SUL CURRICULUM DEL PROFESSOR GIUSEPPE CONTE E QUEL CHE FARA’

DI MARCO GIACOSA

Dunque truccare il curriculum non è un demerito, o non è questione ostativa per ricoprire il ruolo di comando più prestigioso d’Italia, il presidente del Consiglio. Io ho seri problemi con menzogna e verità, non perché non menta o non abbia mai mentito, ho guardato almeno tre volte la serie Lie To Me e ho salvato nella memoria questo dialogo:
– Promette di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?
– Non è possibile!
– Come, prego?
– Sa…nessuno può dire tutta la verità, insomma è soggettiva, filtrata dalle nostre esperienze.
– Che ne dice di prometto di essere onesto?
– Questo sì che è parlare!
(da Lie to me, stagione 2, episodio 13)

Dicevo: ho problemi con verità e menzogna, soprattutto con onestà, perché sono figlio di mio padre, un uomo che se riceveva mille lire di resto sbagliato e se ne accorgeva a casa – mille lire con il potere d’acquisto degli anni ’80, non ’20 – ci rimetteva del suo tempo e del suo denaro per tornare all’ufficio, perché pensava al cassiere che avrebbe dovuto risarcire l’azienda, Sip o Enel, e soprattutto perché non erano soldi suoi. Io nel curriculum uso aggettivi nella semantica della sobrietà, nel dubbio sottostimo. Ho pubblicato sul Venerdì di Repubblica, sul Manifesto, su Il tennis italiano, su Football Magazine, per rimanere alle pubblicazioni a distribuzione nazionale, non sapendo come dire che è accaduto una volta soltanto scrivo “isolate pubblicazioni”. Non vorrei che si pensasse che ci ho lavorato. Non vorrei che si pensassero cose che non sono. La maggior parte degli italiani scriverebbe di averci fatto 4mila pezzi, la maggior parte ci fa un articolo passato a cazzo e scrive: Collaboratore. Tanto «è veniale». O non ostativo. Irrilevante. Tollerato. Ammesso. Anzi, è una brillante, e indispensabile, vincente narrazione del sé.
Io e mio padre siamo evidentemente perdenti, in questa società. Siamo sfigati, essendo privi della caratteristica della figliodiputtanaggine. Non realizziamo, non siamo avvoltoi, non siamo Butragueño. Qualunque obiezione a questa affermazione è afferente a una sfera privata che non è in discussione: non sono in discussione i motivi per cui i miei amici diventano miei amici o mia moglie si è innamorata di me, per cui qualunque obiezione alla affermazione «Non realizziamo, non siamo avvoltoi, non siamo Butragueno» è non pertintente. È in discussione la vita pubblica, professionale, relazionale, quali sono i valori per cui ottieni qualcosa, quali per cui non la ottieni. La figliodiputtanaggine, insomma.
Mi sembra fin banale che il presidente del Consiglio vada criticato per ciò che farà, per i provvedimenti che adotterà tra quelli di riferimento dei partiti politici che hanno la maggioranza in Parlamento, infatti la mia non è una critica al professor Conte, di cui come il 99,999999% dei cittadini del mondo ignoravo l’esistenza fino a ieri, ma è un’arringa contro certi vizi che vengono ritenuti veniali, non importanti, peccatucci, che sono un costume diffuso, accettato, insomma una gomitata ad altezza del volto, che colpisce lo zigomo. Se non la dai per primo la ricevi. Un altro conflitto, l’ennesimo, in un mondo che non sta in pace mai.

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