DI PROGRAMMI PERSONE E CONTRATTI

DI ALESSANDRO GILIOLI

C’è stato un tempo – nemmeno troppo lontano – in cui la politica era totalmente personalizzata al punto da rendere carta straccia i programmi. Quello che contava era il leader, la sua visione, il suo carisma, il suo carattere.

In Italia questa cosa è iniziata probabilmente con Craxi – il primo a mettere il suo faccione sui manifesti elettorali – ed è quindi esplosa nella Seconda Repubblica, da Berlusconi fino a Matteo Renzi. Il quale probabilmente nemmeno ha letto il programma in base al quale aveva la maggioranza in Parlamento (si chiamava “Italia Bene Comune”) e in ogni caso ha fatto tutt’altro (né il Jobs Act né la Riforma Boschi erano in quella carta, ad esempio).

Insomma, la persona a capo del partito vincente e quindi del governo contava più degli intenti in base ai quali si aveva avuto consenso.

Il fenomeno era frutto di molti fattori (mediatici, ma non solo): in merito sono stati scritti infiniti saggi e perfino la Treccani gli ha dedicato una voce.

Anche Salvini e Di Maio hanno aspetti personali che compongono l’identità politica dei rispettivi partiti. Il primo in particolare, essendo in gioco da più tempo come capo e avendo assiduamente frequentato i talk show per anni (ma anche la sua presenza sui social è molto caratterizzante).

La situazione attuale – tripolare e con un sistema elettorale prevalentemente proporzionale – ha però messo in crisi il processo di personalizzazione, così vincente nella Seconda Repubblica: quando c’erano solo due blocchi, ciascuno con un capo, e il capo del blocco prevalente andava dritto filato a Palazzo Chigi.

Adesso il “candidato premier” non esiste di fatto più – o almeno non esiste più in una realtà in cui nessun capopartito può ambire alla maggioranza assoluta dei seggi e andare dritto filato a Palazzo Chigi.

Così è tornato protagonista il programma. Anzi, per molti giorni Lega e M5S hanno parlato solo di quello (anche per rinviare l’altra più scivolosa questione, cioè il premier).

In sé è un fatto positivo. Come metodo, intendo dire: impegni di governo negoziati, concordati, messi in chiaro davanti al Paese e in qualche modo cogenti per il futuro esecutivo e la sua maggioranza.

Poi però – come in tutte le cose – la realtà presenta qualche complessità in più. E non sto parlando (solo) delle ambizioni personali, che in politica ci stanno. Sto parlando proprio delle cose che si faranno o che ci si impegna a fare.

Perché, come diceva Pietro Nenni, «le idee camminano con le gambe degli uomini».

Quindi non è indifferente se lo stesso programma (o “contratto”) viene poi gestito da Salvini, da Di Maio, da Sapelli, da Tabellini, da Conte, da Fraccaro eccetera eccetera.

Non solo perché ciascuna di queste persone ha le sue idee – e quindi margini di interpretazione diversi del “contratto” – ma anche perché in politica non tutto si può programmare: anzi, buona parte delle azioni reali di un governo sono composte dalla gestione di cose che accadono durante il mandato e non erano contemplate nel “contratto” medesimo. Quindi le persone chiamate a gestire il governo devono prendere decisioni su questioni – a volte delicatissime, come guerre o cambiamenti rapidi del quadro economico – non affrontate nel “contratto”.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, lo sanno benissimo anche Salvini e Di Maio.

E – al netto di ogni possibile e banale sete di potere – sono ben consapevoli che il profilo di questo governo (e il suo successo o insuccesso) dipendono in buona parte dalle persone che svolgeranno i ruoli fondamentali, cioè Presidente del Consiglio e ministro dell’economia; più (in misura minore) quelli di Interno ed Esteri. Negarlo sarebbe un’ipocrisia.

Di qui – anche di qui – lo stallo, i litigi, le frenate.

Cioè da una “mistica del programma” che è errore speculare rispetto alla “indifferenza verso i programmi”, considerati carta straccia per tutta la Seconda repubblica.

La realtà, nel suo essere appunto complessa, impone invece un punto di equilibrio fra questi due estremi opposti.

Rimettere al centro il programma (o contratto”) è un’ottima cosa, dopo che i contenuti sono stati per tanti anni subalterni al carisma del capo. Pensare però che i programmi siano algidi e rigidi algoritmi indifferenti agli esseri umani è solo un’ideologia – o nel miglior dei casi un’illusione.