ALBERTO BURRI, “ROSSO” DEL 1956

DI VANNI CAPOCCIA

Visitando i due musei che Burri ha regalato alla sua Città di Castello, sia a Palazzo Albizzini che all’ex Seccatoio colpisce vedere che le opere esposte sembrano essere state pensate per quei posti, per quelle stanze, per quelle pareti. Le guardi e ti dici “questo quadro non poteva che stare lì, né un centimetro più basso né uno più alto, né un po’ più in là né un po’ più in qua”.

Questo accade perché, indipendentemente da ciò che usa, la materia nelle mani di #Burri da prodotto di scarto come i sacchi, i legni o il ferro; o prodotto industriale come la plastica subisce un effetto di sublimazione diventando pittura, quadri che a loro volta sembrano discendere direttamente dalla classica tradizione pittorica italiana (Burri, a mio avviso, è un pittore classico e realista).

Un esempio lo abbiamo con “Rosso” del 1956, una delle vette più alte non solo dell’arte di Alberto Burri ma di quella di tutto il Novecento. Sembra l’origine della terra, quando ha iniziato ad emergere da un mare rosso e a separarsi per dar vita ai continenti.

È un’opera di stoffa e carta, eppure sembra solo colore: il bianco, con il quale Burri aveva una confidenza tale da dire di poterlo dipingere anche al buio; e il rosso, che come ha scritto Giuliano Serafini sembra contenere “tutti i rossi passati e futuri della pittura”.

L'immagine può contenere: spazio al chiuso