CRISI DI GOVERNO IN SPAGNA. COME MAI QUESTA VOLTA I MERCATI NE RISENTONO?

DI ALBERTO TAROZZI

Infine si alzò anche lo spread spagnolo. Qualcuno, in Italia, ne parla con un certo sollievo, come se si trattasse di un mezzo gaudio, legato al comune innalzamento dei tassi di interesse. In realtà i collegamenti sono relativi. Sono lontani i tempi in cui bot italiani e bonos spagnoli erano impegnati tra loro in un serrato testa a testa.

Diciamocela tutta: avremmo anche potuto godere di qualche vantaggio sugli amici spagnoli, se non fosse stato che un premier in loden, ospite momentaneo di Palazzo Chigi, con la prospettiva di fare il politico di professione, avesse rifiutato un per lui disonorevole semicommissariamento alla spagnola del suo governo, come avvenuto in Spagna, facendo peraltro egualmente tutto quanto la trojka richiedesse.

Ne seguì che da allora noi abbiamo tutti i danni legati all’austerity senza godere per lo meno del vantaggio di potere effettuare investimenti significativi che alzino la spesa pubblica, come concesso invece agli spagnoli coi quali i poteri economico finanziari sono di manica un po’ più larga, detenendone di fatto le chiavi della cassa.

Va anche detto che, passato il momento dell’euforia del primo Renzi, il testa a testa btp-bonos ebbe ad esaurirsi. Dapprima il distacco a nostro danno si mantenne sui 30-40 punti di spread, poi passò ai 60-70, per innalzarsi fino a una distanza di 90-100 in vista di un nostro governo sé dicente populista. Il tutto mentre in Spagna poteva avvenire di tutto e di più, da ininterrotte stagioni di governo latitante. a un paio di sezioni elettorali ravvicinate, alle fanfare di una secessione senza armi e con molto fumo (col dovuto rispetto di chi venne manganellato da forze dell’ordine forse nostalgiche del regime franchista). Roba da evanescenza dei pubblici poteri o da sfascio istituzionale, ma lo spread spagnolo se ne rimaneva lì dov’era mentre il nostro cresceva ad ogni stormir di foglia.

Fino a che, da venerdì scorso, anche i bonos sono stati ritenuti improvvisamente inaffidabili dai mercati, come dei bot qualsiasi. Come mai? Cosa ha potuto scuotere i mercati più di un vuoto di governo epocale e più di una minaccia di secessione?

Procediamo con ordine. Tutto comincia col partito massimo affidatario degli imperiosi suggerimenti della Ue (il Partito popolare) che accumula tra i suoi dirigenti 351 anni di pene carcerarie (la stima è di Tancredi Barone su il Manifesto). Accuse di corruzione come se piovesse, con dovizia di testi a carico: è il superscandalo Gurtel.

Come se non bastasse il leader indiscusso del Partito, nonché premier, Mariano Rajoy, che aveva provato a mettere in dubbio la versione di qualche testimone, viene bocciato dal giudice con una garbata perifrasi che lo qualifica né più né meno che come un cacciaballe qualsiasi, da cui deriva il legittimo dubbio che il beneficiario di quella corruzione potrebbe essere pure il suo portafoglio. D’accordo che un portaordini della trojka meriti un trattamento di favore, ma a molti, mercati compresi, deve essere passato per la testa che di un portavoce del genere se ne potrebbe pure fare a meno.

Di qui il dubbio che serpeggia nella Borsa di Madrid: ci sarebbe qualcuno pronto a prenderne la successione? Due le strade: nuove elezioni, con la speranza di Rajoy di prendere tempo e di succedere a se stesso oppure mozione di sfiducia con i socialisti del Psoe che si assumerebbero il compito di dare vita a un governo transitorio monocolore.

La seconda peggio della prima, secondo i mercati, perché costringerebbe il Psoe ad appoggiarsi a Podemos, finora messo ai margini del dibattito dalla centralità effervescente della questione catalana, ma sicuramente mal disposto a perpetuare la sottomissione di Rajoy e dello stesso Psoe alla Ue. Pure, se i socialisti fossero decisi, trovare un numero sufficiente di parlamentari favorevoli alla sfiducia parrebbe possibile.

Meglio allora, secondo la Ue ricorrere alle elezioni, previo lo scioglimento delle Camere? E’ un’ipotesi privilegiata dai liberalpopulisti di Ciudadanos che appoggiano l’attuale governo e in fondo anche dallo stesso premier, che forse potrebbe riconquistare la poltrona nelle urne, ma che di certo vedrebbe allontanarsi, forse definitivamente, l’ambìto scranno, nel caso il premierato passasse in mano socialista. Con possibilità minori di potersi riparare dalla tempesta giudiziaria prossima ventura.

Il problema è che, se il Psoe non ritira la mozione, lo scioglimento delle camere resterebbe bloccato da vincoli costituzionali. Rajoy alla frutta, dunque, con la Ue alla caccia di qualcuno affidabile (Ciudadanos? Psoe, ma senza Podemos e le sinistre?) con cui sostiuirlo. E’ così che i bonos seguono il percorso in salita dello spread dei nostri btp. Rallegrarsene per il momento è solo la conseguenza di sensazioni superficiali, anche perché 100 punti in più rimangono sempre  un bel differenziale.