IL POPOLO A DIFFERENZA DELLA CLASSE POLITICA NON SI PUO’ CAMBIARE

DI CARLO PATRIGNANI

Il popolo, a differenza della classe politica che ha l’obbligo morale e politico di governarlo il meglio possibile, non si può cambiare, nè al suo posto se ne può scegliere un altro.

Poichè il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo, ironizzò il drammaturgo tedesco Bertold Brecht alla scomunica pronunciata dal segretario generale degli scrittori della Ddr dei moti operai del 1953 a Berlino-Est: la classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito gli aveva riposto: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela. 

Un principio questo che, piaccia o non piaccia, vale anche oggi, 65 anni dopo i moti operai nella ex-Ddr: il 4 marzo più di 16 milioni di italiani – pari a quasi il 50% – hanno scelto il M5S (10,7 milioni, il 32%) e la Lega (5,3 milioni, il 17,6%), bocciando i partiti tradizionali, più o meno personali, del centro-sinistra e del centro-destra, che si sono alternati alla guida del paese negli ultimi vent’anni.

Da quando cioè si è passati dalla Prima alla Seconda Repubblica: passaggio segnato, sul piano culturale, dal trionfo dell’ideologia neoliberista – il meno Stato, più mercato, senza regole e vincoli – e, di conseguenza, sul piano politico, dalle contraffatte riforme strutturali delle politiche di austerità, in nome della modernità, del consumismo e dell’individualismo, secondo il mantra thatcheriano la società non esiste.

Il crollo del muro di Berlino del 1989 non fu solo il fallimento del comunismo realizzato nell’Urss: nella cultura di sinistra, che aveva erroneamente identificato la Russia con il marxismo e il socialismo, prevalse l’idea – è l’opinione dello storico e politologo Giorgio Galli che il crollo dell’impero sovietico equivaleva al crollo del grande prodotto culturale che è stato il marxismo, e fu così che la sinistra sposò neoliberismo e globalizzazione.

Parola quest’ultima emersa dal nulla – rivela sul think-tank progressista Social Europe, l’economista James Galbraith – dato che prima del 1994 nei dizionari Oxford non esisteva nè nello spell-check (controllo ortografico) dei programmi dell’epoca.

La globalizzazione, insomma, è stata un pretesto per gettare una luce di inevitabilità benigna sul progetto dell’egemonia (culturale) dell’Occidente che, precisa Galbraith, offerto come il futuro successivo al crollo dell’Unione Sovietica è oggi in crisi, in declino.

La sinistra in Italia – e in Europa – ha dunque rilevantissime responsabilità morali e politiche per aver sposato un progetto economico-sociale fallace che ha demolito l’Welfare State e cancellato i diritti sociali e civili con il risultato di aver prodotto negli ultimi venti anni crescenti diseguaglianze economico-sociali, declino dello status sociale percepito, divario tra élite e cittadini comuni e perdita di speranza per il futuro.

E di non aver saputo (o voluto) contrapporsi efficacemente e rispondere tempestivamente al dilagare costante e diffuso dei vari populismi di destra e di sinistra o nè di destra nè di sinistra, spuntati ovunque come funghi, mentre la sua classe politica si deliziava con pop corn e del buon vino per poi accorgersi del boom del populismo tardi, a cose ormai fatte.

Forse Luigi Di Maio, sempre sorridente: con quel sorriso può dire ciò che vuole, non arriverà a scrivere la nuova storia come il suo socio gammon Matteo Salvini, ma neanche la scriverà la inguardabile sinistra, fatta di bulli e vanagloriosi accecati dal Potere: chi forse ha qualche chance per scriverla potrebbe essere, stando a certi drammatici sondaggi, la Restaurazione, alias il centro-destra.

O forse no, neanche il centro-destra, a scriverla – con il contratto del Nazareno – vi aspira l’agognata e più accreditata a Bruxelles En Marche italienne momentaneamente stoppata il 4 marzo.

Nella mente di costoro il popolo si può in ogni istante cambiare e se ne può nominare un altro al posto di quello che non è d’accordo con loro e non li segue.

Ma il saggio popolo ha fatto sua da molto tempo la massima del 1947 di Wiston Churchill: è stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono finora sperimentate.