BALCANI E PROFUGHI. NUOVI PERCORSI E NUOVI PERICOLI, RIGUARDANO ANCHE NOI

DI ALBERTO TAROZZI

 

 

Sono passati poco più di due anni da quando, nel marzo del 2016, Angela Merkel, a suon di euro generosamente offerti a Erdogan, ottenne la chiusura ufficiale del così detto Corridoio dei Balcani, quel percorso via terra che, per centinaia di migliaia di profughi orientali e non, aveva costituito il cammino della speranza verso il cuore dell’Europa.

L’accordo suscitò la temporanea indignazione, ben presto rimossa, delle coscienze illuminate dell’occidente liberaldemocratico. Più di uno sussurrò, dalle capitali dei diritti umani come Parigi, che coi tiranni gli accordi non si devono fare.

Fatto sta che quell’accordo ridusse gli incomodi dell’accoglienza anche a qualche governo mitteleuropeo benpensante, senza che i medesimi dovessero sborsare cifre ragguardevoli. Tutti con la coscienza a posto, senza pensare che, se si fosse partecipato in massa alla trattativa col Sultano, magari sganciandogli qualcosa in più, sarebbe divenuto possibile togliergli, in cambio, un poco di sovranità, affidando la gestione dei campi profughi in Turchia a qualche organizzazione umanitaria internazionale di affidamento più sicuro del governo locale. Così non fu e la bellezza di tre milioni di profughi rimase in balìa dell’accoglienza turca, che ben poco, secondo alcuni visitatori, avrebbe da invidiare ad un lager.

Comunque fosse “occhio non vede, cuore non duole”. Anche se in Italia venne il sospetto che i tanti profughi arrivati in più via mediterranea nel 2017, avrebbero potuto circolare altrove, sia pure in piccola parte, se il Corridoio fosse rimasto aperto. Così non fu, ma col passare del tempo la soluzione si rivelò tutt’altro che risolutiva di tutti i problemi esistenti. Per almeno due ragioni. In primo luogo alcuni dei tre milioni di profughi sul suolo turco, probabilmente in aumento col prolungarsi delle ostilità in Siria, tentò con qualche successo di riprendere la strada di un tempo, non si sa mai che qualche fessura da cui transitare fosse meno controllata di prima. In secondo luogo bisognava tener conto del fatto che parecchie decine di migliaia di profughi (tra i 40 e i 60mila) erano rimasti intrappolati tra la Grecia e la Croazia e prima o poi avrebbero potuto costituire un problema, non solamente per se stessi.

E così è stato. Da qualche mese è un crescendo inarrestabile di voci, solitamente molto bene infomate, dal blog Remocontro di Ennio Remondino all’Osservatorio OBC (Balcani e Caucaso), che segnalano non solamente il ristagno di migliaia di profughi in territori che dovevano essere di puro transito, ma addirittura il proliferare di nuovi Corridoi. Come dire che i profughi, a metà del guado, sono numerosi, probabilmente in aumento, e che il loro pellegrinare non ha di certo terminato di creare tensioni. Tensioni che riguardano singolarmente i Paesi attraversati, ma anche le loro relazioni politico-diplomatiche, con sullo sfondo il possibile coinvolgimento di nuovi Paesi come l’Italia, che di quello specifico flusso aveva risentito solo in misura relativa.

Corridoi vecchi e nuovi, dunque. D’altronde già mesi addietro OBC aveva parlato di sbarchi di profughi via mare, sia pure di modesta entità, provenienti dalla Turchia verso la Romania. La stessa fonte segnalava che qualche centinaio di “turisti” iraniani, atterrati a Belgrado grazie all’abolizione del visto sui passaporti, pareva intenzionato a muoversi verso nord con biglietto di sola andata. Altri accennavano all’addensarsi di profughi nel porto greco di Patrasso, destinazioni Italia e Montenegro.

Oltre a ciò si manteneva abbastanza critica la situazione del transito, sempre più lento, dei profughi attraverso la Serbia (ancora intorno agli 8-10mila nel 2017);  ancor di più allarmava, come sottolineato in Remocontro, l’apertura di una nuova rotta verso nord, alternativa alla vecchia Grecia-Macedonia-Serbia-Croazia. Una rotta che in pochi mesi ha visto l’incremento di 4mila nuovi camminatori con attraversamento di Grecia-Albenia-Montenegro-Bosnia. Il tutto al fine di tentare l’accesso alla Ue in Croazia, passando per confini meno presidiati e nefasti di quelli tra Serbia e Croazia, dove i gendarmi di Zagabria si sono distinti come baluardo della Ue, oltre che propri, respingendo tra gli altri anche una bambina afgana di sei anni, finita ammazzata dal treno perché costretta a ritornare sui suoi passi lungo l’unico sentiero praticabile, costituito dai binari della ferrovia.

Campi profughi dunque anche a Sarajevo come a Belgrado, nel segno del ricordo di profuganze interne anni 90, che ne videro arrivare a Belgrado da Kosovo e Croazia, come a Sarajevo dai vari angoli del paese. Forse per questo, nelle due capitali, non vengono segnalati episodi gravi di intolleranza, ma certo il disagio sussiste.

Nel nuovo corridoio la cattiva coscienza della Ue si coniuga con gli interessi e la corruzione di intermediari e trafficanti albanesi e montenegrini, grazie ai quali pare sia diventato semplice, anche se costoso, attraversare i confini che vanno dalla Grecia alla Bosnia. E qui, olte al dolore dei profughi, si fa sentire il lamento dei politici  bosniaci. Se la fanno un pò con i serbi, che sembrano smistare i profughi in transito non solo verso le quasi impermeabili Croazia e Ungheria o verso la new entry rumena, ma anche in direzione della Serbo-Bosnia orientale, dalle parti del ponte sulla Drina celebrato dal grande Ivo Andric; ma assai più del confine serbo-bosniaco è indiziato, agli occhi di Sarajevo, quello bosniaco-montenegrino di Trebinje. E’ qui che sembra concentrarsi il passaggio più consistente del nuovo flusso, agevolato dalla natura del posto, dalla possibile accondiscendenza dei gendarmi montenegrini, ma anche dal fatto che il filtro in entrata della gendarmeria bosniaca non pare esente da pecche.

Il tutto con la speranza, per i profughi in cammino, di imbattersi, una volta arrivati a contatto con la gendarmeria croata presidiante la Ue, con soggetti peggio organizzati e meno truculenti di quelli schierati a Sid, ai confini con la Serbia.  Senza escludere che, a qualcuno, tra Grecia e Montenegro, non venga la voglia di imbarcarsi sull’Adriatico e di venirci a trovare.

Su queste rotte si giocano i destini di migliaia di profughi che potrebbero moltiplicarsi per chissà quanto, se ad Erdogan venisse voglia di alzare il prezzo della sua collaborazione, aprendo i rubinetti dell’entrata in Grecia a pochi o a molti dei suoi 3 milioni di segregati. Sono siriani, afgani, pakistani, ma c’è anche chi proviene dall’Africa mediterranea (Libia in primo luogo) : come dire che i Balcani si potrebbero prestare a divenire nuovamente un percorso più praticabile del Canale che congiunge l’Africa alla Sicilia. Qualcuno, magari in quel di Roma, ci spera, ma, cinismo a parte, non sapremmo quanto una nuova frequentazione di rotte balcaniche possa alleggerire quella mediterranea e non piuttosto incrementare il flusso complessivo delle entrate, anche dalla nostre parti, nel caso che l’Austria facesse muro con la Slovenia.

Va infine tenuto conto di un paricolare inquietante. Nel 2015-2016 la gestione del Corridoio venne tenuta tutto sommato sotto controllo dalla Merkel, che intimò ai vari Paesi di assecondare la sua regia e di non creare incidenti di vicinato lungo la rotta: ci provarono i croati coi serbi, ma senza risultati rilevanti. Oggi, il nuovo flusso, anche se di entità fin qui molto meno consistente, sembra risultare in balia degli eventi e quindi suscettibile di essere usato ad uso interno nei conflitti ancora latenti nei territori balcanici.

Teniamo quindi presente, per finire, che la Bosnia (ex aequo col Kosovo) è oggi il paese europeo col più alto numero di islamisti foreign fighters (alias personaggi spesso legati all’Isis). Suona allora inquietante il comizio di Erdogan domenica a Sarajevo, ormai egemonizzata da un Islam non sempre moderato: quello stesso Islam col quale Erdogan, in un recente passato, ha mantenuto legami pericolosi. Dicono le cronache (vedi Tommaso Di Francesco su il Manifesto) che uno degli slogan più gridati fosse “Sultan Erdogan”. Ci mancherebbe solo la riproposizione dell’impero ottomano nei vicini Balcani, a suggestionare gli animi inquieti di questo bellicoso inizio di millennio.