L’AMERICA CAMBIA VERSO: A SCUOLA PIU’ CONOSCENZE, MENO COMPETENZE

DI CHIARA FARIGU

La notizia è un vero scoop: l’America dice stop ad un sistema di valutazione che privilegia le competenze sulle conoscenze.

Puntare tutto e solo sulle prime, ritenute più utili e maggiormente spendibili nel mercato del lavoro, a scapito delle seconde, pare sia stato dannosamente controproducente: gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante i numerosi investimenti adottati per rafforzare questa fondamentale capacità. Da qui, dopo oltre un ventennio di test standardizzati per certificare le competenze specifiche, l’inaspettato dietrofront.

Sono gli stessi esperti del Naep (l’Invalsi americana) a spiegarne le motivazioni: la lettura è un’abilità complessa che richiede capacità specifiche, come la comprensione e la decodificazione di un testo scritto. L’una e l’altra difficilmente misurabili con le classiche prove standardizzate. Insomma, dicono gli esperti, “leggere non è come andare in bicicletta”. Non è sufficiente solo saper pedalare, alla base della comprensione di un testo bisogna possedere un solido e variegato bagaglio di conoscenze. Patrimonio sconosciuto, a quanto pare, alla stragrande maggioranza degli studenti americani, cresciuti a big mac e test multipli.

A dare il via alla grande corsa alle competenze, comprese quelle della lettura e della matematica, fu il Congresso americano (presidente George W.Bush) quando, nel 2001, con voto bipartisan, approvò la legge nota come “No child left behind”, ovvero “nessun bambino lasciato indietro” che si proponeva, almeno nelle intenzioni, l’obiettivo di dare a tutti, ricchi e poveri, pari opportunità nell’acquisizione di solide e durature competenze. Poiché dai risultati delle prove standardizzate dipendeva gran parte dei fondi federali, le scuole, col passare degli anni hanno finito per somministrare test sempre più pervasivi che hanno avuto una ricaduta sulla didattica e sui libri di testo risultando inevitabilmente sempre più impoveriti e privi di contenuti.
Col risultato, diametralmente opposto a quello preventivato: zero miglioramenti, più gap tra studenti ricchi e poveri. Quel “classismo” che si voleva azzerare non solo non è diminuito ma si è ulteriormente rafforzato. Perché, a farne le spese, sono state soprattutto le scuole ubicate nei quartieri meno abbienti e culturalmente più fragili che, dovendo privilegiare i test governativi, hanno finito con l’abbandonare le discipline che non rientravano nelle prove a risposte multiple.

Registrato il fallimento, l’America fa mea culpa e torna indietro.

Mentre, nel vecchio Continente, Italia compresa, ci si affanna, da oltre 10 anni, a inseguire e copiare tout court il modello di oltre oceano. Andando anche oltre, come spesso accade, quando si inseguono le mode, meglio poi se a stelle e a strisce, peraltro figlie di politiche neoliberiste, nell’ottica del melius abundare quam deficere. Infatti, non soddisfatti delle prove a risposte multiple nelle classi della scuola primaria di 1° e 2° grado, i test hanno fatto capolino anche negli esami di stato per chiudere il cerchio alle (pseudo)competenze acquisite.
Nonostante gli appelli inascoltati di docenti e pedagogisti sulla loro inutilità, la politica non demorde. E’ la modernità, bellezza, sembra volerci dire. Basta con la scuola obsoleta fatta di nozioni, di informazioni che si intersecano, di collegamenti tra discipline, di riferimenti al passato per capire il presente, di ragionamenti complessi per rendere semplici anche i concetti apparentemente più astrusi, di linguaggi corretti con predicati verbali utilizzati nei tempi giusti, di metafore, iperboli (e chi più ne ha più ne metta) che arricchiscono e impreziosiscono anche il testo più scarno se il lettore, frase dopo frase, pagina dopo pagina, può attingere a quel bagaglio di conoscenze che una crocetta su un quadratino messo, a volte dopo attento ragionamento, ma spesso a caso confidando nella fortuna, non potrà mai e poi mai garantire.

Ma forse, anche noi, per tornare indietro, dovremmo prima registrare un fallimento. Tranquilli: siamo già sulla “buona” strada.