ITALIA, SEMPRE PIU’ UN PAESE DI VECCHI

DI CHIARA FARIGU

In Italia il declino demografico è inarrestabile: per ogni 100 giovani si contano 170 anziani (tra 10 anni il rapporto sarà 100 a 217), registrati 100mila residenti in meno in un solo anno. Siamo più vecchi e soli: a dirlo, ancora una volta è l’Istat che nel suo Rapporto Annuale, presentato ieri alla Camera, fotografa una realtà piuttosto preoccupante.
Infatti, all’invecchiamento della popolazione si aggiungono una crisi persistente causa della perdita di oltre 300mila posti di lavoro, soprattutto al Sud, in barba ai segnali di ripresa più volta annunciati, l’utilizzo della rete ancora per pochi (69% di utenti tra i 16 e i 74 anni), l’ascensore sociale bloccato da anni, i decessi che superano di gran lunga le nascite. Anzi, su queste ultime nel 2017 si è registrato un nuovo minimo storico, che ha toccato il picco del -2% rispetto al 2016 con solo 464mila nuovi nati
Le culle vuote riguarderebbero, secondo l’istituto di statistica, principalmente le coppie di genitori entrambi italiani e per due fattori: le donne in età produttiva oltre ad essere sempre meno numerose, mostrano una propensione decrescente ad avere figli. Ma non è tutto. Per la 1^ volta calano anche le nascite dei figli di genitori stranieri: nel 2017 sono oltre 70mila in meno rispetto all’anno precedente. Un fatto, quest’ultimo, che confermerebbe che anche gli stranieri, nonostante mettano al mondo più figli degli italiani, stiano modificando le loro abitudini riproduttive. Calo che anche per loro sarebbe la conseguenza diretta della crisi economica, crisi che tocca tutti coloro che vivono in Italia, da ovunque provengano. Calano le nascite e di conseguenza calano i residenti. Più volte si è sottolineato il fatto che l’Italia stia diventando un paese di vecchi e per vecchi. Confermato ancora una volta dal Rapporto presentato ieri. Le cause, è bene sottolinearlo ancora una volta, sono sempre le stesse: una crisi dura a morire e politiche insufficienti a favore dei giovani i quali, sempre più spesso, mettono in valigia sogni e aspettative e oltrepassano i confini in cerca di nuove e più redditizie opportunità lavorative.
Difficile metter su famiglia in assenza di lavoro o con lavori precari e sottopagati. Ancora più difficile poi per le donne riuscire a conciliare lavoro e famiglia. Pochi e insufficienti gli investimenti sulle famiglie, quasi inesistente la flessibilità sul lavoro. E questo per molte di loro comporta dover scegliere tra un figlio o il lavoro. Una scelta sofferta, troppo spesso a favore del secondo, con le conseguenze inevitabili del fenomeno delle culle sempre più vuote. Vuote di speranze, vuote di un ricambio generazionale, vuote di linfa vitale. Piene invece di rimpianti, di decisioni rimandate, di paure. E di politiche miopi e inadeguate.
Un Paese in via di estinzione? Forse, se non si cambia verso.
Al momento, documenta l’Istat, a tenerci saldamente a galla, nonostante aumentino le diseguaglianze e la povertà assoluta che attanaglia milioni di famiglie, le relazioni sociali. Il 78,7% delle persone dai 18 anni in su dichiara di poter affidamento su un parente, un amico o un vicino. Segno che le reti sociali continuano ad essere un valore aggiunto, come i nonni molto spesso l’unico welfare su cui contare per ogni necessità.

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