JUVE SCUDETTO TARGATO ALLEGRI: IL PIÙ DIFFICILE, IL PIÙ CRITICATO, IL PIU’ BELLO

Di VANNI PUZZOLO

 

Allegri studia e cambia i moduli e vince in tre mosse:Napoli, Lazio e Inter le svolte.

A come Allegri

Sempre criticata per l’essenzialità del suo gioco, la squadra di Allegri non ha preso gol per sedici partite di fila.
E tutto è cominciato a Marassi, sponda Genoa.
Decisivo il cambio di modulo del 4-3-3 rispolverato al San Paolo.
E’ stata la grande bellezza contro l’efficacia.
O se volete, a leggerlo in altro modo, il confronto tra la “fredda” Torino e la folle, geniale, Napoli.
Nella lunga corsa scudetto si è tracciata una distanza che non è soltanto chilometrica e culturale.
Semmai un incrocio continuo, uno scontro, e mai un incontro, di due filosofie agli antipodi.

La geometria perfetta di Allegri e della sua camaleontica Juve da una parte.
Il caos controllato del Napoli di Sarri dall’altra.
In mezzo un fiume di parole tra due toscani che di uguale non hanno quasi niente.
Sir Max – tra presente e futuro da Premier – e “sor” Maurizio, così genuino e sanguigno da dare, talvolta, fastidio, ma ambito pure lui in Premier.
Rette parallele che non si incontrano in nessun infinito ma si sono incrociate per nove lunghissimi mesi.

Per questo, soprattutto, Juve-Napoli è stata bellissima. Perché nelle loro differenze estreme sono state in grado di fare un cammino quasi identico all’interno di un equilibrio che si è rotto solo sul rettilineo finale.
La Juve ci è arrivata senza gambe, il Napoli senza quella tenuta mentale che segna il confine tra il vincitore e il vinto.

Tra la concretezza di Allegri, appunto, e l’esuberanza di Sarri.

Ma Juve-Napoli è stata – e non poteva essere diversamente – anche una lunga sfida dialettica, fra un toscano arguto, e un napoletano naturalizzato toscano.
Tra differenze di fatturato e piccole accuse, favoriti e favoritismi, arbitri e Var, calendari difformi e difformi comportamenti.
Allegri parla e si capisce subito che aria tira.
Sarri non ama la comunicazione e non la sa gestire.
Allegri è un direttore d’orchestra, Sarri un capo-popolo. Allegri è l’allenatore della squadra di Torino, Sarri è Napoli, dentro la città, a fianco dei tifosi.
Se a tutto questo ci mettete, ogni tanto, le esternazioni di De Laurentis, capite quanto dialettica sia stata la sfida.

Eppure, volenti o nolenti, hanno marciato insieme lungo la frattura di un calcio privato.
Se ci si pensa è un paradosso: ad Allegri hanno rimproverato sempre di non avere la bellezza di Sarri, a Sarri di non saper essere duttile e concreto come Allegri.
Doctor Jeckyll e Mister Hyde in qualche modo.
Oppure, semplicemente, Juventus e Napoli.
Si potrebbe banalmente distinguere il buono di chi ha vinto e il cattivo di chi ha perso.
Ma sarebbe come stracciare a metà lo stesso libro.
Il libro di una lunga e appassionante corsa scudetto, che proviamo a ripercorrere nelle tappe essenziali.

7 volte Juve

Annata 2017/18, la prima con il Var, la Juventus vince il settimo scudetto di fila, il 34esimo nella sua storia.
I bianconeri ci devono mettere del loro per non vincere il titolo, non hanno una squadra, ne hanno due e la seconda rischierebbe seriamente di vincerlo pure lei.
Il quarto titolo di Massimiliano Allegri ha un sapore speciale: mai come quest’anno la Juve ha avuto tanto filo da torcere e mai come quest’anno i bianconeri hanno dato l’impressione di poterlo perdere.
Non si tratta delle due facce della stessa medaglia ma di un campanello d’allarme in vista della prossima stagione, con o senza Allegri.

All’inizio esplode Dybala, ma sbaglia i rigori

Archiviato lo shock della Supercoppa italiana il 13 agosto (3-2 Lazio al 94’ per un buco di De Sciglio dopo aver rimontato due reti con la Joya), la partenza del campionato è stata puntellata dal miglior Dybala di tutta la stagione.
Colui che dicono essere l’erede di Messi, ma ancora non lo è, segna al debutto col Cagliari, decide da solo con una tripletta la trasferta di Genova (2-4 col Genoa dopo lo 0-2 iniziale e sviste Var, che portano Buffon a dire questo è calcio televisivo, riferendosi al Var) timbra col Chievo e riserva altre tre reti al Sassuolo a Reggio Emilia.

La Juve non convince ma ne vince sei di fila prima di incepparsi con Atalanta (2-2) e soprattutto con la Lazio allo Stadium (1-2).
Tutti a puntare il dito sui due rigori falliti dall’argentino, di fila ed entrambi decisivi.
Allegri, toscano alquanto navigato, sposta il mirino sul gruppo capace di sprecare a Bergamo il doppio vantaggio e con i biancocelesti l’1-0 di Douglas Costa e una certa superiorità, e lo comincia a preservare. Come per difenderlo.

Siamo a ottobre, i nuovi acquisti, come vuole la consuetudine, da Allegri vengono gestiti quasi col contagocce, tranne Matuidi.
Arrivano le prime critiche alla luce del calcio champagne di Sarri, della regolarità dell’Inter capolista e del gioco scarno e vincente di Torino.

Il modulo è sempre il 4-2-3-1 ereditato dalla passata stagione, con pochi ritocchi dovuti più che altro ad infortuni e cali di forma.
Sul banco degli imputati finisce la difesa, passata da linea Maginot a colabrodo dopo la separazione consensuale da Bonucci.
Fa niente se con Udinese, Spal, Milan, Samp e Crotone Higuain e soci mettono dentro 19 di reti, portandosi a casa altri dodici punti.

Marassi crocevia essenziale

Il (3-2) del 19 novembre a Marassi sponda blucerchiata per molti è il punto di non ritorno: quattordici reti incassate in quattordici partite sono il capolinea agonistico della Juve e di Allegri, che a questo punto deve cambiare:

1 Dicembre, prima mossa:cambio modulo e 3 punti a Napoli

L’allenatore dimostra di saperne una più di tutti, cambiando modulo proprio nella prima delle tre gare che decideranno lo scudetto numero 34.
La Juve parte col 4-3-3, impreziosito dal pesantissimo gol in avvio di Higuain.
Dopo settimane di prove e ripensamenti, Allegri piazza in mezzo alla difesa in modo definitivo Benatia e Chiellini; a destra chi sta meglio tra De Sciglio, Lichtsteiner e, all’occorrenza Barzagli; a sinistra Alex Sandro (con Asamosah valida alternativa).
In mezzo Pjanic, con Khedira e Matuidi angeli custodi o pericolosi incursori all’occorrenza, sono loro i tesorieri fissi del centrocampo, che ora da equilibrio alla squadra e copertura alla difesa.
Primo cambio Betancour. Marchisio e Sturaro praticamente non vedranno mai il campo.
In avanti intoccabile Higuain (fuori solo per una crisi passeggera e dopo la botta con Sirigu nel derby di ritorno) con la possibilità di scegliere chi e come fargli girare intorno in un roaster fatto da Dybala, Mandzukic, Douglas Costa, Cuadrado e Bernardeschi. Cinque fior di giocatori, cinque alternative che nessuna squadra può vantare, per due maglie. Dei due in campo, uno gioca tra le righe, l’altro presidia una fascia.

Ritorna la difesa bunker

Il Napoli s’inceppa al San Paolo e i punti di vantaggio sui bianconeri scendono da quattro a uno.
Quasi un distacco premonitore della supersfida del 22 aprile. La settimana dopo niente bis contro l’Inter: a Torino finisce 0-0 con i nerazzurri più che in partita, e ancora in testa alla classifica.
Vincere a Napoli e non perdere con quell’Inter è il semaforo verde per il club di Andrea Agnelli.
Anche perché l’Inter dopo quella “ fatica “ ne esce esausta e si prepara ai suoi due mesi più tragici, e da lì a poco finisce l’effetto Spalletti, anche perché l’organico in effetti non era all’altezza.

Allegri ha trovato l’assetto quasi perfetto per il campionato (per la Champions il discorso è diverso).
La squadra assimila e reagisce, soffre e si chiude in difesa quando c’è da soffrire (vedi con la Roma alla vigilia di Natale) e qualche volta pecca, specchiandosi troppo nella sua essenzialità,ma fa della concretezza la sua forza e procede dritta la sua rincorsa.
Sono le settimane della rimonta: dal 17 dicembre al 14 marzo la Juve le vince tutte.
Dove tutte sta per dodici partite di fila con una difesa tornata insuperabile, vince in tutti i modi, giocando bene, giocando male, speculando e anche con qualche polemica ma vince.

Il dato è noto: dopo i tre gol di Marassi, la Juve incassa una sola rete in campionato (Caceres a Verona) in 16 partite.
In pratica un intero girone.
Buffon e Szczesny raccolgono il primo pallone finito alle loro spalle sabato 31 marzo 2018 quando Bonucci ( si proprio quello dellla BBC) di testa beffa Barzagli, Chiellini e Buffon in Juve-Milan (3-1).

Le partite della vita degli altri, ma le vince la Juve

In mezzo a questo girone da imbattuti, tanti, tantissimi punti pesanti in campi dove la squadra di casa gioca la solita partita “che vale un’intera stagione”, e puntualmente la perde.
Perché le classiche partite sporche, quelle equilibrate, quelle che si risolvono solo con una giocata di un singolo, di un campione, quelle, le vince sempre la Juve, anche perché i campioni li ha lei.

E’ il caso di Firenze (con il classico gol dell’1-0 dell’ex Bernardeschi), contestata, Cagliari (vittoria molto contestata per l’arbitraggio di Calvarese) e soprattutto Olimpico versante Lazio.
Questa è la seconda mossa decisiva del campionato: la Juve pensa al Tottenham in Champions e gioca la peggior partita in stagione ma quando lo 0-0 sembra scritto negli almanacchi Paulo Dybala la tocca piano, cadendo a terra, ma sufficiente per entrare e al 93’ la Juve incassa tre punti.

La vittoria non meritata diventa vittoria-quasi-scudetto qualche ora dopo quando la Roma infilza il Napoli al San Paolo.
E’ il sorpasso, funestato il giorno dopo dalla scomparsa di Astori.
Di lì in poi sono i partenopei a dover rincorrere, a non avere più il loro destino nelle loro mani, e la regia cambia, perché la Juve ha l’abitudine sia a stare in testa che a rincorrere, il Napoli no.

Tra le mani la Juve sogna di alzare la Coppa dalle grandi orecchie e, dopo l’impresa di Wembley, tenta il tutto per tutto con il Real Madrid di Cristiano Ronaldo, nel ritorno a Madrid dopo una batosta allo Stadium.
Sappiamo come è andata.
Le ripercussioni su gambe e fisico si fanno sentire, eccome: Buffon sbrocca, anche la dirigenza dimostra nervosismo, perché tutti lo sanno che il grande obiettivo stagionale quello era.
Allegri mescola le carte e rimane glaciale, ma la spia della riserva lampeggia.
La difesa prende gol praticamente da tutti, Benevento e Crotone compresi (con tutto il rispetto, ovviamente) e poi Napoli e Inter.
Ma le grandi squadre trovano sempre il colpo vincente, a volte fortuna, a volte fatalità, tante volte bravura, a volte anche circostanze che si prestano alle solite polemiche portate avanti dal partito degli anti-juventini.

Donnarumma para… la Juve vince

Domenica 15 aprile Donnarumma, con una parata pazzesca al 94 su Milik, allontana il Napoli a sei lunghezze (0-0 a San Siro) ma tre giorni nel turno infrasettimanale accade tutto in 12 minuti: il Napoli è sotto in casa, la Juve vince a Crotone, i punti ora sono 9, la partita di Torino sembra superflua.

Ci pensano Simy e Diawara

Sono due attori non protagonisti del campionato ma lo diventano in pochi minuti: Simy inventa una rovesciata alla CR7, e il Crotone toglie un punto alla Juve, Diawara a tempo scaduto ribalta il Chievo e trova i tre punti e il big match a Torino con il Napoli si gioca a parti invertite rispetto all’andata.
Nemmeno il miglio regista poteva studiare un copione così bello e avvincente, da +9 a + 4 in 11 minuti.
Ad essere a +4 ora è la Juve, favorita da due risultati su tre. La Juve non gioca da Juve, quasi non gioca del tutto.
Al resto ci pensa Koulibaly.

Il fattore Orsato

Campionato riaperto con quattro giornate non consigliate ai deboli di cuore.
Assolutamente da non mostrare loro i primi 87 minuti di Inter-Juve dove Icardi e soci mettono sotto la Juve nonostante la superiorità numerica e un abbaglio di Orsato su Pjanic, che rimane ingiustamente in campo, al resto pensa Spalletti con cambi scellerati, Higuain e Handanovic ( autorete) firmano l’incredibile sorpasso.

Nemmeno il tempo di riaprire il Calciopoli-ter o –quater che Simeone e la Fiorentina rispediscono il Napoli nell’inferno calcistico.
La Juve per non farsi mancare nulla, nel match casalingo “ facile” con il Bologna si complica la vita: va sotto su rigore e Irratti dimentica di espellere l’autore del fallo Rugani,( ancora polemiche) poi però Allegri pesca dalla panchina “ uragano” Douglas Costa che da solo ribalta il Bologna, il Torino del grande ex Mazzarri ferma il Napoli a tre turni dalla fine e permette alla Juve di arrivare ad un solo punto dal trionfo.

La festa è ufficiale una settimana dopo, all’Olimpico, contro la Roma.
La Juve è ancora campione., e fanno sette, in Europa solo il Lione ha fatto meglio, nei campionati migliori, poi ci sarebbe pure, la Dinamo Kiev, in Ucraina, che detiene il primato con nove consecutivi, dal 1992 al 2002, ma il campionato sinceramente è meno competititivo.
Al resto, se rimarrà, penserà Max da Livorno, se è vero che «a un livornese ci vole cento lire pe’ fallo ‘omincià e mille pe’ fallo smette», per convincere Massimiliano Allegri a rinunciare al “vizio” servirà un assegno particolarmente pesante.
Non sarà sufficiente adattare il detto ai tempi dell’euro, perché il vizio in questione è quello di collezionare scudetti, un lusso al quale è difficile rinunciare una volta presa l’abitudine.
Soprattutto se hai la competizione nel sangue, come Max da Livorno, che con il quarto titolo consecutivo (come Carlo Carcano) alla guida della Juve tocca quota cinque in carriera raggiungendo Fabio Capello e Marcello Lippi e avvicinando il record di Giovanni Trapattoni, distante ormai “solo” due tricolori.
Ma c’è da giurarci, mica è finita qui.