LA LEGGE BASAGLIA HA 40ANNI, COSA E’ STATO FATTO E COSA C’E’ DA FARE

DI ANNA LISA MINUTILLO

Sono trascorsi 40 anni da quando, lo psichiatra Franco Basaglia, che diede vita al Movimento per il superamento degli istituti psichiatrici pronunciò questa frase: «La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile». Era infatti il 13 Maggio 1978 quando con la legge 180 si segnò la fine dell’era degli ospedali psichiatrici in Italia, ovvero la chiusura dei manicomi. Qualcosa di unico, di rivoluzionario, qualcosa che ha cambiato il volto della malattia  mentale nel nostro Paese. Da quando è entrata in vigore la legge Basaglia, sono venti milioni gli italiani «curati senza manicomi». I manicomi erano luoghi orribili, dove i malati mentali erano quasi sempre abbandonati a se stessi, maltrattati, dimenticati. Luoghi in cui tutto si riceveva tranne che le giuste cure, le giuste attenzioni, ma soprattutto l’amore che sarebbe servito ad alleviare le sofferenze di chi troppo spesso si ritrovava in quei luoghi senza averlo richiesto. Prima della 180 era vigente la legge 36 del 1904, per la quale venivano internate nei manicomi le persone «affette per qualunque causa da alienazione mentale». Dopo un periodo di osservazione, i pazienti potevano essere ricoverati definitivamente, perdevano i diritti civili ed erano iscritti nel casellario penale. I manicomi svolgevano un ruolo di controllo sociale dei supposti ‘devianti’, dove si ritrovava chi era ai margini della società, dalle persone con disagi ai piccoli delinquenti alle prostitute, e dove si praticavano elettroshock e contenzioni. Tra i ricoverati vi erano anche gli omosessuali. Nel periodo Fascista, poi, i ricoverati aumentarono, con un’utilizzazione di tali istituti anche per i dissidenti, e dal 1926 al 1941 passarono da 60mila a 96mila. La cura del disagio psichico ha rivoluzionato la concezione di società, cultura, sanità e giustizia nel nostro Paese. Da quel momento nessuno ha più potuto privare della libertà una persona senza che questa avesse commesso reati e senza la tutela della legge, come poteva succedere prima di allora a chi aveva malattie mentali. Le teorie di Basaglia sconvolsero la psichiatria, prevedendo l’abolizione delle pratiche più violente usate per le cure, l’abbattimento delle barriere che isolavano gli ospedali psichiatrici e infine l’eliminazione degli ospedali stessi. Per poter attuare le sue idee innovative Basaglia mise in atto una serie di iniziative al fine di ridare voce ai pazienti e a sostenere le loro esigenze umane con visite guidate e incontri con i parenti.


Il suo operato rivoluzionario rispetto alle modalità di cura usate in psichiatria fino a quel momento si scontrò spesso con resistenze e ostilità che provenivano in gran parte del mondo politico e scientifico italiano. Con la legge Basaglia, l’Italia si distinse in Europa e nel mondo sul piano dell’assistenza alle persone con problemi di mente. Una legge che ha evitato l’emarginazione che non aiuta a guarire oppure a vivere in modo sereno, i malati infatti non vanno emarginati ma assistiti. Di sicuro non si assisteva correttamente chi veniva rinchiuso tra quattro mura, con inferriate alle finestre e sbarre alle porte. Il processo di chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici si è concluso quasi vent’anni dopo, nel 1997. Parallelamente nei primi anni ottanta è cominciato lo sviluppo dei servizi territoriali. Oggi il territorio nazionale è coperto da 183 Dipartimenti di Salute Mentale, organizzati in livelli di assistenza che prevedono servizi ambulatoriali, servizi di assistenza domiciliare, strutture residenziali e semiresidenziali e gli Spdc (servizi psichiatrici di diagnosi e cura), unità di 15 posti letto all’interno degli ospedali generali. Nel 2015 sono stati circa 800mila i cittadini che hanno usufruito dei servizi di salute mentale. Un’innovazione quindi a cui però non mancano disservizi e percorsi ancora da effettuare. La legge infatti delegò la sua attuazione alle regioni, con la conseguenza di una disparità di applicazione sul territorio nazionale.
I Servizi di Salute Mentale che dovevano essere diffusi sul territorio con residenze comunitarie insieme a gruppi di convivenza con la partecipazione di maestri, educatori, e accompagnatori, come prevedeva la norma, non sono presenti in numero sufficienti, con la conseguenza che spesso le famiglie si ritrovano sole nel loro difficile compito di gestire i loro familiari malati. i disagi dei malati e delle loro famiglie non sono causati dalla legge 180 del 1978.
Probabilmente la scarsità di fondi e una scarsa motivazione all’applicazione della legge non ha consentito ancora la piena attuazione di quella norma carica di innovazione che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come “uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale” e che ogni società civile dovrebbe cercare di attuare.
Gli ultimi dati disponibili in Italia prima del 1978 risalgono al 1954, e vedono 95 manicomi con 120mila posti letto. Dopo, con la svolta, ed a completamento del percorso anche le leggi 9 del 2012 e 81 del 2014 che hanno decretato il superamento pure degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), dopo la denuncia delle loro drammatiche condizioni. Nel 2017 si è completata la chiusura di tutti e 6 gli Opg italiani. In alternativa agli Opg sono state attivate le Rems (Residenze per le Misure di Sicurezza), strutture sanitarie residenziali con non più di 20 posti letto. Nell’Aprile dello scorso anno, si contano 30 Rems con 596 ricoverati. Il panorama dell’assistenza si è dunque completamente trasformato, ma purtroppo continuano a non mancare le criticità. La situazione attuale è a macchia di leopardo con grandi differenze regionali, esattamente come accade per altre situazioni nel nostro paese. Uno dei problemi da risolvere è quello legato alla carenza di personale: quello dei Dsm è di 29.260 unità, sotto lo standard di 1/1500 abitanti indicato dal Progetto obiettivo salute mentale 1998-2000, secondo il quale gli operatori dipendenti dovrebbero essere circa 40mila. Inoltre i fondi sono insufficienti. Leggi valide, atte a ridare una sorta di dignità a chi non ha colpa per ritrovarsi a vivere queste problematiche,  ma anche leggi che si perdono tra le strade dell’ indifferenza e della cattiva gestione.

Un dato allarmante riguarda l’assistenza ai più giovani, In Italia ci sono solo 325 posti letto di neuropsichiatria infantile, questo vuol dire che : solo un terzo dei ragazzini che hanno bisogno di un ricovero in neuropsichiatria infantile per un disturbo psichiatrico acuto riesce ad essere ricoverato in questo reparto. In assenza di risorse adeguate, il sistema dell’assistenza psichiatrica in Italia rischia il crollo. I numeri delle malattie mentali sono in costante aumento, e tra poco più di 10 anni supereranno quello delle malattie cardiovascolari collocandosi al primo posto a livello mondiale. Un lasso di tempo non lunghissimo entro cui bisogna assolutamente lavorare per migliorare una situazione che già oggi presenta criticità che proprio a partire dal sistema di assistenza vede i finanziamenti essere ancora insufficienti. Le risorse investite nel settore dell’assistenza psichiatrica sono state inversamente proporzionali agli obiettivi che ci si era prefissati: oggi l’Italia è al 20/mo posto in Europa sia come numero di psichiatri sia come spesa per la salute mentale, che è pari a circa il 3,5% della spesa sanitaria a fronte di numeri doppi o tripli di Paesi come Francia, Germania e Regno Unito dove tale spesa si colloca al 10-15%. Ennesima testimonianza di quanto abbiamo ideato noi ritrovandoci però ad essere il fanalino di coda di paesi che prendono esempio riuscendo a realizzarlo concretamente e senza falle. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero della Salute datati 2016, sono 800 mila le persone assistite nei Dipartimenti di Salute Mentale, con 370 mila nuove visite per problemi legati alla psiche. Al centro dell’attenzione per questo anniversario restano però anche molti punti da risolvere, soprattutto legati alle risorse, che lasciano l’area della salute mentale sempre ai margini rispetto ad altre branche della medicina. Va registrato e non sottovalutato quanto osservato dagli psichiatri ovvero l’aumento delle malattie psichiatriche che dipende anche dalla comparsa di nuove patologie con la scoperta di nuove malattie legate alla modernità e alle nuove dipendenze. Occorre quindi altro per proseguire il lavoro di Basaglia ed è fondamentalmente legato all’attenzione ed ai finanziamenti che ancora mancano per far si che il lavoro fatto non venga come accade spesso, gettato alle ortiche.

Da pochi anni, grazie all’intraprendenza di privati che hanno a cuore queste persone, sono nati centri di accoglienza, vere e proprie comunità dove il malato può essere ricoverato con assistenza 24h/24 da personale specializzato e allontanato così dalla causa del suo male. Sono poche e nonostante le convenzioni con le regioni, spesso costano cifre proibitive, si può arrivare anche a 3mila euro al mese, cifre che non tutti possono permettersi. Ma a scontrarsi con la “buona volontà” dei privati sono anche leggi assurde, come quella della Regione Lombardia, che obbliga ogni 3 anni il paziente a cambiare comunità. Alla luce di questa richiesta, nessun medico sa spiegarsi il perché ciò avvenga, vengono date risposte che in modo confuso fanno riferimento a ragioni burocratiche legate alla spesa sanitaria. Nessuno tiene conto che per un malato di mente ( ma a pensarci bene anche per chi non lo è ) abituarsi a un nuovo posto in cui vivere è una impresa durissima. Allora i pazienti diventano “pacchetti postali” in cerca di una destinazione. Sono due milioni ogni anno le persone che in Italia si ammalano in maniera grave a livello psichiatrico. A queste bisogna aggiungere le migliaia che soffrono di depressione e ansia in maniera tale da portarli spesso al suicidio. Nel 2015 il ministero della salute ha finalmente realizzato per la prima volta una mappatura dei malati, del personale medico e degli assistenti sociali: è un rapporto totalmente deficitario. I Centri di Salute Mentale, i centri diurni e le strutture residenziali, sono 3.791 strutture in cui lavorano 29.260 dipendenti (57,7 ogni 100 mila abitanti). Insomma molto lavoro è ancora da fare per garantire quanto promesso, per non dimenticarsi di chi sta male ma soprattutto per non dimenticare che il confine tra la “sanità mentale e la follia” è molto labile. Fortunatamente esiste il volontariato nel nostro paese che corre a tappare per quanto possibile le falle dello stato, diverse sono le associazioni che si prendono cura dei malati psichici. Compagnie teatrali, corsi di disegno, gite, dei piccoli lavoretti, fanno si che questi impegni portino le persone a guardarsi dentro, abbandonando almeno per un po’ i fantasmi che vivono dentro di loro. Nel 2015 solo Emilia-Romagna e le province autonome di Trento e Bolzano hanno destinato almeno il 5% del loro budget alla salute mentale. Tutte le altre regioni sono rimaste al di sotto di questa soglia, con un minimo del 2,2% in Basilicata. Una diseguaglianza, che riguarda la sanità in generale. L’obiettivo era di avere un operatore ogni 1500 abitanti. In Italia però veniamo da circa 9 anni di blocco del turnover in tutto il pubblico impiego, sanità compresa, e questo non ha permesso di sostituire le migliaia di operatori che sono andati in pensione. Al momento a livello nazionale ci sono circa 30mila operatori, ma ne servirebbero almeno 40mila. C’è quindi uno squilibrio tra le risorse disponibili anche nelle regioni con più fondi, e una richiesta sempre maggiore e diversificata rispetto al passato. Oggi dobbiamo fare i conti con condizioni cliniche che nel 1978 non c’erano o erano marginali: disturbi negli adolescenti e nei giovani adulti, disturbi del comportamento alimentare, disturbi comportamentali delle persone con disabilità, situazioni che non possono e non devono essere dimenticate per un paese che si reputa attento e civile come il nostro.

Oggi dovrebbe essere chiaro ai più che chi ha un disagio mentale non è il “matto”, il diverso, il soggetto “pericoloso” da emarginare e distogliere dalla comunità dei “normali”, ma un degente bisognoso di cure e assistenza, e soprattutto, un essere umano in difficoltà. Il modello su cui si basa l’assistenza psichiatrica è definito bio-psico-sociale. Questo perché, in primo luogo, la malattia psichiatrica è innanzitutto una malattia a tutti gli effetti, un’affezione biologica. In secondo luogo, perché colpisce la sfera della mente. Infine, perché la cura e il recupero del malato non può prescindere dal ripristino, o dalla conservazione, di tutti quei contatti che il degente ha con il tessuto sociale in cui è nato e vissuto. Le malattie non devono essere vissute con sensi di colpa e frustrazioni, ma c’è bisogno di fornire speranza e sopravvivenza degna a chi non ha comunque scelto di esserne affetto. Non esistono “matti da legare” ma uomini e donne che, attraverso programmi terapeutici individuali, possono migliorare le proprie condizioni e vivere un’esistenza più felice da sole o insieme alle loro famiglie. Con una rete territoriale e professionalità all’altezza si può dare vita a un grande processo democratico che offra a tutte le persone un’opportunità e una strada da percorrere, ed è per questo che diventa fondamentale il buon funzionamento della stessa. Non è ancora possibile affermare che sia risolto il problema dello “stigma” che circonda i malati psichici: molti cittadini, infatti, li considerano persone pericolose e irrecuperabili che andrebbero nuovamente rinchiuse. In questo senso, tanto e ancora tanto si può e si deve fare dal punto di vista dell’educazione, dell’informazione e della sensibilizzazione. L’esperienza vissuta, le angosce, gli smarrimenti sono fragilità presenti in tutti. Le risposte sono da costruire ogni giorno.

COME SONO NATI I MANICOMI IN ITALIA?
A rendere possibile il tutto fu una specifica legge, la n. 36 del 14 febbraio 1904, dal titolo “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati,” un provvedimento, molto atteso, dopo l’attenzione che i giornali e non solo, avevano riservato alle condizioni disumane di alcune strutture psichiatriche nazionali.
Nel 1902 i ricoverati presso i manicomi italiani erano 36.845, con un notevole incremento rispetto ai 12.913 del 1875, crescita che proseguì senza sosta, basti pensare che nel 1905, a un anno dall’entrata in vigore della legge 36, il numero degli internati psichici toccò la cifra di 39.500 unità.
Uno dei passi più importanti ma anche più discussi di quella legge, era quello relativo alla possibilità prevista per l’autorità locale di pubblica sicurezza di ordinare, seppur in via provvisoria, il ricovero presso una struttura manicomiale di qualsiasi persona. Questo sulla base di due requisiti: una certificazione medica e il presupposto d’urgenza. La prerogativa, prevista dalla legge in forma del tutto eccezionale, diventò in poco tempo una prassi comune, insomma una regola facilmente applicata che forniva alle forze di polizia di intervenire nei confronti di quei soggetti ritenuti “fastidiosi” senza l’attivazione di tutti quei meccanismi procedurali e di garanzia previsti dai vigenti codici penali.
Un’evidente anomalia che fece ritenere agli oppositori della legge che questa era stata scritta più che dai medici, dai questurini. L’alleanza “malsana” fra psichiatri e tutori dell’ordine autorizzò il ricovero non di “pazzi” ma di paralitici, alcolisti,  insomma di tutti quei soggetti che ” a loro dire” avrebbero potuto ” dare scandalo” e che, invece, nel chiuso dei reparti psichiatrici, smettevano di rappresentare problema per la società e per la famiglia.
Il manicomio diventava il succedaneo del carcere o del semplice ospedale  senza dare la minima importanza al fatto che vi entrava non fosse realmente un malato di mente. A certificare la necessità del ricovero vi era alleanza fra medicina e polizia, un binomio perfetto che sgravava più soggetti da pesanti responsabilità.
Questa anomalia in verità non era presente solo in Italia, anche in altri paesi si finiva nei manicomi per svariati motivi, fra questi anche l’omosessualità, negli anni del Fascismo si strutturò ancora di più, trasformandosi in un’ arma efficace per “eliminare” in modo silenzioso ed indisturbato, una figura socialmente pericolosa ma non sempre facilmente perseguibile: quella dell’oppositore politico.
La legge del 1904, non solo non fu abrogata ma venne annoverata ( specie nell’ambito del concetto, sempre più vago e per questo efficace) della pericolosità sociale. A partire dal 1927 il numero dei ricoverati nei manicomi italici crebbe costantemente ogni anno, con percentuali notevolmente superiori alle medie precedenti. Dai 62.127 del 1926 si passò nel 1941 all’enorme numero di 94.946 internati negli ospedali psichiatrici.
Appare evidente che un simile incremento non fosse dettato da un incredibile aumento dei “pazzi” ma solo da un’applicazione molto lasca della legge, che faceva del manicomio un valido strumento di silenziosa repressione politica e sociale.
A sancire il ricovero d’urgenza non era solo l’autorità di pubblica sicurezza, o un tribunale, che aveva tutto il vantaggio, sulla base magari di una accomodante perizia, di far passare un condannato come pazzo, ma anche e per certi aspetti sempre più, quella del podestà, cioè di quella figura politica, di nomina governativa, che a partire dal 1926 sostituì la figura del sindaco. Nei piccoli comuni, in modo particolare, il podestà era un vero e proprio ras, in grado di fare il bello e il cattivo tempo e, quando qualche concittadino rappresentava un problema, bastava un semplice certificato e questi, si ritrovava a finire nel tunnel di un manicomio dal quale uscire diventava quasi impossibile e viverci un inferno.


In un ospedale psichiatrico italiano, infatti, durante il ricovero, le condizioni di vita potevano essere ben peggiori di quelle di un qualsiasi penitenziario. Questo a causa dell’applicazione di determinati regimi medici quali l’isolamento o il ricorso a “cure” quali, ad esempio, l’elettroshock, un’invenzione dalle potenzialità curative molto dubbie ma dagli effetti devastanti.
Di come una persona sana poteva in un manicomio italiano diventare una sorta d’ombra, ne seppe qualcosa Violet Gibson, un’irlandese che il 7 aprile 1924 tentò di uccidere Mussolini all’uscita da un congresso di chirurgia inaugurato dal Duce. Il colpo di pistola, che nelle intenzioni della figlia di un ex cancelliere del Regno Unito avrebbe dovuto mettere fine alla vita del capo del Fascismo, provocò soltanto una lieve escoriazione al naso del capo del governo.
Ricoverata nel manicomio romano Santa Maria della Pietà, dopo una perizia a firma del professor Antonio Mendicini che attestava l’incapacità di intendere e volere al momento del tentato omicidio, per la Gibson iniziò un viaggio senza ritorno. Sottoposta a isolamento assoluto e ad un regime di sorveglianza costante, Violet visse un vero e proprio inferno, senza poter parlare con nessuno, leggere, scrivere o anche uscire per qualche minuto in giardino, una condizione che le fece più volte rimpiangere i mesi trascorsi alle “Mantellate”, il carcere femminile capitolino.
Confinare una persona in manicomio era per il regime non solo un’elaborata, spietata e silenziosa vendetta, ma anche l’assicurazione che il detenuto non sarebbe stato più un problema, perché in un ospedale psichiatrico italiano, specie in quegli anni si entrava, ma non sempre se ne usciva.
Un percorso, quello della Gibson nel nosocomio romano, simile a quello di tanti altri antifascisti ma anche a semplici persone ritenute soltanto un problema per il regime, come Ida Dalser. Nata a Sopramonte, in provincia di Trento, dopo aver studiato a Parigi conobbe a Milano, città dove si era trasferita ed aveva aperto un salone di bellezza, un giovane Benito Mussolini. Fra i due nacque una relazione che, a dire della Dalser, si concluse con le nozze nel 1914 delle quali, però, non vi furono mai prove. Dalla relazione, breve e tormentata, nacque anche un bambino, Benito Albino che il futuro capo del Fascismo riconobbe, garantendo anche una modesta rendita.

L’ascesa politica di Mussolini alla fine del conflitto mondiale e il matrimonio civile con Rachele Guidi cambia radicalmente la situazione. Le ferme pretese di Dalser di tornare con l’uomo che amava e con il padre di suo figlio vengono viste dal duce come una minaccia ad una carriera politica sempre più in auge. Per questo nel 1926 la Dalser, nel tentativo di incontrare il ministro dell’istruzione Pietro Fedele a Trento per perorare la sua causa e quella del bambino, venne arrestata, portata in questura e sulla base del referto di un otorinolaringoiatra, dopo una breve e sommaria visita medica, condotta d’urgenza presso l’ospedale psichiatrico di Pergine. Qui ha inizio il calvario della Dalser : sepolta in un volgare manicomio, tra tisici, fra urla demoniache, che la assordavano giorno e notte, priva di notizie dei suoi famigliari, nonché del suo bambino .
Dopo un tentativo di fuga la Dalser verrà trasferita nel manicomio di San Clemente a Venezia e sottoposta a un regime “medico” ancora più duro rispetto a quello precedente, chiusa in una piccola stanza, priva di luce naturale, spesso e volentieri costretta nella camicia di forza, senza vedere nessuno. Questa insopportabile condizione ebbe fine nel 1937 quando morì, senza mai essere uscita dal manicomio, per un’emorragia.

I MANICOMI DAL DOPOGUERRA ALLA LEGGE BASAGLIA

L’utilizzo degli ospedali psichiatrici non terminò con la caduta del Fascismo e tantomeno con la fine della seconda guerra mondiale. Nei mesi successivi alla liberazione, non pochi furono gli ex partigiani che, accusati di gravi reati commessi durante la lotta clandestina, finirono, grazie alla strategia difensiva dei loro avvocati, fra cui Lelio Basso e Umberto Terracini, nei manicomi criminali piuttosto che in carcere, grazie al riconoscimento dei giudici della seminfermità mentale. Ma in quegli ospedali, in cui avrebbero dovuto rimanere per poco tempo, quegli internati politici vi rimasero per anni e nel totale silenzio di istituzioni e partiti, e a nulla valse la grande amnistia fortemente voluta dal guardasigilli Togliatti e concessa alcuni mesi dopo la nascita della Repubblica. Perché se quel provvedimento, concepito in un’ottica riconciliante, aprì le porte delle carceri ai condannati politici, non spalancò, invece, quelle ben chiuse dei manicomi, dove i “ricoverati particolari” continuarono a rimanere per anni.
La permanenza di persone del tutto sane nei manicomi criminali, in cui le condizioni di vita erano anche peggiori dei comuni ospedali psichiatrici, minò e non poco la salute mentale di molti di quegli “ospiti”, portandoli in alcuni casi a una morte anticipata, nel più assoluto, colpevole, silenzio. Questo il racconto meno noto che si può aggiungere alle tante silenziose vicende raccontate sui manicomi italiani , che ebbero fine solo sul finire degli anni Ottanta quando, a seguito della definitiva applicazione della cosiddetta Legge Basaglia, gli ospedali psichiatrici furono definitivamente chiusi, lasciando, mille mute solitudini e problemi mai del tutto risolti.

Nel 1968 lo scenario italiano cambia. Viene approvata una nuova legge, la 431. Cosa stabilisce questa legge che prende atto dei fermenti e delle spinte di rinnovamento? a) l’insufficienza dell’assistenza psichiatrica basata esclusivamente sull’internamento in manicomio; b) l’istituzione di un servizio di assistenza psichiatrica territoriale attraverso la creazione dei centri di igiene mentale; c) la possibilità di entrare in manicomio anche volontariamente; d) l’abolizione dell’obbligo di annotare nel casellario giudiziario l’ammissione e la dimissione dal manicomio; e) nuovi criteri di organizzazione degli ospedali psichiatrici.
Il legislatore italiano, dunque, si mostra particolarmente sensibile alle esigenze di una totale revisione della concezione della malattia mentale e dei suoi modi di cura.
Con questa legge inizia in Italia il sistema di assistenza territoriale; tuttavia questa innovazione costituisce ancora una fase di passaggio.

LE POLITICHE DI SALUTE MENTALE ED I DIRITTI DI CITTADINANZA

Occorre cambiare il luogo della cura per cambiare i metodi della cura: non basta cambiare solo l’uno o gli altri. L’attenzione si deve spostare dalla malattia in sé alla totalità della persona: i suoi bisogni e diritti, ma anche le sue capacità e risorse. Nel prevedere la necessità di risposte articolate i programmi non devono essere rivolti solo all’individuo ma anche al suo contesto, alla sua rete di appartenenza e ai gruppi sociali di riferimento.
Il compito delle politiche (sia dei governi centrali sia delle amministrazioni locali) diventa quello di promuovere la cittadinanza per le fasce più svantaggiate e vulnerabili della popolazione, innalzando la loro qualità di vita, favorendo la loro autonomia ed emancipazione (anche dalla dipendenza dai servizi), in modo che il concreto esercizio dei diritti accresca complessivamente le loro possibilità e capacità di scelta e di azione. In particolare alle persone che soffrono di gravi disturbi mentali occorre garantire:
>la disponibilità di aiuti materiali e sussidi economici – anche transitori – per avere un reddito che consenta una vita dignitosa;
>condizioni di habitat soddisfacenti: la propria casa, ma anche la possibilità di accedere ad appartamenti, comunità e residenze transitorie, protette e semi-protette, in fasi e cicli particolari di bisogno;
>l’inserimento lavorativo in rapporto alle proprie esigenze, capacità e inclinazioni;
>l’accesso all’istruzione, all’informazione, alla formazione;
>l’accesso a contesti e a occasioni di socializzazione, nello svolgimento di attività finalizzate e di tempo libero. Il governo centrale e le amministrazioni locali devono inoltre attivare programmi di educazione sanitaria per i cittadini, al fine di promuovere una diversa immagine della malattia mentale, liberata da pregiudizi.

OBIETTIVI DELL’OMS PER IL XXI SECOLO

Salute per tutti è la parola d’ordine, l’idea-forza che l’Organizzazione mondiale della sanità ha rilanciato con decisione durante la Conferenza internazionale di Atene tenutasi nel mese di giugno del 1998 che ha inaugurato il III quinquennio di attività del Progetto Città Sane.
Obiettivo 1
Solidarietà per la salute nella regione europea
Obiettivo 2
Equità nella salute

Obiettivo 3
Iniziare la vita in salute

Obiettivo 4
La salute dei giovani

Obiettivo 5
Invecchiare in salute
Obiettivo 6
Migliorare la salute mentale

Obiettivo 7
Ridurre le malattie contagiose

Obiettivo 8
Ridurre le malattie non trasmissibili

Obiettivo 9
Ridurre le lesioni dovute a violenze e incidenti
Obiettivo 10
Un ambiente fisico sano e sicuro
.
Obiettivo 11
Una vita più sana
.
Obiettivo 12
Ridurre i danni causati da alcol, farmaci e tabacco.

Obiettivo 13
Ambienti favorevoli per la salute

Obiettivo 14
Responsabilità multisettoriale per la salute

Obiettivo 15
Una sanità integrata

Obiettivo 16
Gestione per la qualità della salute

Obiettivo 17
Finanziare i servizi sanitari e stanziare risorse

Obiettivo 18
Sviluppo di risorse umane per la salute

Obiettivo 19
Ricerca e conoscenze sanitarie

Obiettivo 20
Mobilitare i partner a favore della salute

Obiettivo 21
Politiche e strategie a favore della salute per tutti

E’ quella delle donne la categoria più colpita dai disturbi psichiatrici, in particolare dalla depressione, con una probabilità quasi tre volte maggiore rispetto agli uomini. Una donna su quattro, secondo i dati del ministero, è a rischio di soffrire di una di queste patologie. La vita quotidiana, per il genere femminile, è diventata molto più stressante di un tempo. Il lavoro, la cura della famiglia, l’assistenza di parenti malati, il tutto condito da ritmi frenetici e pochi momenti liberi, porta molte donne ad ammalarsi. E la maggior parte non reagisce perché pensa di fare un torto a figli, mariti e genitori.

Bisogna aiutare chi non riesce più a reagire soprattutto, per spiegare che la battaglia contro i disagi psichiatrici non si può vincere in solitudine.

Accettazione del problema che spesso non avviene a causa della discriminazione delle malattie mentali nell’opinione pubblica, ed a questo non sono spesso estranee le influenze dei mass media. Quindi i malati sono etichettati come incurabili, trasandati se non sporchi, pericolosi e violenti. Da sempre credenze popolari affermano che solo i folli possono curare i folli. Non ci è forse capitato di sentir definire gli psichiatri ‘i medici dei pazzi’, in una accezione negativa, e non quali professionisti spesso di grande sensibilità umana, impegnati in una battaglia intensa contro ‘il demone della follia.

Eppure, in una società sempre più multietnica e multimediale, per soffermarsi e ampliare i propri orizzonti ci si deve confrontare con il cosiddetto diverso. Il rischio è di sentire estraneo e stigmatizzare uno con un altro colore della pelle, piuttosto che con un orientamento sessuale diverso o di diversa religione.

Occorre, e concludo, farsi promotori di progetti e manifestazioni aventi per protagonisti anche malati stessi, per stimolare la creatività e l’impegno e per la divulgazione di messaggi destinati a superare e abbattere le distanze e l’esclusione.
Questo perché non vi può essere salute senza salute mentale.

40 anni importanti che mostrano ciò che è stato fatto ma anche ciò che c’è ancora da fare. 40 anni che racchiudono cattiverie riservate ingiustificatamente a chi invece si sarebbe dovuto dare ascolto ed attenzione, 40 anni che testimoniano che purtroppo, ed ancora si confonde la follia intesa come malattia mentale , giustificando le cose davvero “folli” che ancora vengono compiute, da chi si reputa “sano” travestendole con l’abito della “comoda normalità”..