“DOGMAN” È UN GRAN FILM. PER GARRONE LE VERE BESTIE SONO GLI UOMINI

DI MICHELE ANSELMI

Pare chiaro, vedendo “Dogman”, che per Matteo Garrone i veri animali da cui stare alla larga non sono i cani ma gli esseri umani. Perlomeno certi esseri umani. Del resto è lo stesso regista, sceso in campo al festival di Cannes col suo nuovo film, il nono, a spiegare: “All’origine c’è un ribaltamento di prospettiva, un’immagine: quella di alcuni cani, chiusi in gabbia, che assistono come testimoni all’esplodere della bestialità umana”.
Nelle sale da oggi 17 maggio con 01 Distribution, “Dogman” segna il ritorno di Garrone a tre anni dal molto ambizioso e commercialmente sfortunato “Il racconto dei racconti”, e chissà che stavolta il pubblico, come accadde all’epoca di “Gomorra”, non raccolga l’invito. Farebbe bene. Il suggestivo manifesto rivela molto, se non tutto; anche se il truce episodio di cronaca avvenuto nel 1988 alla Magliana, appunto quello del “canaro” che torturò e uccise un ex pugile che lo avrebbe vessato, s’è trasformato parecchio nella sceneggiatura firmata dallo stesso regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso.
“Tutto, a cominciare dai luoghi, dai personaggi, dalle loro psicologie, è stato trasfigurato” mette le mani avanti Garrone sulle note di regia, e una scritta sui titoli di coda ribadisce “profondo rispetto” nei confronti del dolore vissuto dai veri protagonisti della vicenda; non di meno la madre della vittima sta facendo di tutto per bloccare il film.

Sullo sfondo di un comprensorio turistico degradato e rugginoso a un passo dal mare, scovato a Castel Volturno ma reso una sorta di “non luogo” benché vi si parli in romanesco, “Dogman” propone una storia di vendetta, fors’anche di riscatto. Naturalmente viene da pensare a titoli sul tema come “Il borghese piccolo piccolo” di Monicelli e “Cane di paglia” di Peckinpah (non scomoderei invece Buster Keaton), ma Garrone si guarda bene dal citare direttamente. Attratto dalle vite estreme, in bilico tra criminalità impunita e ossessioni corporali, Garrone inserisce in questa periferia giallastra, sfatta, minacciosa la sfida per nulla western tra Marcello e Simone.
L’uno è un ometto mansueto e risolto, non proprio del tutto innocente, che gestisce con cura un negozio di toelettatura per cani, la cui insegna dice appunto “Dogman”. L’altro è un ex pugile, cocainomane perso, che terrorizza l’intero quartiere, tra un furto e l’altro, minacciando e picchiando chiunque non esaudisca i suoi desideri. Marcello ama i suoi cani, spesso di razza o i giganteschi, e ancora di più la figlia Alida, bionda e vivace, avuta dall’ex moglie. Simone non ama nessuno, e anzi gode a essere temuto come la peste: una sorta di Male assoluto, insomma la dimostrazione che Rousseau aveva torto sullo “stato di natura”. La domanda posta dal film è semplice: quanto potrà resistere il mansueto Marcello ai tormenti e agli sgarbi ripetuti che gli infligge il feroce Simone?
Garrone racchiude nella durata aurea di 102 minuti la parabola del suo “Dogman”, titolo non proprio originale, lasciando che i fatti, esposti in un crescendo di tensione evocata dal rombo di una motocicletta, portino i due personaggi verso la cruenta conclusione riassunta da quel manifesto. Poi, certo, il film agita argomenti non di poco conto, come la dignità personale, l’impossibilità di dire di no dopo aver detto troppi sì, il senso dell’amicizia e del tradimento, lo squagliarsi dell’umana solidarietà, la cosiddetta perdita dell’innocenza. Ma non saprei dire se “Dogman” sia davvero, come ama ripetere il regista, “un film universale, etico e non moralistico”. Francamente non mi sembra così importante stabilirlo al fine di nobilitarne la prospettiva.
Immerso in un desolato microcosmo splendidamente fotografato da Nicolaj Brüel e appena contrappuntato dagli interventi musicali di Michele Braga, “Dogman” è un film riuscito, s’intende malinconico e acre, a tratti pure buffo; e trova in Marcello Fonte ed Edoardo Pesce due “antagonisti” precisi, fisicamente all’opposto, destinati a scannarsi in un funereo antro delle torture sotto lo sguardo umanissimo di quei cani in gabbia.
Da vedere magari in sincrono con “L’isola dei cani” di Wes Anderson.

L’angolo di Michele Anselmi per Cinemonitor