CAFFE’ AMARO

DI PAOLO VARESE

Roma, centro storico. Due donne entrano in un bar, si siedono ed ordinano un caffè americano ed un decaffeinato. Assieme alle ordinazioni arriva anche il conto, 11,12 euro, incluso il servizio. Questa vicenda è accaduta pochi giorni fa, ed ha fatto esplodere ancora una volta il caso dei prezzi pazzi nelle località turistiche italiane. Ma esiste davvero il caso? A seguito della segnalazione delle due donne è stato verificato che i prezzi per il servizio al tavolo erano correttamente indicati nel listino appeso alla parete, e pertanto l’informativa era stata data. Senza dubbio molte persone, nel caso di un caffè non vanno a controllarne il costo prima di ordinarlo, anche se lo consumano al tavolo. Inoltre le due vittime del conto salato hanno ammesso che il bar non sembrava essere di lusso, e pertanto non pensavano di dover subire un micro salasso. Ed ecco risolto il caso: la mancanza di attenzione verso il listino prezzi. In realtà a Roma da tempo viene richiesto un calmieramento dei prezzi per i locali pubblici, ma la questione non può essere risolta con un decreto oppure una ordinanza, a causa di diversi fattori. Esiste un tariffario suggerito dalle Camere di Commercio, ma non si tratta di un diktat, anche perché al variare della zona variano anche gli affitti richiesti. La protagoniste della sfortunata vicenda hanno anche fatto notare come il bar in questione, pur essendo in zona centrale, non apparisse esattamente di lusso, ed oltretutto al loro ingresso non avevano ricevuto alcun saluto. Anche questo elemento però non concorre al prezzo dei prodotti in vendita, a meno che non si parli di ristoranti stellati in cui anche il modo in cui sono piegati i tovaglioli può incidere sulla valutazione. Purtroppo in alcuni ambiti essere competitivi sui prezzi non è considerato un modo per sopravvivere, specialmente dove la proliferazione di esercizi commerciali unitamente ad un turismo di massa impedisce un lavoro svolto in funzione della fidelizzazione del cliente, ed è ovvio che le richieste da parte delle varie associazioni di consumatori non possono essere esaudite, proprio perché i fattori di riferimento sono molteplici, dal costo della licenza al numero degli inservienti, passando per il costo dell’affitto e le varie concessioni come il suolo pubblico o le insegne. Non è la prima volta che a Roma, ma in Italia in generale, si grida allo scandalo, tirando in ballo anche le truffe ai danni di turisti, ed è ancora recente il ricordo di una coppia inglese che fece pubblicare sul Telegraph la loro indignazione per aver pagato 3 coppe di gelato ed una bottiglia di acqua, vicino Fontana di Trevi, la bellezza di 42 euro. Dopo essersi rivolti alla Polizia i britanni dovettero però ammettere di non aver consultato il listino, invocando il diritto al buon senso. Ecco, il buon senso è esattamente ciò che viene a mancare in queste circostanze, e pur non volendo difendere le richieste troppo spesso esorbitanti, non si può non rimarcare come in realtà frequentemente si tenda ad effettuare valutazioni personali invece di leggere quanto esposto. In un mio recente viaggio a Londra, mi sono tolto lo sfizio di leggere i prezzi del ristorante all’interno di Harrod’s, e dopo aver constatato che un lasagna costava 22 euro, 1 caffè 3 euro ed un panino 10 euro, ho deciso di non consumare nulla. Ma tanta altra gente era in fila per consumare, in maggioranza turisti, senza gridare allo scandalo per i prezzi. Parliamo di un grande magazzino, per quanto di prestigio e famoso, eppure in quel caso l’esborso sembrava legittimo, pagare per poter esibire lo scontrino di Harrod’s. Forse bisognerebbe ricordare che già i latini esortavano i compratori a fare attenzione, con il “caveat emptor” ormai divenuto brocardo giurisprudenziale. Non esiste un caso prezzi pazzi, esiste solo la disattenzione, storicamente accertata.