LE RADICI DEL MALE CHE AFFIORANO A MACERATA

DI LUCA SOLDI

 

Le radici del male sono tutt’altro che estirpate e l’odio indiscriminato sta portando nuovi frutti malati.

Ed ormai da tempo affiorano senza mostrare vergogna confondendo vendetta e giustizia, dolore e rabbia.

Ed è a Macerata che l’infamia bestiale che si è accanita sulla povera Pamela diventa occasione per trasformare tutto in odio razziale.

I sentimenti di condanna, la voglia di giustizia, un umano senso di colpa sembrano essere sopraffatti dalla rabbia, dall’avversione indiscriminata per chi ha solo il colore diverso della pelle.

Un senso di rancore opportunamente cavalcato sfocia così nella voglia di amministrare la giustizia in proprio.

La vendetta corre il rischio di vincere a livello collettivo sul diritto.

Ecco generate quelle reazioni sconsiderate portate avanti dalla follia di un singolo.

In una deriva, se così può essere chiamata, così profonda da consentire a non lasciare spazio ad alcun pentimento.

Il frutto che ne deriva non è solo volontà giustizialista di un singolo ma un clima che consente a Luca Traini da sentirsi carnefice autorizzato e convinto a rivendicare anche la sua azione:

«Non rinnego niente di quello che ho fatto. Io volevo colpire chi spaccia, come quello che ha venduto la droga a Pamela. Non è colpa mia poi se a Macerata tutti gli spacciatori sono neri». 

In questi tre mesi che sono passati da quella mattina di follia del 3 febbraio scorso, non é emerso nessun senso di colpa.

Nessun ravvedimento da Traini da quando, a bordo della sua auto scura tenne in ostaggio per circa tre ore una città così duramente provata.

Traini assumendosi il compito di giustiziere sparò dal finestrino una raffica di proiettili le persone di colore che incontrava per le strade della città. 

In questi mesi l’odio razziale da quanti lo hanno sostenuto sembra esser cresciuto.

Ecco perché  nella prossima udienza 

davanti alla Corte d’assise del Tribunale di Macerata non mostrerà cedimento.

Il processo che lo vede imputato il 28enne di Tolentino racconterà di accuse gravissime: strage, tentato omicidio plurimo, porto illegale di pistola e munizioni, esplosione pericolosa in aria di colpi di arma da fuoco e danneggiamento: tutti reati aggravati «dall’aver commesso il fatto per ragioni di odio razziale – si legge nel capo d’imputazione – contro i cittadini stranieri immigrati presenti a Macerata e contro il fenomeno dell’immigrazione, in generale, che avviene in Italia».

Traini, in questo tempo, ha trovato 

modo di «smontare» proprio questa aggravante con un ragionamento deduttivo che vuole dimostrare che non è stato l’odio per le persone di colore ad armare la sua mano, ma l’odio per chi vende stupefacenti rovinando la vita ai giovani, fino alle estreme conseguenze.

Conseguenze che hanno portato all’omicidio di Pamela Mastropietro, la povera 18enne romana uccisa a Macerata il 30 gennaio all’interno di un appartamento abitato da un nigeriano, Innocent Oseghale. «Il mio non è stato un raid prettamente razziale. Non è che ho attaccato tutti i neri. Sconvolto dalla notizia del massacro di Pamela, ho rivolto la mia attenzione agli spacciatori. Se fossi stato spinto dall’odio razziale avrei colpito anche i negozi degli africani. Se poi tutti gli spacciatori sono neri, almeno a Macerata, quella è un’altra questione». 

Un ragionamento incongruente tenuto conto che Traini in quelle ore ha scelto le vittime per il colore della pelle: «Non rinnego niente di quello che ho fatto. Mi dispiace solo per la ragazza di colore. Io volevo colpire solo maschi dell’età dello spacciatore presunto uccisore di Pamela», ha spiegato il giovane di estrema destra, mentre sui social continuano ad arrivargli attestati di solidarietà che raccontano come le radici del male siano già ormai affiorate  in mezzo a noi.

La cronaca parla della reazione a questa deriva. Della volontà di non lasciar passare la tesi di Traini.

Di un vasto movimento che si muove in direzione opposta alle tesi razziste che ledono tutta una comunità.

Sentimenti condivisi dalla stessa amministrazione comunale di macerata guidata dal sindaco che ha ufficializzato la sua posizione con una delibera del 4 maggio scorso: «Si è leso un diritto soggettivo- ha dichiarato il primo cittadino di Macerata, Roberto Carancini- dello scopo sociale della comunità, si sono prodotti dani all’immagine , allo sviluppo turistico e a quello produttivo per approdare alle conseguenze di un’intera collettività, in termini di dolore, paura, sofferenza e sbigottimento» è specificato nella delibera. Al momento, da parte dell’amministrazione, non è stata specificata alcuna richiesta risarcitoria nei confronti dell’imputato