CANNES CONTRO PUTIN

DI GIOVANNI BATTAGLIA

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE A CANNES

L’apertura della competizione “Un certain regard” è stata caratterizzata da un doppio messaggio del festival a Vladimir Putin.
Mentre venivano presentati i film in concorso nella sezione parallela a quella della competizione ufficiale, Thierry Fremaux ha dichiarato che purtroppo il regista russo Kirill Serebrennikov non potrà essere presente al festival a causa dei suoi problemi con la giustizia e che Putin stesso avrebbe scritto una lettera nella quale si rammaricava ma non poteva interferire con la giustizia russa che è un potere indipendente da quello politico e quindi il regista non avrebbe potuto abbandonare il paese per raggiungere il festival di Cannes che lo aveva invitato.
Un po’ perché la sala era per metà composta da ucraini un po’ perché l’affermazione è di una comicità straordinaria, credo che le risate del pubblico si sentissero dall’esterno.

Non c’era nulla da ridere invece nel film di apertura “Donbass” del regista
Russo-ucraino Sergei Loznitsa che racconta le menzogne della propaganda russa attraverso una serie di episodi nell’Ucraina in piena guerra civile.
Lo stesso Loznitsa parlando con Fremaux aveva detto che non sapeva bene come spiegare la sua situazione personale per la propria nazionalità ( metà russo metà ucraino ) per cui aveva preferito concludere dicendo che non voleva nemmeno provare a spiegarlo per paura che non avrebbe capito.
Altra grande risata del pubblico.
L’ucraina è sicuramente uno dei paesi più mistificati grazie alla propaganda da entrambe le parti ( quella della Russia, il paese invasore e quella dell’Ucraina ) che dal 2004 ancora oggi vivono una situazione conflittuale.

“Donbass” quindi è un film politico che racconta quello che quotidianamente è successo e ancora oggi succede nella parte più ad est del paese e che mette in ridicolo i piccoli poteri che dei paramilitari si sono attributi per vessare altri concittadini.
La guerra non è altro che uno specchio di quello che sono le bassezze degli esseri umani ed il quadro dipinto da Loznitza è desolante: un mondo cupo e apparentemente senza speranza dove gli uomini cercano di trarre sempre un vantaggio a discapito di altri uomini derubandoli, deridendoli ed uccidendoli.

Loznitza pare essersi ispirato ad un video amatoriale visto alcuni anni fa per sviluppare questo film che è strutturato in una serie di episodi tutti sganciati tra di loro ma uniti dal senso della prevaricazione e dell’inganno ed anche da uno stile, quello proprio del regista, ottenuto, filmando con una telecamera sempre in leggero movimento che lascia la sensazione di un opera a metà tra la cronaca documentaristica ed la finzione.
Loznitza conosce bene la tecnica cinematografica anzi la sua forza sta proprio nella capacità di filmare in un modo estremamente rigoroso e potente ma qui preferisce sporcare leggermente le immagini con una camera a mano sempre vicina agli attori che come delle maschere sono usati come simboli grotteschi meschini, avidi e prevaricatori.
Il film inizia con una scena in cui degli attori fanno una finta intervista per la televisione pretendendo di essere dei passanti che hanno assistito ad un attentato in un bus e prosegue con altri 12 episodi il cui denominatore comune è sempre lo stesso.
Da Loznitza che è già definito un maestro del cinema forse sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più ed anche qualcosa di meno per quanto riguarda la lunghezza del film che a tratti ricorda la seconda  ( disastrosa ) parte di “A gentle creature” presentato sempre qui lo scorso anno.

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