SOTTO ACCUSA MINISTRA DI MACRON. MA PER IL MOMENTO E’ SOLO TESTIMONE ASSISTITA

DI ALBERTO TAROZZI

 

Gran bella lingua, il francese. A dispetto di chi ritiene l’Italia patria del diritto e quindi il luogo per eccellenza dove, nel nome della legge, possono essere effettuati giri di parole rocamboleschi pur di ammorbidire l’immagine di ciò che intendono le pubbliche istituzioni.

Va infatti riconosciuto che i transalpini riescono talvolta a superarci quanto a raffinatezza. Quando in Francia si chiama a testimoniare qualcuno che sta quasi per essere incriminato si usa infatti definire il chiamato testimone “assistito”. Volete mettere la finezza rispetto a nostri termini analoghi, come testimone “informato” dei fatti e dei misfatti in questione, che sa tanto di un intimidatorio  “se non racconti tutto sei fritto”. Al contrario, oltralpe con questa formula il richiamato sa di non poter essere incriminato seduta stante e quindi di godere di un certo lasso di tempo per mettere a punto una sua eventuale difesa.

E’ quanto accaduto giorni fa a una ministra del governo Macron, tale Muriel Pénicaud. Anche se il nome non ci dice molto e anche la foto ci fornisce di lei un’immagine sotto tono, che vagamente ricorda quella di un Woody Allen in crisi depressiva, il personaggio non è una carneade qualsiasi.

Non solo la nostra Muriel è responsabile, come ministra del lavoro, di quella Loi travail che ha messo sotto sopra mezza Francia con scioperi e manifestazioni per ogni dove, dovute al timore diffuso che ricordasse il nostro Job Act con i conseguenti annessi e connessi per la precarizzazione dei lavoratori. Su quel terreno si dovrebbe però dire che le ordinanze di Riforma del Diritto del lavoro siano sostanzialmente passate e che il fuoco e le fiamme delle manifestazioni di protesta abbiano prodotto più fumo che arrosto, rafforzando in fin dei conti il premier e la di lui ministra.

Quello che aveva invece saputo di cattivo (per dirla sempre alla francese) erano stati i precedenti di Muriel, proclamata ministra nonostante le critiche contro di lei quando ricopriva un importante ruolo alla Danone. Il latte sul fuoco, in quel caso e il conseguente odore di bruciato, derivava dal fatto che la futura ministra aveva fatto realizzare notevoli plusvalenze grazie a un formidabile piano di fuoriuscite volontarie del personale, solo due mesi prima del boom delle plusvalenze mdesime. Un mezzuccio che, se non di imbroglio, sa abbastanza di espediente contabile per glorificare se stessi.

Ai nostri giorni il caso si presenta un poco più complicato. Il riferimento corre ai tempi in cui, nel 2016, Macron, ad abbellire il suo curriculum su scala internazionale (succede in tutto il mondo), si era fatto un viaggio a Las Vegas per incontrare l’imprenditoria francese colà convenuta in un Convegno destinato a magnificare la creatività dell’imprenditoria francese (Creative France). Il tutto era culminato in una soirée nella quale il candidato premier aveva avuto modo di farsi ben conoscere da coloro che sarebbero poi stati un elemento chiave del suo successo elettorale.

Fin qui tutto secondo prassi. Le cose si aggrovigliano andando a vedere come si fosse provveduto alla gestione dell’iniziativa e chi si sia intascato la più che consistente sommetta per realizzare l’evento. Salta allora agli occhi che Business France, organismo pubblico di promozione della economia francese, aveva assegnato l’incarico alla ditta Havas, senza provvedere al pare dovuto bando.

Se a ciò si aggiunge che il vice presidente di Havas è in ottimi rapporti con la Pénicaud, si capisce perché  il qui gatta ci cova sia scattato spontaneo negli inquirenti sospettosi che ci sia stato un “favoritismo” che da noi implicherebbe un buffetto, ma che in Francia, sotto le mentite spoglie di un semplice rimprovero, configura un reato penale.

Quali le possibili conseguenze? Tutto in realtà sarebbe lecito a causa di precedenti impegni, come sostiene Havas? Secondo Business France, invece, si tratterebbe solo di un disguido amministrativo che non implica favoritismi

Oppure il “favoritismo c’è stato e a spingere verso un’assegnazione indebita del finanziamento sarebbe stata proprio la futura ministra in persona?

Quello che pare accertato, sostenuto a suo tempo da un ministro francese dell’economia schierato su fronte diverso da quello di Macron, è che il premier sarebbe comunque stato all’oscuro dei fatti e perciò innocente.

Meno scontata l’innocenza di Muriel, oggi “assistita” e quindi non immediatamente incriminabile, ma domani forse incriminabile con grave pregiudizio per l’intero governo. Soffia sul fuoco il settimanale satirico francese, primo e inimitabile, Le canard enchainé. Molti sorridono, mica tanto Muriel. Ride bene chi riderà per ultimo.