ARGENTINA: L’APOCALISSE PROSSIMA VENTURA

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Pan de hoy, hambre para mañana. “Pane di oggi, fame di domani”. È un proverbio argentino che allude a tutti quei provvedimenti che servono solo a guadagnare tempo, senza risolvere i problemi di fondo che si ripresenteranno più gravi e urgenti a breve.
Ed è quanto accaduto nella settimana che si è appena conclusa. L’apocalisse che tutti aspettavano è stata per ora rimandata. E l’apocalisse sventata aveva un nome: Lebac (Letras del Banco Central). Si tratta di titoli monetari in pesos emessi dalla banca centrale, in scadenza martedì scorso, per un totale di 617mila milioni di pesos. Il timore era che, visto il rialzo del dollaro, i detentori non avrebbero rinnovato l’investimento, ma ne avrebbero chiesto il rimborso, per poi convertire i pesos in dollari. Il rischio – considerando che il giorno prima, lunedì, il dollaro aveva chiuso a 25,51 pesos – era che l’asta andasse deserta.
I Lebac non sono titoli speculativi, ma decisamente appetibili per gli investitori, anche retail, dal momento che il rischio è relativamente basso (certo, come può essere basso il rischio di un titolo di stato argentino) e il rendimento (a tasso variabile) alto: per capirci, il 38% annuale, nell’ultima asta di aprile scorso. Alla scadenza l’investitore viene rimborsato del prezzo pagato più l’interesse; il titolo nel frattempo può essere scambiato al mercato secondario, dove l’interesse è molto più alto.
A detenere la maggior parte dei Lebac della banca centrale sono soprattutto investitori medio-grandi argentini e stranieri, quelli che più destavano timori. Circa il 60 per cento dei titoli sono in mano alle banche, il resto a piccoli risparmiatori nazionali e a fondi esteri.
Il Lebac sono nati come strumento per assorbire pesos dal mercato e contenere il tasso di inflazione. Peccato che le misure di politica cambiaria attuate dal presidente Maurizio Macri all’indomani della sua elezione (nel 2015) abbiano vanificato la loro efficacia. L’eliminazione di qualsiasi forma di restrizione all’ingresso e uscita di capitali fa sì che i Lebac vengano usati per operazioni speculative di carry trade o, come dicono in Argentina, bicicleta financiera. Si investe in pesos, approfittando degli alti tassi di interesse, si realizza e si converte in dollari, infine si portano i capitali fuori dal paese. L’opposto di quanto si voleva ottenere. Tanto che gli analisti si stupiscono che la banca centrale non abbia garantito l’operazione con un future in dollari.
Il governo ha scongiurato un nuovo default, ma a che prezzo? La banca centrale, poche ore prima della scadenza, ha comprato Lebac a tutto spiano nel mercato secondario, per evitare le richieste di rimborso, pagando un tasso di interesse molto alto: tra il 38 e il 40 per cento, a seconda della durata (da 36 a 154 giorni), contro il 26 per cento dei titoli in scadenza. Una bomba a orologeria per la nuova asta, dal momento che il mercato assumerà posizioni speculative, aspettandosi un ulteriore rialzo dei tassi.
Nel frattempo continuano i negoziati con il Fmi per un prestito stand-by “a sostegno del programma economico” di Macri. Le rassicurazioni sul fatto che l’Fmi sia cambiato e non imponga più condizioni tanto stringenti – che arrivano dal presidente stesso e dal jefe de gabinete del governo Marcos Peña – hanno lo stesso effetto di un gessetto che stride sulla lavagna. Lo stesso si può dire per la pretesa che il prestito chiesto al Fondo non serva a ritardare un nuovo default, magari fino alle elezioni del 2019, ma a rafforzare ulteriormente le “mitiche sorti e progressive” verso le quali il paese sarebbe baldanzosamente incamminato. Difficile spiegarlo ai bambini e alle famiglie che vanno a mangiare nei comedores populares (mense solidali di quartiere che riportano alla memoria il 2001), ai piccoli e medi imprenditori costretti a chiudere per mancanza di ordini o perché strozzati dagli aumenti di acqua, luce e gas, ai pensionati al minimo a cui restringono sempre di più l’accesso gratuito ai farmaci, mentre la riforma previdenziale ha già contribuito a ridurre il potere d’acquisto delle loro pensioni.