PIETA’ PER DOGMAN E PER IL VERO CANARO

DI LUCA MARTINI

Attraversano la mondanità (Cannes), la cronaca (si ridiscute proprio in questi giorni il crimine che ha ispirato il film) e l’ossessione di un autore i fili che fanno contatto e animano il potente meccanismo visionario, allucinato ed espressionista di Dogman.

Esce dalla proiezione in anteprima un critico che ha visto un milione di film e chiosa: «Tutto perfetto, tutto gira al massimo, ma niente di nuovo». Per necessità e per forza del regista. Garrone si ripete spesso e sempre meglio perché guarda sempre nel medesimo abisso. Altri spettatori sono solo ammutoliti da 104 minuti tesi, di angoscia, rotti da lampi e tuoni di disperazione (e allentati unicamente da qualche siparietto lasciato ai cani): bisogna ingollare un Tavor per rientrare nella realtà.

Garrone, dicevamo, ha semplicemente proseguito i suoi quattro passi sull’abisso che lo incanta e dopo L’imbalsamatore, Primo amore, Gomorra e Reality (passando per le violente visioni di Il racconto dei racconti) narra un’altra fiaba nera di solitudine e marginalità, di personaggi miserrimi più che umili, sepolti nell’infinita e desolata periferia di un mondo al top del degrado.

La storia del Canaro della Magliana (già raccontata ‘con arte’ da Vincenzo Cerami in Storiacce) rinnova il suo risvolto feroce nel post Gomorra e nel post Ostia – nel post atomico, vien da dire – di Dogman, dove sono sopravvissuti, in riva a un mare grigio, come in una città fantasma, pochi e infimi gangli di socialità: un pugno di negozi, un tosacani e un compraoro, una saletta di slot e una pista di cemento per scorribande da teppista.
Il rapporto tra il canaro Marcello e il suo persecutore, un delinquente che in elaborazione intellettuale non va oltre al grugnito, si inverte nei termini di persecutore e carnefice fino a un finale di sangue a catinelle. Dove Marcello, l’unico che disperatamente non voleva esserlo, è se possibile ancora più solo, fragile e dannato, in un’alba che non promette più nulla a nessuno.

La realtà ha portato un ulteriore e imprevisto tassello al film di Garrone. La madre della vera vittima del Canaro della Magliana Pietro De Negri (si trattò di un delitto tra i più agghiaccianti degli anni Ottanta) chiede ora la revisione del processo e a Chi l’ha visto? ha spiegato che non può essere stato il Canaro a uccidere suo figlio. Il Canaro, dice la madre di Giancarlo Ricci, era un “pupazzo”. Lo ripete più volte in tv: “pupazzo”. D’altronde era già stato dimostrato, sempre nella realtà, che l’escalation di violenze ai danni di Ricci confessate da De Negri nascondevano probabili deliri incentivati dall’uso della cocaina. Tutte le mutilazioni sarebbero avvenute post mortem.

Ecco. Ci rimane in testa, allora, che tutta questa è semplicemente la storia di un disgraziato pupazzo, incapace persino di uccidere e di torturare. Pietà dunque per il Canaro, per quello vero scomparso dalle cronache e per quello del cupissimo film del maestro Garrone, e pietà per tutti quelli che gli stanno intorno in questa sterminata periferia di anime sperse.