LA TAVOLA PERUGINA DELL’APOCALISSE

DI VANNI CAPOCCIA

L’arte, quando non si è costretti a seguirla con il rigore degli studiosi, consente percorsi affettivi che storici dell’arte considererebbero avventati e fantasiosi.

Prendete questo quattrocentesco dipinto su tavola proveniente dalla Chiesa di sant’Agostino nel Borgo di Porta sant’Angelo a Perugia ora alla Galleria Nazionale dell’Umbria e, purtroppo, finito nei depositi. Un lavoro intrigante questa tavola che sembra un gonfalone, ma gonfalone non dovrebbe essere visto che quelli umbri sono dipinti su tela. Con i flagelli appesi alla croce e il Cristo che lancia gli strali che ti fanno stare con i piedi ben piantati a Perugia, la Madonna della Misericordia che ti porta nell’Alta Valtiberina a cavallo tra Umbria e Toscana, per tornare a Perugia nella chiesa di santa Maria Nuova per delle assonanze con quanto rimasto degli affreschi con le storie di santa Caterina di un pittore umbro-camerte.

È un peccato che stia nei depositi dai quali uscirà a settembre per una mostra alla Galleria dedicata proprio alle opere non esposte al pubblico. Le mura della città e nella mandorla a sinistra le stelle, l’Agnello Mistico e i sette sigilli sono evidenti richiami all’Apocalisse di Giovanni; ricorda i versi di una lauda, anch’essa ispirata all’Apocalisse, di Jacopone da Todi “La luna è scura e ‘l sole ottenebrato, / le stelle de lo cel veio cadere” il cui attacco, a sua volta, sembra tanto leopardiano.

Un dipinto su tavola che sembra un gonfalone, Perugia, Camerino, l’Alto Tevere, i flagellanti, l’Apocalisse di Giovanni, Jacopone da Todi, Leopardi. Un “gir bizzicone”, come direbbe Jacopone; un andare su e giù per l’arte, la religione e la poesia da far accapponare la pelle ai rigorosi storici dell’arte mainstream.

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