AUTOBUS, AULE UNIVERSITARIE E POI PIAZZE. CHI È L’AUTISTA SOSPESA PER IL SERVIZIO A “LE IENE”

DI COSTANZA OGNIBENI

Sono giorni che si parla di Micaela Quintavalle, l’autoferrotranviera sospesa all’indomani del servizio andato in onda a “Le Iene”: sospesa per aver denunciato pubblicamente i malfunzionamenti dell’Azienda dei trasporti romana; sospesa per non aver taciuto; sospesa per non aver avuto paura. Sospesa per aver sempre messo l’incolumità degli autisti, e di conseguenza dei passeggeri, davanti ai propri interessi.
“In via preventiva e a tempo indeterminato”, indica la lettera ricevuta dopo nemmeno 24 ore. Ma era già troppo tardi: quel milione e 973 mila spettatori indicato dalle fonti Auditel era ormai stato raggiunto e non è un caso che, di lì a pochi giorni, gli interventi sui mezzi mal funzionanti abbiano cominciato ad essere più tempestivi; non è un caso che le persone abbiano cominciato a riconoscere anche per strada l’autrice delle denunce, già nota alla cronaca locale con l’epiteto di “pasionaria”, e ormai divenuta un caso nazionale.
Le era stato consigliato di tacere, di tapparsi la bocca, e se proprio sentiva la necessità di denunciare, di farlo in modo velato, poiché – si sa – i panni sporchi vanno lavati a casa propria.
Ma ci sono casi in cui parlare pubblicamente diviene l’unica strada percorribile.
Parlava, Micaela, parlava sempre. E ancora non ha smesso. Impugnava i megafoni, chiamava a sé il popolo degli autisti e poi dei cittadini, organizzava manifestazioni, riunioni, fino a muovere spontaneamente decine, quando non centinaia, di colleghi che in quei fatidici giorni, tra il 4 e il 10 Novembre del 2013, decisero che andava fondato un nuovo movimento. Un sindacato, per la precisione, possibilmente lontano e autonomo rispetto alle già note sigle, e in grado, anzi, di riportarne una nuova. E che a capo di quel movimento dovesse esserci lei. Nacque Cambiamenti M410, e da quel giorno, la paladina degli autoferrotranvieri non ha mai conosciuto tregua.
Ma chi è l’autoferrotranviera a più riprese soprannominata “pasionaria”? Cosa si cela dietro la donna fatta “di lacrime e acciaio”, come ama definirsi lei?
Finalmente qualcuno che si pone un quesito del genere! Anche se confesso che non è facile rispondere in una parola. Sono una donna, un’operaia, un essere umano che ambisce alla realizzazione medica e poi psichiatrica. E poi una persona che dà senso all’onestà e va sempre verso ciò che reputa giusto, senza domandarsi quali saranno le conseguenze del suo agire. È un “difetto” che mi porto dietro sin da quando ero bambina: risale a più di trent’anni fa l’episodio in cui fui cacciata dall’aula dalla maestra perché avevo difeso un debole. Andare verso le cose giuste è una cosa che ha sempre fatto parte della mia indole.
E da lì la fondazione del sindacato…
La nascita del sindacato non è partita da me! Io non ho mai pensato di fare un sindacato. È successo che quando nell’ormai lontano Novembre 2013 organizzai la prima grande protesta dei lavoratori di base senza nessun sindacato dietro, a manifestazione conclusa suggerii di affiliarci tutti a USB. La proposta non venne accolta: volevano che facessimo un sindacato autonomo e che fossi io a guidarlo. Accasciarmi sulla sedia e scoppiare a piangere fu la mia prima reazione: sapevo bene di cosa stavamo parlando perché in quei due mesi in cui avevo organizzato la protesta, avevo avuto modo di toccare con mano il livello di impegno e quindi la portata della richiesta. E io volevo studiare per diventare medico! Ma non potevo tirarmi indietro: dovevo fare entrambe le cose. Mi sono gettata anima e corpo nell’impresa e così è stato per tre anni e mezzo. Ora la macchina è solida; il sindacato cammina finalmente da solo, e io, seguendolo da esterna nel ruolo di segretaria nazionale, ho potuto riprendere seriamente in mano gli studi. Alla faccia di chi insinua che ci ho guadagnato!
C’è chi la definisce “quella degli scioperi selvaggi”, come se fosse una “tardosessantottina” che, senza una conoscenza, una struttura e una profonda consapevolezza di quanto sta facendo, prende e indice scioperi o manifestazioni prive di fondamento. Sappiamo che non è così: chi la segue ha modo di rendersi conto da subito del suo livello di preparazione. Quanto deve studiare per tenere testa nelle sue battaglie?
Innanzitutto devo precisare che il discorso sugli scioperi selvaggi è un colpo basso venuto da gente ignorante perché chiunque sa che lo sciopero “selvaggio” è un reato penale per il quale sarebbe intervenuta una commissione di garanzia e io a quest’ora non sarei nemmeno a piede libero. Secondo poi, se vogliamo parlare dello specifico episodio cui si fa riferimento, c’è da ricordare che fu fatta passare per “sciopero selvaggio” una protesta cui aderirono il 100% dei lavoratori che scoprirono i loro turni straordinari, creando un inevitabile, forte disagio. Ma i turni straordinari non sono obbligatori. L’azione, quindi, si svolse nel pieno delle regole. Diciamo che potrebbe non essere andato giù il fatto che sia stata una ragazza a coinvolgere quei lavoratori. E in un’epoca in cui le proteste in piazza non ci sono più perché ormai sono tutti leoni da tastiera.
Inoltre, quando vado alle assemblee sindacali nelle varie città, la paura dei sindacalisti maggiormente rappresentativi li spinge ad andare dai lavoratori che vogliono venire ad ascoltarmi per…sminuirmi! Mi fanno passare per una che fa le foto “osè” (quando mi sono fatta solo qualche scatto al mare come se ne fa chiunque), una poco di buono, una civettuola… Ma qui c’è un attacco alla donna! Una polemica sterile, inutile. E in parte è vero che sono ignorante perché prima di tre anni e mezzo fa, io non sapevo nulla in materia sindacale. È da quando è nato Cambiamenti M410 che mi sono fatta sotto anche con questo tipo di studio, e sì che devo tenermi aggiornata: sto studiando la storia, sto studiando il diritto, sto studiando ogni singola legge… e poi mi confronto con le persone più esperte di me. Per non parlare di quanto gli studi medici mi siano d’aiuto per comprendere l’importanza delle condizioni psicofisiche di chi conduce un autobus.
Parliamo del rapporto con i passeggeri: come gestisce le relazioni con chi sale sulle vetture?
Cerco di parlare con tutti, salvo nei casi di pericolo immediato come quando mi si piantano davanti allo specchietto e non riesco a vedere, e allora lì la reazione è semplicemente un invito a spostarsi, ma per il resto faccio la cosiddetta “diagnosi differenziale”: mi muovo di volta in volta diversamente a seconda dei contesti. E allora capita che nella corsa notturna salga quello con lo sguardo allucinato e capisco che è strafatto di cocaina, e in quel caso me ne sto buona a farmi gli affari miei, come può capitare che in pieno giorno ci sia la ragazzetta con l’omone di turno che le dà fastidio e allora lì è necessario l’intervento immediato… Di volta in volta devi modulare il comportamento, la distanza, cercando di far sì che si creino meno problemi possibile e con l’obiettivo unico di portare a termine la corsa senza che si verifichino intoppi.
Parlando nuovamente della sua storia passata: so che quando è entrata in Atac le cose erano ben diverse rispetto a oggi: aveva grossa stima di quell’azienda. Cosa è cambiato nel frattempo? 
Quando sono entrata mi chiamavano l’aziendalista. Ma bisogna tenere conto che venivo da una società privata dove se ad esempio si bucava una ruota, doveva essere il conducente a cambiare lo pneumatico. Inoltre non avevo orari, attaccavo la mattina e magari finivo dopo 14 ore per poco più di 30 euro al giorno… eravamo allo sfruttamento più bieco. Quando sono entrata in Atac tutto questo non c’era e capisce bene che i primi tempi mi sembrava il Paradiso! Ma eravamo anche trattati un po’ meglio, parliamo di 12 anni fa, poi man mano anche lì la situazione è andata peggiorando. Quindi da un lato io ho aperto gli occhi e mi sono resa conto che non era tutto oro quello che luccicava…ma anche questo luccichio è andato man mano spegnendosi!
Studio, lavoro… poi la fondazione di un sindacato con tutte le ripercussioni che sappiamo. La domanda è inevitabile: chi glielo fa fare? Me lo chiedo sempre anch’io! Ma la risposta viene automatica: non potevo non farlo. La domanda corretta dovrebbe essere: perché no?