MACRON TELEFONA A CONTE SPIAZZANDO MATTARELLA E MEZZA EUROPA

DI PAOLO DI MIZIO

È passato quasi inosservato l’elemento più illuminante sui processi di questa crisi politico-istituzionale italiana e sui sommovimenti sotterranei che stanno avvenendo nelle cancellerie europee. Sto parlando della telefonata di ieri (sabato 26 maggio) del presidente francese Macron al presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte.

È passata quasi in sordina, eppure la notizia avrebbe dovuto far scattare tutte le antenne. Quando si è visto mai che un presidente in carica telefoni a un premier “incaricato”, ossia a qualcuno che potrebbe essere o non essere il futuro capo di governo e che anzi rischia fortemente, tra poche ore, di essere costretto a declinare il mandato?

E per giunta questa mossa irrituale avviene mentre a Roma si consuma un dramma politico-istituzionale con un braccio di ferro inedito tra la presidenza della Repubblica e i partiti che hanno conquistato la maggioranza in parlamento.

La telefonata di Macron è francamente senza precedenti ed è evidente il significato del gesto, che va in un senso certamente sgradito a Berlino. La notizia non sta in quello che Macron ha detto a Conte nel colloquio, ma nel fatto stesso che il colloquio abbia avuto luogo. Tanto più che la telefonata no si è svolta nel segreto, al riparo della confidenzialità, come quelle che probabilmente Mattarella riceve ogni giorno dalla Germania, ma al contrario è stata resa pubblica dalla stessa presidenza francese.

Il contatto tra Macron e Conte contiene in sé numerosi messaggi, tutti convergenti. Innanzitutto è
chiaro che Macron ha voluto dire che con questo (possibile) governo “populista”, guardato con sospetto da quasi tutte le cancellerie europee, la Francia può e vuole collaborare.

È dunque una specie di riabilitazione ufficiale del nascituro (o morituro, vedremo) governo giallo-verde. Uno sdoganamento che rappresenta una sorta di nouvelle vague europea, una lampante e ufficiale difesa dei temuti “populismi”, e quindi l’annuncio che i “populismi” possono essere controllati e indirizzati verso ruoli positivi e utili.

Ma non è tutto. La mano tesa di Macron, con la sua prematura dichiarazione di amicizia a un governo che ancora non c’è, contrasta fortemente con la pioggia di critiche che si rovescia sul nostro paese da varie cancellerie ma soprattutto dalla Germania, allarmata in particolare dalla possibile (ma molto incerta) ascesa dell’economista “anti tedesco” Paolo Savona al cruciale ministero dell’economia.

Se riflettiamo un attimo, la divergenza strategica tra Francia e Germania ci apparirà evidente. La stampa tedesca negli ultimi due giorni ha scatenato un coro anti italiano, chiaramente orchestrato da imbeccate governative. Il settimanale Stern ha vomitato online uno scomposto attacco al nostro Paese con frasi come “Italia scroccona”, “Italia indecente”, “non vuole pagare il debito e lo farà pagare al contribuente tedesco”. Nel frattempo il commissario tedesco al bilancio europeo Günther Öttinger lanciava moniti di fuoco: “Se l’Italia non rispetta i suoi impegni si troverà nel cuore di una euro-crisi e non potrà essere salvata”.

Ebbene nelle stesse ore il presidente Macron telefonava al professor Conte con un irrituale gesto di amicizia e di forte incoraggiamento. E nelle stesse ore, non casualmente, il commissario francese all’economia europea, Moscovici, esprimeva concetti molto diversi da quelli del collega tedesco e molto simili a quelli probabilmente usati da Macron nella telefonata a Conte.

Moscovici diceva alla radio Europe 1: “Sono gli italiani che decidono il loro governo e quindi io rispetto la legittimità democratica e i ritmi democratici del Paese”. Quanto al contestato economista Paolo Savona, ‘l’antitedesco’, Moscovici diceva: “Parlerò con il prossimo ministro italiano chiunque egli sia”.

Non avrebbe potuto dire niente di più diverso dalle voci che vengono dalla Germania. La sfida di Parigi a Berlino è dunque evidente. Ma c’è anche dell’altro nella telefonata di Macron a Conte e nella discesa in campo del francese Moscovici.

Innanzitutto c’è un messaggio di real politik, inteso a dire che i populisti non sono necessariamente un male ma sono soltanto la spia di un malessere diffuso nei popoli europei. Con i populisti si deve fare i conti, senza demonizzarli a priori: i movimenti anti sistema, i movimenti del malessere collettivo, una volta contenuti in un circolo virtuoso possono addirittura dare forza a un rinnovamento della costruzione europea.

È appena il caso di ricordare che Macron, in coerenza con la sua campagna elettorale filoeuropea, non perde occasione per esporre le sue idee di “rifondazione” dell’Unione europea, idee che la cancelliera Merkel, stretta tra la tenaglia della fronda conservatrice interna al suo partito e la minacciosa avanzata a destra dei populismi e nazionalismi tedeschi, ha accolto con gelida freddezza. Di recente, dopo un appassionato discorso di Macron sulla sua visione dell’Europa del futuro, la cancelliera non ha pronunciato una sola parola di sostegno alle tesi di Macron. Ha invece commentato con un gelido o forse sarcastico: “Hai tante idee, eh?”

Di fronte all’incrinarsi del motore franco-tedesco, dunque, è ovvio che Macron cerchi alleati di peso per la sua visione europea ed europeista. E l’Italia è “di peso”, essendo la terza economia della zona euro, subito dopo Germania e Francia. Roma potrebbe diventare il più importante alleato di Parigi, un alleato senza del quale la Francia non può immaginare di rompere l’assedio della Germania e dei suoi tributari dell’area nord-europea e scandinava.

Alla luce di tutto questo, il presidente Mattarella farà bene a riflettere a fondo, prima di bocciare un governo giallo-verde assecondando così i desiderata della Germania. La bocciatura del governo 5 Stelle-Lega precipiterebbe l’Italia nel caos, con un esecutivo ponte privo di fiducia in parlamento, privo di credibilità in Europa e incapace di contenere le spinte della speculazione sui mercati, che massacrerebbero le finanze e l’economia italiane.

Senza contare che con nuove elezioni e con una campagna elettorale che sarebbe certamente basata sulla denuncia delle scelte inspiegabili (o inconfessabili) del Quirinale, il risultato sarebbe, come dice D’Alema, che “Questi [i 5 Stelle e la Lega] prenderanno l’80% dei voti”.

Il leit motiv della campagna sarebbe quasi certamente quello dell’attacco a testa bassa contro Mattarella, con argomenti che rasenterebbero l’accusa di alto tradimento: le sue scelte sono state operate nell’interesse dell’Italia o nell’interesse della Germania?

Il clima diventerebbe apocalittico, e la stessa permanenza di Mattarella al Quirinale, dopo le elezioni, avrebbe una altissima probabilità di divenire insostenibile. Morire per la Germania?