RUMOROSAMENTE DISTRATTI

DI ANNA LISA MINUTILLO

Ci si dovrebbe muovere come equilibristi in bilico sulla ragnatela della vita fatta di tanti fili sottili che ne disegnano i contorni ma quasi mai è così.
Non si perde occasione per pronunciare sentenze che nessuno ha richiesto, investendo energie e tempo che sarebbe meglio investire nel silenzio che accompagna la disperazione.
Si perché i disperati compiono gesti disperati, che non hanno spiegazioni semplici ed improvvisate, e come se si fosse tutti dei piccoli Freud creati appositamente per l’occasione. Occasione che non si perde per intingere la penna nel calamaio dello squallore umano al quale assistiamo ogni giorno. Si giudica e troppo velocemente chi “dimentica” in auto i figli, chi li ” getta via “ come e fossero scarpe vecchie ormai lise, che non servono più. Si specula su macabri particolari che condiscono di nera tristezza l’accaduto. Si usano termini scientifici che costano anni di arrovellamento cerebrale con la facilità che richiede lo scatto di un selfie che tanto è di moda, si ritocca la tragedia per farla diventare più “allettante” come si fa per le immagini photoscioppate, rubando e ingannando quel poco di anima che ancora rimane, tra gli incastri di parole ad effetto che assicureranno una maggiore visualizzazione a contenuti non richiesti. Frammenti di immagini che frammentano il cuore, attimi sospesi tra salti nel buio e fine della vita, servizi montati ad arte, tutti che sapevano tutto, peccato però lo dicano solo dopo, solo quando ormai tutto è compiuto e ciò che resta è solo dolore. Vita di cui si ha poca cura, vita da “maneggiare con cura”, vita che sta in bilico sul filo, vita che porta con sé confini labili tra “normalità e follia”. Così da “distratti” osservatori, si diventa “psicoterapeuti” in due nano secondi, si sostiene senza sapere, si esprimono concetti infarciti di violenza senza rendersi conto di quanto sia facile trasformarsi proprio in ciò che stiamo giudicando. Sempre con più facilità si parla quando non si deve e si tace quando si dovrebbe parlare, denunciare, esserci ma davvero in quelle vite che trovano ” la pace” solo quando hanno esaurito il loro tormento magari spiccando un volo che non sa di infinito ma che termina in modo sconcertante, annichilente, devastante. Si dice troppo e non si ha rispetto per il silenzio, non c’è spazio per la riflessione, le domande diventano “scomode” perché le risposte finirebbero con il fare paura a molti, troppi di noi, ed allora si giudica, ci si arroga il “diritto di sapere” quando fino al giorno prima, si correva per non vedere. E’ che diventa semplice sostenere di aver capito tutto, è che sentiamo poco il bisogno di fermarci per guardarci dentro, è che siamo “fagocitati” da tutto ciò che travestito da mera illusione traveste le nostre vite, è che ci stanchiamo facilmente di ciò che ci fa diventare differenti dalla “massa”, è che l’individualismo ha preso il posto delle unicità costruttive, è che con troppa “spocchia” pensiamo che “a noi non accadrà mai”. La “nera” (così viene definita la cronaca del macabro), “attira” e francamente non si capisce perché, attirano le lacrime, le urla lanciate in un mondo che non ascolta, attirano le corone di fiori ed i funerali, attira la folla che stretta intorno alla famiglia colpita da quanto accaduto, commossa si abbraccia. Non si pensa mai a quanto si sarebbe potuto fare, ai segnali lanciati ed inascoltati, alle denunce rimaste chiuse troppe volte in cassetti mai aperti, al disagio del vivere in un mondo che non mette più a proprio agio. Non si costruisce ma ci si diverte ad “affondare la lama” per demolire ulteriormente, tutti devono avanzare ipotesi, tutti devono parlare di stati emotivi, di depressioni, di disturbi psichici senza osservare che forse, qualcosa di “malsano” alberga anche in chi ha questa voglia smisurata di diagnosticare ciò che vedono negli altri, ma si guardano bene dal notare in se stessi. Vite che terminano tra il termine dell’umanità, tra la fine del rispetto e l’inizio di momenti storici che ci mostrano quanto “essere furbi” premia, senza mai dare ascolto alla solitudine esistenziale, per quella restano solo macchie di inchiostro su pagine di giornali che vendendo qualche copia in più, oppure ottenendo qualche numero di visualizzazione maggiore ha messo a posto la coscienza dimenticando l’anima. Il problema, forse, risiede proprio qui: nella “vergogna” di mostrare al mondo di possedere ancora un’anima, magari sensibile e rispettosa, troppo per questo mondo che denigra chi la possiede ancora e nonostante tutto. Ecco perché, forse, sarebbe meglio fare silenzio a volte…, perché stare in silenzio non equivale a non vedere, ma a vedere oltre, è a questo che dovremmo essere “educati”.