimo che ci potesse essere invece un esito positivo di questa vicenda.

Chi era Aldo Moro?
Nato a Maglie in provincia di Lecce il 23 Settembre 1916, Aldo Moro fu uno dei fondatori della Dc di cui nel 1946 venne eletto rappresentante. In quel periodo entrò a far parte della Commissione che ebbe il compito di redigere la Costituzione italiana. Nell’aprile del 1948 fu eletto alla Camera, poi ricoprì alcuni fra gli incarichi governativi più importanti: fu ministro degli Esteri (due volte), dell’Istruzione e della Giustizia. Nel 1959 venne eletto segretario della Dc. Nel 1963 diventò presidente del Consiglio rimanendo in carica fino al 1968. Fu di nuovo primo ministro tra il 1974 e il 1976. Ma le elezioni del 1975 cambiarono la storia politica italiana: alle amministrative il Pci ottenne un grande consenso, un risultato che mutò gli scenari e fece tornare d’attualità la strategia di Aldo Moro: il coinvolgimento del Pci al governo in quello che prese il nome di “Compromesso storico”. Per opporsi a questo accordo le Brigate Rosse lo sequestrarono proprio mentre si stava recando in Parlamento dove avrebbe votato la fiducia al primo governo con il sostegno dei comunisti. Fiducia che Giulio Andreotti ottenne.
Dopo l’omicidio di Moro si verificò una forte crisi istituzionale: Francesco Cossiga si dimise da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimise anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone.
Durante i giorni del sequestro, e anche dopo la morte di Moro, in Italia ci fu un concitato dibattito fra coloro che sostenevano la necessità di trattare con le Brigate Rosse e quelli che, al contrario, rifiutavano di scendere a compromessi. Dopo la morte dello statista, al termine delle elezioni politiche del 1979 la Dc rimase stabile, al contrario il Pci non riuscì a confermare l’esito delle consultazioni precedenti, in particolare alle amministrative del 1978. Questo esito segnò la fine dei governi di solidarietà nazionale.
Se ne parla ancora oggi, a distanza di 40anni dall’accaduto, ne parlano i figli , ne parlano i semplici cittadini che all’epoca dei fatti erano dei bambini ma che lo ricordano ancora.
Il figlio Giovanni pochi giorni fa durante un’apparizione televisiva dice: “dopo il sequestro si è creata una frattura tra cittadini e politica”
il Governo avrebbe a suo avviso avuto un ruolo determinante a causa della scelta di non decidere nei momenti decisivi della trattativa con i rapitori: “Le motivazioni mi hanno fatto pensare a un incantesimo, un ‘sonno’ che colpì tutti. Andreotti in primis: per equità rispetto ai precursori, lasciò morire qualcun altro”
“In quei 55 giorni lo Stato decise di non decidere: né trattò con i terroristi né tentò di prenderli. Bisognava seguire una delle due strade”, ha rivelato, “Non c’è ancora verità, nè quella storica, nè quella giudiziaria, e tantomeno quella politica. Moro non fu colpito perché era un simbolo, come si disse, ma per fare un’operazione chirurgica sulla politica italiana, per fermare il suo progetto”.
Dichiarazioni pesanti ma comprensibili dopo 40 anni ancora in attesa di risposte, dopo quei 55 giorni, in cui l’Italia intera è sprofondata nella tragedia. Che è nulla, a confronto quella della sua famiglia, che non trova pace .
Una battaglia quella combattuta dalla famiglia di Moro per il rispetto e la verità.
Maria Frida Moro, sorella di Giovanni, più volte ha sottolineato l’importanza della tutela delle vittime del terrorismo, che troppo spesso vengono dimenticate, questa deve ’essere applicata anche nei confronti di Aldo Moro. Non manca Maria Frida Moro di far notare nel suo appello :” Molte persone hanno lucrato su mio padre ma nessun politico fino a oggi lo ha sostenuto”.
Aggiunge: ” Chiediamo che il lavoro della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro venga divulgato perché contiene moltissime conclusioni che ribaltano le verità ufficiali”.


Una fine quella riservata a Moro avvenuta con 12 colpi intorno al cuore e poi lasciato ad agonizzare per un’ora .
Una fine che appare davvero come una tortura, che poteva concludersi con un solo colpo mortale, una fine che anche dopo 40anni non si può dimenticare e che mette in risalto tutte le falle del nostro sistema politico e sociale.
Ora come allora ci sono cose che continuano a non funzionare nel nostro paese, paese in cui troppo spesso chi si adopera per operare bene viene in qualche modo fermato.
La verità è una via scomoda ma che porta luce, quella luce che anche quando si viene fermati continua a brillare.