TRA POPULISMO E SOVRANISMO, LA SINISTRA DIVENTI ALTERNATIVA A LEGA E M5S

DI PAOLO BUTTURINI

Il dibattito pre e post elettorale è stato l’antipasto, ma è nella discussione, mediatica e social, sulla formazione del Governo che stiamo assistendo allo, spero non definitivo, trionfo degli stereotipi sull’analisi.

In particolare, due definizioni tornano costantemente: “populismo” e “sovranismo”, normalmente scagliate come anatema contro chi cerca di leggere più in profondità i fenomeni politici, sociali ed economici che sono alla base del risultato elettorale e dei processi che lo hanno preceduto.

Sono soprattutto i media mainstream e quel che resta del Pd ad agitare lo spauracchio ci un incombente disastro politico, al quale ci porterebbe l’asse M5S-Lega. Se è accettabile marchiare la nascente diarchia come “il governo più a destra dal dopoguerra”, accostare ad essa le definizioni di “populista” e “sovranista” rischia di creare confusione, a tutto vantaggio delle élite neoliberiste che si agitano sullo sfondo.

Il neologismo “sovranismo” viene così definito dal vocabolario Treccani (versione online): “Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione. (Derivato dall’agg. sovrano con l’aggiunta del suffisso -ismo, sul modello del fr. Souverainism)”.

Piùlunga e articolata la spiegazione del lemma “populismo”; per brevità riporto soltanto la parte funzionale al mio ragionamento: “Per estens., atteggiamento ideologico che, sulla base di principi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi”. 

Nella vulgata dei media il “sovranismo” viene tout-court assimilato al nazionalismo di destra. Pochi si chiedono se questa istanza di un ritorno allo stato nazionale (o almeno al riappropriarsi da parte di questo di facoltà di decisione su materie come il bilancio, il rapporto deficit/pil ecc.) non abbia per caso a che fare con la profonda crisi del modello democratico-borghese, sia nella versione liberale che socialdemocratica. Ancor meno quelli che mettono in discussione, se non retoricamente e per concludere che non c’è alternativa, la costruzione europea che farebbe da argine al ritorno dei nazionalismi.

A questo scopo si arriva a falsificare la realtà: nascondendo, per esempio, l’evidenza che il Governo Europeo non è affatto affidato al Parlamento di Strasburgo, ma alla Commissione Europea che non è eletta bensì nominata dai Governi e che i pesi al suo interno sono distribuiti in base ai rapporti di forza economici e non, per esempio, a un democratico criterio di eguaglianza fra partner.

Se poi dovessimo esaminare le politiche di austerità, che oggi molti disconoscono a parole, dovremmo constatare il loro fallimento sia sotto il profilo sociale (aumento della povertà, precarizzazione delle condizioni di lavoro anche nei Paesi più forti ecc.), sia dal punto di vista economico (debolezza dell’Europa nel selvaggio affermarsi della globalizzazione ecc.), sia, infine, dal punto di vista politico (disaffezione dei cittadini, esclusione di intere classi sociali e Paesi dal gotha del governo europeo ecc.).

Allora, perché non prendere in considerazione un “sovranismo di sinistra” che, se declinato alla luce dell’internazionalismo e non del cosmopolitismo progressista, potrebbe essere un elemento destabilizzante del blocco neoliberista che domina le politiche europee. Tradotto nella nostra situazione: non c’è possibilità di avviare nemmeno una timida svolta neokeynesiana se non si mettono in discussione mantra come “il pareggio di bilancio” o “il rapporto deficit/pil”. I“proibitissimi” interventi statali sarebbero l’unica via d’uscita: ma metterli in atto, in una quantità apprezzabile e utile, è possibile soltanto infrangendo il totem del debito pubblico.

Quanto al “populismo”, lo stereotipo neoliberista lo associa a un’idea demagogica di rapporto col popolo sul modello, per fare un esempio, di quello instaurato in Ungheria da Victor Orban (basterebbe, però, ricordare che lo stesso premier ungherese ha definito il suo un prototipo di “democrazia illiberale” che poco o nulla ha a che vedere col populismo). Anche in questo caso si potrebbe, modernizzandola, dare vita a una versione di sinistra che rivitalizzi in chiave gramsciana il concetto della primigenia idea, nata in Russia tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo. Allora il movimento populista: “si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria… un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini e dei servi della gleba” (Treccani online).

Domanda finale: un eventuale Governo M5S-Lega metterà in discussione la costruzione neoliberista europea? Dal riposizionamento lampo del M5S (abbandono del referendum sull’Euro, neo atlantismo ecc.) e dalla consolidata prassi di Governo della Lega (sia a livello locale che nazionale) possiamo tranquillamente escluderlo. Quindi lo spazio politico di una sinistra che torni a fare analisi marxiste, ad aprire conflitti di classe e a riorganizzarsi è davvero enorme.