IAQUINTA,QUANDO A RISCHIARE 6ANNI PER DUE PISTOLE E’ UN EX CAMPIONE DEL MONDO

DI ANNA LISA MINUTILLO

Il passo è breve ma di grande effetto, da campione del mondo ad essere imputato nel più grande processo sulla ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Vincenzo Iaquinta ha origini crotonesi ma risiede ormai da parecchio tempo in provincia di Reggio Emilia. Oggi ha 38 anni ed anche una carriera calcistica alle spalle di proporzioni non indifferenti. E’ stato infatti in passato centravanti di Juventus, Udinese e Cesena e della Nazionale, con la quale ha collezionato 40 presenze e 6 gol. Mai dimenticato dai tifosi ed a quanto pare neanche dai pm. Stando infatti alla ricostruzione effettuata dai pm della
Dda di Bologna avrebbe ceduto le armi al padre sospettato di contiguità con la ‘ndrangheta. Per comprendere questa vicenda dobbiamo fare qualche passo indietro poichè il processo Aemilia è iniziato il 28 gennaio 2015. Sono state 160 le persone arrestate al suo interno dislocate tra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia richiesto dalle procure di Bologna, Catanzaro e Brescia. Non a caso viene ritenuto il processo dalle maggiori proporzioni contro la ‘ndrangheta nel Nord Italia. Avviato con una inchiesta che ha portato alla luce i legami e la presenza della ‘ndrangheta ramificata in differenti settori. Si spazia dalla politica all’economia emiliana e la ‘ndrangheta è il suo attore principale. Ieri è giunta per 115 imputati la richiesta di condanna della Dda di Bologna. Altri imputati invece sono stati giudicati con l’utilizzo del rito abbreviato. I pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi non hanno avanzato richieste di assoluzione (a parte un capo di imputazione relativo al pentito Salvatore Muto e una prescrizione di reato). Condanne significative sono state chieste anche per gli imputati che nel corso dei mesi hanno scelto di collaborare: Antonio Valerio (10 anni in abbreviato e 15 anni e 10 mesi in ordinario) e Salvatore Muto (8 anni in abbreviato). Tra i vari reati contestati a tutti i 147 imputati in questo maxi-processo si va dall’associazione a delinquere di stampo mafioso fino ad arrivare ad usura, estorsione, frode fiscali e false fatturazioni di varia natura. Sino ad oggi Vincenzo Iaquinta non era mai stato destinatario di misure cautelari. La procura ha chiesto una condanna a sei anni di reclusione mentre è di 19 anni la richiesta per il padre dell’ex calciatore, l’imprenditore Giuseppe Iaquinta.
L’accusa che gli viene rivolta è legata alla detenzione illegale di alcune armi, con l’aggravante di aver agito per favorire un’associazione mafiosa. Si tratta di un revolver Smith & Wesson calibro 357 magnum; una pistola Kelt-tec 7,65 Browning; e 126 proiettili. Iaquinta aveva regolarmente denunciato il possesso delle armi, dichiarando di custodirle presso la sua abitazione di Reggiolo. Gli inquirenti invece sostengono che le aveva cedute al padre Giuseppe, che dal 2012 era destinatario di un provvedimento del prefetto di Reggio Emilia che gli proibiva di utilizzare o possedere armi. Il provvedimento era stato preso perché Giuseppe Iaquinta frequentava personaggi ritenuti affiliati alla ‘ndrangheta, personaggi che finirono a loro volta a processo.
Lo scorso anno nella giornata del
17 maggio Iaquinta è stato anche sentito in aula, durante il processo, In quella occasione ha riferito di avere acquistato le due pistole per sicurezza personale in quanto persona famosa. La sua intenzione sarebbe stata quella (dopo aver smesso di giocare) di tutelare il suo futuro, infatti aveva preso a frequentare il poligono di tiro. Iaquinta, si è ritirato dal calcio professionistico nel 2013 dopo aver trascorso la maggior parte della sua carriera nell’ Udinese, dal 2000 al 2007, e nella Juventus, dal 2007 al 2012. Avrebbe consegnato le armi al padre quando militava nell’Udinese, ed era in procinto di traslocare. Lo spostamento delle armi però, secondo la legge, non è stato segnalato. In un secondo momento le armi sarebbero state spostate da suo padre dalla cassaforte a una botola situata sotto il tetto, dove la famiglia le avrebbe dimenticate.
Alberga su questa vicenda il peso dei rapporti
del padre dell’ex giocatore, Giuseppe Iaquinta è di Cutro, il paese della provincia di Crotone da cui è partita la «colonizzazione» di Quarto Castella, il paese della provincia di Reggio che si trova al centro dell’inchiesta per la presenza di una fortissima ‘ndrangheta locale. Ebbe tutto inizio nel 1982, quando il boss di Cutro Antonio Dragone, venne spedito nel piccolo centro del Reggiano. Ad attenderlo trovò una trentina di compaesani, con i quali, secondo la ricostruzione fatta dai Pm, partì alla conquista dell’Emilia Romagna. La posizione dei due Iaquinta non è certo di primissimo piano all’interno di un’operazione che ha portato alla luce i traffici e il controllo ramificato della criminalità organizzata in una regione come l’Emilia Romagna considerata, erroneamente e fino ad ora, essere al riparo rispetto alle “lunghe mani dei clan” . Una vicenda sicuramente non piacevole che coinvolge un protagonista riconosciuto dai tifosi e non, come un simbolo che potrebbe essere “macchiato”.