SE BENE E’ APPARSO ALLA MADONNA, VICIDOMINI APPARE A SATANA

di MARIO COCO

<<Non fa l’attore questo, è il teatro>>. Ecco la definizione essenziale e sontuosa che Cosimo Cinieri, icona del nostro teatro d’avanguardia, dà di Nicola Vicidomini, autentico ciclone che il 29 maggio tornerà al Teatro Vascello di Roma con lo spettacolo “Veni Vici Domini”, dopo il recente successo ottenuto all’Auditorium Parco della Musica.
Andare a vedere Nicola a teatro è un’esperienza multisensoriale, che permette allo spettatore di viaggiare in un cosmo misterioso che lo riguarda profondamente, ma che è in maniera radicale distaccato dal reale.
Vicidomini è considerato un innovatore del linguaggio umoristico ed è soprannominato “il più grande comico morente”. La sua è una maschera contemporanea che si assume il fallimento di tutto e scardina le certezze borghesi di quel pubblico che, secondo Stefano Disegni, <<ride tanto, perché è contento di non essere come la bestia che sta vedendo in scena>>. Il suo Zincaro, entità grottesca, protagonista di svariate edizioni di “Stracult” (Rai 2) e di “Colorado” (Italia Uno), estrema sintesi del suo umorismo, dichiara: <<In quanto uomo vado contro me stesso, in quanto animale faccio la cacca in miezzo alla via>>.
E’ proprio il ricongiungimento a una verità animale ciò che Nicola tira fuori da sé ed estorce allo spettatore. Pretende che il pubblico esca dalla sua passività e stia scomodo e attivo. In sala, infatti, accade magicamente di tutto. Ridono gli intellettuali, gli analfabeti, i bambini, gli anziani, il popolo e gli addetti ai lavori. Per Nino Frassica, con cui condivide attualmente l’esperienza radiofonica di “Programmone” (in onda su Radio 2), Vicidomini è una delle poche cose che valga la pena andare a vedere. Se il campione sportivo Andrea Lo Cicero dice che l’artista salernitano è il comico del futuro e Marco Giusti sostiene che sia imperdibile, innumerevoli intellettuali si sono espressi sul suo talento e sulla sua opera. Per Cosimo Cinieri “Scapezzo” è <<tutta quella parte del nostro cervello che non usiamo. Noi usiamo dal 4 all’8%. In quel 92% c’è Scapezzo, che affascina ma non sappiamo perché>>. Il perché lo sa Fabrizio Natalini dell’Università di Tor Vergata, secondo cui <<è impossibile disprezzare o prendere le distanze dal protagonista. Se hai acquistato il biglietto, se sei in platea, anche tu hai le tue colpe. Sei uguale a lui e lo sai>>.
Sul palcoscenico esplodono la potenza del corpo comico, la fluidità dei monologhi e dei versacci e la creazione di una follia armoniosa.
“Veni Vici Domini”, titolo regalatogli dall’amico Antonio Rezza, arriva in un periodo particolarmente fortunato per l’artista salernitano, in cui il pubblico lo segue per i teatri di tutta Italia ed attende con ansia l’uscita del suo nuovo libro, che verrà pubblicato a giugno da IBS Castelvecchi all’interno di una collana umoristica, che comprenderà, tra le altre cose, una nuova opera di Mario Marenco ed una raccolta di testi di Felice Andreasi.
Il teatro di Vicidomini rappresenta, quindi, un chiaro caso di avanguardia divenuta popolare. Secondo Fulvio Abbate <<quando verrà fatta la squadra di calcio dei grandi del teatro, ci saranno Antonin Artaud, Carmelo Bene e Nicola Vicidomini>>. Anche questa volta, nonostante vada in scena di martedì sera, sbancherà sicuramente i botteghini dello storico tempio di Giancarlo Nanni. Io ho avuto il piacere di intervistarlo.

Intervistare il “più grande comico morente” è sempre una responsabilità. Come mai, ad un certo punto, da un elegante umorista in panama e foulard è uscito fuori lo Zincaro?

Il Zincaro è una reazione, un atto di rivolta. L’onesta riappropriazione della necessità che muove le cose, indecorosa manifestazione caprina e dionisiaca che frantuma il corollario del “reale” e manifesta il vero, sintesi del corto circuito irrisolvibile tra il senso umano e quel caos che è la natura. Constatazione del fallimento che siamo, e di quanto il fallimento in sè o la vittoria siano solo scaffali edificati dall’omologazione linguistica imperante. Una sera decisi in scena di iniziare a remare seriamente contro di me, deturpandomi, azzerando la mia volontà dialettica, manifestando il fastidio che provavo per l'”io” e per tutte le sue stucchevoli narrazioni. Poi col tempo, ho capito che stavo riportando la comicità alla comicità, la fantomatica Commedia dell’Arte, spogliata dalla retorica di maniera, alla sua radice più incivile, indecorosa, misteriosa.

Alla luce delle considerazioni di innumerevoli intellettuali, trovi che la tua opera sia più accostabile al teatro di Carmelo Bene o al cabaret surreale anni ’60?

Credo che il mio lavoro abbia dissolto ogni anatomia preesistente. Ma voglio risponderti comunque, Mario. Mi sento più vicino a Marenco, Andreasi, Enzo Jannacci e Cochi e Renato. E Cochi, maestro assoluto, molti anni fa se ne accorse, scrivendomi una cosa bellissima. Ci siamo recentemente rivisti a Milano in occasione di un mio spettacolo. Rideva moltissimo. Gli sarò sempre grato per ciò che mi ha insegnato e per quello che mi ha detto. Mi sento vicino anche a Nino Frassica, grandissimo umorista, che è però di una generazione che esula dalla tua domanda. Da Nino ho imparato molto.

Sei consapevole di essere un caso artistico unico nell’Italia di oggi, in quanto la gente va a vederti a teatro perché conosce la tua opera e non perché ti ha visto in televisione?

Sono, purtroppo, consapevole di essere un caso unico, non solo rispetto al mondo di oggi (l’Italia è un po’ restrittivo), ma a quello di ieri e di domani… prima e dopo i pasti… Ormai siamo nel postconsumo. Ogni artista dovrebbe essere un caso unico, con o senza pasti. Tornando alla televisione per me è stata un deterrente, chi si è accontentato dei miei stralci televisivi non immagina neppure cosa accade ogni sera in teatro.

Cosa apprezzi maggiormente del panorama artistico che ci circonda attualmente?

Rosario Vicidomini, mio fratello, con Bacon e Morandi tra i più grandi pittori che abbia visto, tutti dovrebbero vedere le sue opere. Antonio Rezza e Flavia Mastrella, amici e maestri. Il loro teatro è in assoluto tra le cose migliori degli ultimi 253 anni, 3 mesi e 15 giorni. Mi piace molto la scrittura umoristica di Maurizio Milani.

Il pubblico ti acclama, ma hai solo trentacinque anni. Col passare del tempo, fin dove potrà spingersi, secondo te, la poesia scapezziana?

C’è un limite d’età per essere acclamati? Non esagerare, non credo di essere arrivato ancora a un grossissimo numero di persone, e mi dispiace sinceramente per loro. Quelli che affollano le sale sono in maggioranza il prodotto del passaparola, un passaparola che solo in minima parte rientra nei social. Il mio amico Franco Vichi sostiene, anche a questo proposito, che io venga dal passato. Dico sempre al pubblico che l’alternativa al mio teatro è la paralisi, il catetere e la morte. Non ho veicoli mediatici, ho solo muscoli e valige. Dove potrà spingersi? Non lo so e non lo voglio sapere. Se potessi prevederlo scenderei dal palco. Continuerò a meravigliarmi e a perdermi nel mio infinito.

Recentemente sei stato protagonista di una polemica, avvenuta prima di alcune date a Napoli, che ha coinvolto anche un’associazione religiosa e un parroco esorcista. Perché la tua opera infastidisce così tanto i benpensanti cattolici?

Perchè li mette di fronte alla retorica, alla oleografia di una dottrina occidentalizzata, scaduta da troppi anni. Non solo, li costringe a fare i conti con un senso ancestrale, vero, profondo di religiosità, dal quale è più comodo scappare. D’altronde anche Nietzsche ne ha parlato.

“Se Carmelo Bene appare alla Madonna, Vicidomini appare a Dio”. Così si è pronunciata la sociologa campana Maria Pia Lurini dopo averti visto a teatro. Come spieghi questa affermazione?

Più che altro, credo di apparire a Satana. Anzi, appaio a Satana tutte le notti. Lui scappa via inorridito. Ritengo ormai di essere il suo peggior incubo. Io sono il Satiro, anzi il Fauno. Il Fauno fa paura a Satana, perchè quest’ultimo appartiene già a un stadio successivo di civilizzazione, in cui l’uomo ha iniziato arbitrariamente a porsi al centro del creato – manco fosse Julio Iglesias – innalzando un senso antropocentrico che fa acqua da tutte le parti e che ci allontana dal mistero. Io dormo abbracciato a un gatto.

In questo periodo si parla della realizzazione di un futuro programma radicale e di un film. Intendi rivoluzionare anche la televisione e il cinema?

No. La rivoluzione non esiste. Preferisco usare la parola rigenerazione. Staremo a vedere cosa succede. Allo stato attuale non credo che al circuito mainstream convenga prendere atto del numero di persone che facciamo in teatro senza passare in tv, per scelta, e senza essere una social star. Salterebbero tutti i target, gli standard, ogni certezza d’accatto massificato, tutte le statistiche, i sistemi Auditel… la democrazia… Ripenso a quando Fulvio Abbate mi dice al telefono: “Noi siamo morti, non esistiamo, esistono solo Fazio e Jovanotti” e io gli rispondo che ne sono consapevole e che sto solo cantando al mio funerale. Spero solo di farlo bene, alla Fred Bongusto. Il reale non mi tange, non è mai esistito, sparirà col fluire di un secolo questa prospettiva mancata, ci vorrà anche meno. “Mamma, non voglio diventare famoso, voglio solo un piatto di pasta”. Mi auguro sempre il mio peggio. Il meglio lo lascio a chi ancora è assorbito dal senso umano, agli illuministi e agli americani alla costante ricerca della felicità, servi del successo e della narrazione comunitaria, ormai deserticamente globale.

La foto è stata concessa da Cristina Canali.