LE DUE MADONNE DI PERUGIA NEL MIO IMMAGINARIO GIOVANILE

DI VANNI CAPOCCIA

Da quando ero ragazzo ho l’abitudine di andare ogni tanto alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Non si era ancora allargata nemmeno alla sala Podiani, l’allestimento era di Francesco Santi e se volevo ripensare a qualche opera acquistavo le cartoline che vendevano i tabaccai.

Non è che andassi lì per i grandi capolavori di Piero della Francesca, del Beato Angelico del Pintorcchio o del Perugino dei quali nemmeno percepivo l’importanza. Mi colpivano altre cose, i tanti affreschi strappati dalle chiese perugine che riempivano le pareti della prima grande sala, la vetrata di Giovanni di Bonino, le cose in legno come la splendida Madonna di sant’Agostino e i bussolotti con i simboli dei collegi, i ferri per cialde. E poi c’erano due piccole madonne su tavola che non mancavo mai d’osservare. M’incantavano.

La prima ha avuto svariate attribuzioni. Nella mia cartolina c’è scritto anonimo veneziano del XIV, poi opera senese, del Maestro della Maestà delle Volte per affinità con un affresco in un ex chiesa di quella via perugina, ora la definiscono opera con influenze napoletane del “Maestro della Madonna di Perugia”. A me con quell’oro del fondo dalle lettere cesellate, le lumeggiature d’oro del vestito, i colori brillanti che tono su tono passano dall’oro del fondo, al giallo lumeggiato d’oro del vestito della Madonna per finire al rosso arancio di quello del bambino ricorda una miniatura, e considerata l’alta qualità dei miniatori perugini perché guardare lontano per un’attribuzione che, forse, sarebbe più agevole trovare sotto casa?

L’altra Madonna, invece, non ha fatto scervellare gli storici dell’arte concordi nell’attribuirla a Meo da Siena, artista spesso considerato un madonnaro, un artigiano di qualità capace di sfornare, come ha scritto Scarpellini riferendosi a questo quadro, un “prodotto di alto artigianato”. E che il più grande storico dell’arte che l’Umbria abbia avuto (il mio punto di riferimento) abbia scritto questo mi dispiace. Questa tavola nella cornice originale decorata con animali fantastici, con il fondo oro bulinato, la Vergine che ha nello sguardo la malinconica vaghezza delle madonne di Ambrogio Lorenzetti ,continua ad incantarmi.

Anche lei richiama alla memoria una miniatura. Insieme all’altra continua a far parte del mio immaginario dittico giovanile, tenuto insieme dall’oro cesellato, dai manti lumeggiati delle due Madonne e, innanzitutto, dai gesti umanamente affettuosi dei due Bambini. Quello della Madonna di Perugia al quale per accarezzare il mento della mamma la testolina cade all’indietro, mentre quello di Meo da Siena si appoggia con i piedi alla mano della Madonna spingendo per allungarsi e poter pigliare con la manina l’orecchio della mamma, stuzzicarlo, e rassicurato farsi catturare dal sonno.

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