DEPRESSIONE E FOLLIA DEL MANAGER DOPO LA MORTE DI SUA MADRE?

DI CLAUDIA SABA

La vicenda accaduta a Chieti, l’omicidio suicidio di un uomo che uccide la figlia e si getta dallo stesso viadotto dopo diverse ore di ‘trattativa’, lascia molti dubbi su come siano andate veramente le cose.
Fausto Filippone, l’ingegnere omicida-suicida sarebbe caduto in depressione dopo la morte di sua madre.
O per colpe presunte della moglie.
Mamma, moglie e figlia, tutte colpevoli, in qualche modo, di qualcosa.
Meno che lui, l’omicida-suicida, spinto dalla presunta “follia”.
Ludovica 11 anni, sua figlia, l’ha uccisa lanciandola da un Viadotto della A14, in un impeto di follia, dicono.
Ma Fausto Filippone, forse, aveva già deciso lucidamente di ucciderla e di togliersi poi la vita. Probabilmente, tutto premeditato alla perfezione in un piano di cui solo lui si fa
protagonista assoluto della scena.
E lei? Chi era questa lei, sua moglie, morta qualche ora prima, dopo essere “precipitata” dal balcone?
Da più parti, emerge sempre più spesso l’immagine dell’uomo che uccide perché depresso, giustificando persino l’omicidio perché avvenuto in preda alla “follia”.
Di lei, non si parla.
Non si racconta nulla quasi a volerci impedire di provare pietà
ed empatia, sentimenti umani che possano permetterci di comprendere cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Meglio il dubbio: e se la donna avesse provocato?
“Devo chiedere perdono a mia moglie, ma anche lei ha molte cose di cui farsi perdonare. Fino a quindici mesi fa la mia era una vita felice”.
Questa la frase pronunciata da Filippone prima di lanciarsi anche lui nel vuoto, in quello stesso viadotto in cui aveva già spinto sua figlia.
Ma c’è quella frase messa in primo piano, che deve lasciare dubbi nel lettore.
Sulla donna, ovviamente.
Perché alla base c’è sempre la donna che, come in questo caso, deve per forza risultare colpevole di qualcosa di imprevedibile accaduta a un certo punto, nella testa dell’uomo.
Ma questo è possesso assoluto.
Non sarebbe dunque un gesto di follia, ma solo la sopraffazione di qualcuno che decide deliberatamente di compiere un gesto frutto di un maschilismo ancora troppo forte nella cultura collettiva.
Ludovica, non c’entrava nulla, ignara di ciò che stava per accaderle, ed è precipitata da quel viadotto nel più assoluto silenzio.
Nessun urlo, nessun lamento, il nulla assoluto.
Forse il padre l’aveva drogata prima di gettarla dal ponte. Oppure, come dicono gli esperti, la bimba poteva essere sotto shock.
Lo psichiatra ha cercato in tutti i modi di convincere Filippone a non gettarsi.
Ma non c’è stato nulla da fare.
Dopo 8 ore si è buttato anche lui, ultimo attore di quella scena sulla vita, scritta a suo uso e consumo.
Unico protagonista, forse per una sola volta, della morte piuttosto che della vita.
Troppa leva su frasi che ancora una volta tentano di giustificare i gesti dell’uomo e che poco raccontano di una donna e una bambina uccise per mano di chi diceva di amarle.
Nulla che potesse giustificare il gesto compiuto in una famiglia normale. Come quella strana “caduta” della moglie dal balcone di casa,
che proprio oggi con l’autopsia è stata ritenuta indotta. Due omicidi dunque, probabile premeditazione di una tragedia voluta non da un folle ma, ipotesi concreta, da un uomo che ancora una volta ha pensato di poter decidere sulla vita o sulla
morte delle donne che in qualche modo, ritiene di sua proprietà e che
ancora una volta si cerca di giustificare attribuendogli una causa di comodo: la follia.
No, questa forse non è follia.
È una grande forma di egoismo e possesso nei confronti del genere femminile. E su certe convinzioni distorte,
c’è ancora molto da scrivere e riflettere.